Le parole sono azioni. Ludwig Wittgenstein

Ancora dal “Dizionario affettivo della lingua italiana” di Matteo Bianchi

Coraggio

Ho pochi anni e cammino in bilico su un muretto. Mia madre si sposta di fronte a me con le braccia pronte ad afferrarmi, mi insegna le prove di coraggio. Ce ne sono molte ma questa è la mia preferita. Mi ha aiutato a salire sul muretto via via sempre più alto e ha esclamato: prova di coraggio numero uno! Poi ha lasciato le mie mani. Non so descrivere l’emozione. La produco dentro il mio piccolo corpo, la trasmetto ad ogni centimetro di pelle, la dono a mia madre in un sorriso impavido, sprezzante del rischio.

Vent’anni dopo e prima di andarsene, mia madre lascia ancora una volta le mie mani. Non sappiamo a che numero di prova siamo arrivate. C’è un vento forte che mi spinge ma non cado. Lei osserva il mio equilibrio con una certa soddisfazione. Dice: sai che la parola “coraggio” deriva da cor-cordis, ti ricordi cosa significa? Sostantivo neutro, terza declinazione, cuore. Scendo dal muretto  con un salto il più ampio del dovuto.

E’ una prova solo mia. Adesso

(Ester Armanino, autrice di “Storia naturale di una famiglia”)

Verso dove, non so ancora.

Un’amica guardava la foto a sinistra sulla home del mio blog e mi ha chiesto “ma questa donna,  parte o  arriva dove voleva?”

Ed io “che importanza ha? tutte le strade sono uguali,  sei tu a decidere se un percorso sia un arrivo piuttosto che  un ritorno. Sei tu stessa il viaggio che non ha inizio né fine e  qualsiasi strada non porta da nessuna parte: in fondo  sei tu che parti da te stessa e  l’unico punto in cui arrivi  sei sempre  tu”

E poi ho pensato che mi riconosco parecchio in quella donna che, bagaglio in mano, ha l’aria di riprende la sua strada. Verso dove non so ancora.

Una mattina di dicembre di due anni fa la mia vita è stata scaraventata in un” vuoto di senso” al di là del quale sono rimasti il mondo delle cose, gli altri e quello che ero. Per due anni   ho cercato  in un “corpo”  violato ed indolente  i  pensieri, i ricordi  e i desideri  e tutti  i baci  di chi scandiva il ritmo dei miei giorni. Per due lunghi anni ho frugato nei suoi  occhi persi e  ho trovato solo il vuoto  di un universo senza tempo, senza luoghi, senza rumori, un buco nero  dove sono annegata io stessa con  il mio sentire.

Da un mese, quella che apparentemente era una morte è diventata lo strazio  del vedersi portare  via anche ciò che restava di quel corpo:  il viso, gli occhi, le mani, il respiro.
Non so dove andrò adesso, so solo che dovrò riprendere i passi su vecchie orme, ritornare nella terra del

” prima” e oltrepassare il confine con i miei giorni futuri. Ho letto  da qualche parte che esiste un “tempo atteso” ed è quello in cui siamo capaci di alleggerirci del tempo passato per poter più agevolmente guardare al cammino  che ci aspetta.

Ecco cosa dovrò fare. Ma ho bisogno di riprendere fiato e…. coraggio.

…dovrò diventare io stessa il fischio di un treno…

Questa poesia mi riporta a una lettura degli anni dell’ università “Il deserto dei Tartari” di Dino Buzzati. Il tenente Drogo in cima alla torre della fortezza scruta l’orizzonte,  aggrappato all’attesa di un qualcosa che dia senso alla sua vita. Ma consumerà il suo tempo e la sua stessa vita, senza che nulla accada, in un’attesa che equivale a una rinuncia e perciò a una sconfitta.

Gli ultimi versi della Dimitrova, invece, si aprono alla fiducia  e alla speranza: il tempo dell’attesa ha una scadenza e solo noi possiamo infrangere con il coraggio quell’ “aria inchiodata” che si impossessa dei nostri giorni. Solo noi.

SALA D’ASPETTO     Blaga Dimitrova

L’intero spazio della mia vita
fu una sala d’aspetto da soglia a soglia,
racchiusa da vetri con aria in cornici d’acciaio
sotto le picche incrociate
di lancette d’orologio.

Stare in ascolto. Sussurrare. Trattenere il respiro.
Attendere un qualche segnale.
Ritardo. E di nuovo.
Ancora un poco. Già domani. Ancora
un attimo di pazienza infinita.

Se sbattevo l’ala contro l’aria vitrea,
invece di infrangerla,
era l’aria a spezzare la mia ala.

Sono già trascorsi i miei secondi.

Non saprò aspettare. Ma confuso
come in un sogno apparve
attraverso i vetri sporchi,
quasi in uno specchio nella nebbia,
il mio volto riflesso.

Era il volto stesso dell’attesa,
giunto al punto di pietrificazione.

E ho capito, all’improvviso:
c’è sempre un’ultima scadenza
per infrangerlo col naso -
per smuovere quest’aria inchiodata.

Non arriverà più un treno da altri luoghi.
Non più.

Dovrò io stessa diventare
il fischio di un treno lontano,
e un ritmo affannoso
sempre più veloce, sempre più vicino,
sempre più qui!