Bianco e nero

La foto, molto somigliante a quella di cui parlo nel post, è di Deisneau.

 

Dopo la morte, prima di mia madre e poi di mio padre, ci sono voluti due anni perchè mi decidessi a svuotare la casa dove ho trascorso, da figlia unica, l’infanzia, l’adolescenza e gli anni che hanno preceduto il mio matrimonio.  Mi pareva che, se tutto quello che conteneva quella casa fosse sparito all’improvviso, una  parte della mia vita sarebbe stata cancellata per sempre.  Quando poi ho deciso che era il momento,  la prima cosa che ho cercato ed ho sistemato in fondo ad uno  scatolone da portare a casa mia, è stata una  grande borsa marrone dove mio padre aveva conservato   per una vita fotografie su fotografie.  Credo che da lì sia nata la mia attrazione per le foto in bianco e nero, centinaia di scatti: la famiglia dei miei genitori, la guerra, mio padre in Africa, mia madre adolescente, i miei nonni, gli amici, e poi tantissime immagini di me bambina.
Le fotografie  in bianco e nero non hanno tempo nè spazio,  esse rivelano a chi le guarda qualcosa che appartiene alla sfera delle emozioni, dei desideri, delle intenzioni. Fin da bambina, guardavo spesso una foto degli inizi degli anni cinquanta che  ritrae mio padre e mia madre  giovani e bellissimi in luna di miele. Si guardano abbracciati e felici, l’immagine racconta una storia, loro due innamorati e con  un’intera vita da vivere insieme.  Ed ora che non ci sono più,  mi viene da pensare che tutta la loro vita ormai è  lì, in quello scatto. La loro vita  è  una fotografia.

……fu strettamente legata alla mia vita.”

Ero alle ultime pagine di un libro di Man Ray sulla fotografia ( leggo volentieri su quest’argomento. Penso che l’occhio dietro l’obiettivo sia alla ricerca  continua di qualcosa, chi fotografa lo fa con l’intenzione di portare alla luce l’invisibilità della vita, del mondo… in un certo senso, quello che tenta di fare il poeta. Ma questa è un’altra storia) e dunque, Man Ray, una vita straordinaria! Tra un racconto e l’altro ti rendi conto che ha conosciuto il gotha della cultura del secolo scorso, Eliot, Joice, Duchamp, Dalì, Virginia Wolf, Henry Miller, Picasso, Ezra Pound, Sergej Eisenstein,  Gertrude Stein,  Paul  Eluard,  Mirò,  Breton, Cocteau,  Schonberg  e………..Kiki de Montparnasse .
Un nome da sciantosa d’altri tempi,  che ci fa tra premi Nobel  e giganti della letteratura e dell’arte?

Alice Prin, alias Kiki, un’infanzia vissuta per strada,  frequentatrice e modella  di artisti bohemiens degli anni venti, spregiudicata,  dedita ad alcool e droghe,  fu definita “una delle poche donne veramente indipendenti del secolo”
Nel breve commento che accompagna il lavoro fotografico che la riguarda, alla voce della donna,  Man Ray scrive ”Cominciò come modella per poi dipingere, cantare e scrivere. Negli anni venti  fu strettamente legata alla mia vita”.
“…..fu strettamente legata alla mia vita” Chi si esprimerebbe, oggi,  con tanta tenera delicatezza di  sentimento,  ricordando un  amore passato?
Ho guardato e riguardato le sue foto e due elementi, quelli che Barthes chiama “punctum” , mi hanno incuriosito: una mano, languida, insinuante  e soprattutto i tratti marcati,  forse volgari del suo viso. Tutt’altro che elegante, si direbbe, ma  di una bellezza inesorabile.

L’infinito istante


Dyer Jeoff dice che chiunque scatti una fotografia, ferma il tempo e in un istante ci racconta storie che tuttavia vivono oltre l’immagine. Il tempo,  perciò,  si dilata, diventa infinito : un infinito istante. Questo lato, quasi letterario, della fotografia mi ha sempre affascinato

Quella nella foto in alto è  la prima macchina fotografica di  mio padre, una Coronet  Deluxe del 1933. La comprò durante la guerra da un inglese  e la portò con sé in Africa. Là fece  più di un centinaio  di foto bellissime che da sempre ha custodito gelosamente in una grande borsa marrone.  Ho qui, davanti ai miei occhi adesso,  le immagini in bianco e nero di hangars e di  un’interminabile serie di mono e biplani. Ma quelle che preferivo, fin da bambina,  erano  le foto degli accampamenti dei nomadi nel deserto,  i cammelli, le dune altissime,   quella gente tanto diversa da me che  mi metteva quasi  paura, poi però papà mi mostrava le immagini di lui insieme a loro attorno al fuoco, a bere tè caldo senza zucchero, e questo un po’ mi rassicurava . Oggi  mio padre  non c’è più,  quegli scatti  rimandano  alla mia mente  immagini di lui,  giovane, forte,  bellissimo.  Una fotografia, in fin dei conti,  rende presente non solo quello che l’obiettivo rappresenta   ma anche chi c’è dietro l’obiettivo e questo ha qualcosa di misterioso.   Ho sotto gli occhi la fotografia  di un gruppo di donne berbere che trasportano acqua  e penso: i miei occhi  guardano adesso  quell’attimo decisivo e irripetibile che i suoi occhi hanno guardato e scelto di fissare per sempre settant’anni fà  : che magìa!

Fotografia: lo stupore rubato in un pezzo di carta opaco

  Nella foto lei è sorridente. Aria innocente,
riuscita. Anche lui, trionfante
nella giusta posa, catturati uno dall’altro
ma senza saperlo. Altri identici nei tavoli
vicini – attendono l’ora di andarsene (…).
Nella foto si vedono i tendoni bianco-

sporco che coprono i tavoli, le birre, i sorrisi.
A un passante è stato rubato lo stupore,
fissato in quel pezzo di carta opaca.
Mi sporgo dentro la foto, ma non
mi vedo. Eppure sono certo che ci sono
(Victor Olivera Mateus)

Altro che sporgermi, a volte vorrei proprio entrarci  nelle fotografie. Le preferisco ai video, anche quelli scorrono, divorati da un prima e da un dopo. Una fotografia no, lo scatto ruba ciò che all’occhio umano può sfuggire,  fissa gesti,   volti, intenzioni.   Per sempre.

Entrare in una fotografia, ritrovarsi proprio là, ritrovare ciò che è stato e vive solo nella memoria, un incontro, un’avventura.

Entrare in una fotografia, come andare a trovare un amico,  ritrovare  un luogo della  vita, riconoscersi . E, dopo tanti anni,  stupirsi e dire “non è cambiato nulla”

C’è differenza tra chi scatta una foto e chi scrive dei versi ?

foto Piergiorgio Branzi

E’  il tempo a passare o, come dice il poeta,
“..il tempo  è fermo
e noi lo attraversiamo
come il fischio del treno nella notte”‘?
E se ha ragione il poeta,  perchè tanta fretta?

Iraida

I versi citati sono del poeta Emilio Piccolo e tratti dal sito http://www.vicoacitillo.it/pg/archivio/09052004.pdf