Verso dove, non so ancora.

Un’amica guardava la foto a sinistra sulla home del mio blog e mi ha chiesto “ma questa donna,  parte o  arriva dove voleva?”

Ed io “che importanza ha? tutte le strade sono uguali,  sei tu a decidere se un percorso sia un arrivo piuttosto che  un ritorno. Sei tu stessa il viaggio che non ha inizio né fine e  qualsiasi strada non porta da nessuna parte: in fondo  sei tu che parti da te stessa e  l’unico punto in cui arrivi  sei sempre  tu”

E poi ho pensato che mi riconosco parecchio in quella donna che, bagaglio in mano, ha l’aria di riprende la sua strada. Verso dove non so ancora.

Una mattina di dicembre di due anni fa la mia vita è stata scaraventata in un” vuoto di senso” al di là del quale sono rimasti il mondo delle cose, gli altri e quello che ero. Per due anni   ho cercato  in un “corpo”  violato ed indolente  i  pensieri, i ricordi  e i desideri  e tutti  i baci  di chi scandiva il ritmo dei miei giorni. Per due lunghi anni ho frugato nei suoi  occhi persi e  ho trovato solo il vuoto  di un universo senza tempo, senza luoghi, senza rumori, un buco nero  dove sono annegata io stessa con  il mio sentire.

Da un mese, quella che apparentemente era una morte è diventata lo strazio  del vedersi portare  via anche ciò che restava di quel corpo:  il viso, gli occhi, le mani, il respiro.
Non so dove andrò adesso, so solo che dovrò riprendere i passi su vecchie orme, ritornare nella terra del

” prima” e oltrepassare il confine con i miei giorni futuri. Ho letto  da qualche parte che esiste un “tempo atteso” ed è quello in cui siamo capaci di alleggerirci del tempo passato per poter più agevolmente guardare al cammino  che ci aspetta.

Ecco cosa dovrò fare. Ma ho bisogno di riprendere fiato e…. coraggio.

Le peonie di Honfleur

Apro un cassetto, un altro ancora,  poi un armadio.  Per la miseria! non c’è un filo di  spazio.

Mi dico “dovresti buttar via un po’ di roba” ma proprio non riesco a disfarmi di niente, o  meglio, è insopportabile per me  fare a meno di tutto quello che ho desiderato,  che ho  dimenticato e poi cercato, che ha fatto parte dei miei giorni, della mia vita. La sindrome dell’abbandono è una condizione che ho  vissuto nel momento stesso in cui sono venuta al mondo e, come un imprinting, è rimasto  stampato  per sempre nella mia memoria affettiva.  Deve essere per questo che  vivo nel terrore  di poter essere separata per sempre, per un motivo o per un altro,  da quello a cui sono più attaccata, fosse anche un oggetto sprofondato e dimenticato  nel più remoto angolo della mia casa.
E dire che  il destino, una mattina,  stabilisce tuo malgrado,  che puoi fare a meno  di chi  ti ha accompagnato il primo giorno a scuola  e  per un lungo tratto della vita.  Da un giorno all’altro,  fai a meno di chi,  con la sua voce,  ha scandito il ritmo dei tuoi giorni ed era, ogni mattina,  la sostanza di un altro giorno insieme. E allora?

E allora  si può vivere anche senza il servizio spaiato da thè della  bisnonna , dei vecchi libri del liceo,  messaggeri d’amore inconsapevoli, tra l’ora di storia e quella di latino. Puoi fare a meno delle carte stradali di mezza Europa e  dei disegni sbiaditi di un’estate a Salisburgo. Vivrai lo stesso anche senza  il  vecchio scialle in cui ogni tanto affondi il viso e  che ha perso ormai  l’odore della pelle di tua madre. Vivrai,  comunque,  senza  le peonie di seta che  comprasti al mercato di Honfleur,  un mattino d’agosto che intorno c’era una luce che abbagliava i tuoi occhi e la tua vita. E  tu fosti tanto  sciocca da  pensare che quell’attimo fosse l’eternità.