La foto, molto somigliante a quella di cui parlo nel post, è di Deisneau.
Dopo la morte, prima di mia madre e poi di mio padre, ci sono voluti due anni perchè mi decidessi a svuotare la casa dove ho trascorso, da figlia unica, l’infanzia, l’adolescenza e gli anni che hanno preceduto il mio matrimonio. Mi pareva che, se tutto quello che conteneva quella casa fosse sparito all’improvviso, una parte della mia vita sarebbe stata cancellata per sempre. Quando poi ho deciso che era il momento, la prima cosa che ho cercato ed ho sistemato in fondo ad uno scatolone da portare a casa mia, è stata una grande borsa marrone dove mio padre aveva conservato per una vita fotografie su fotografie. Credo che da lì sia nata la mia attrazione per le foto in bianco e nero, centinaia di scatti: la famiglia dei miei genitori, la guerra, mio padre in Africa, mia madre adolescente, i miei nonni, gli amici, e poi tantissime immagini di me bambina.
Le fotografie in bianco e nero non hanno tempo nè spazio, esse rivelano a chi le guarda qualcosa che appartiene alla sfera delle emozioni, dei desideri, delle intenzioni. Fin da bambina, guardavo spesso una foto degli inizi degli anni cinquanta che ritrae mio padre e mia madre giovani e bellissimi in luna di miele. Si guardano abbracciati e felici, l’immagine racconta una storia, loro due innamorati e con un’intera vita da vivere insieme. Ed ora che non ci sono più, mi viene da pensare che tutta la loro vita ormai è lì, in quello scatto. La loro vita è una fotografia.





