Dyer Jeoff dice che chiunque scatti una fotografia, ferma il tempo e in un istante ci racconta storie che tuttavia vivono oltre l’immagine. Il tempo, perciò, si dilata, diventa infinito : un infinito istante. Questo lato, quasi letterario, della fotografia mi ha sempre affascinato
Quella nella foto in alto è la prima macchina fotografica di mio padre, una Coronet Deluxe del 1933. La comprò durante la guerra da un inglese e la portò con sé in Africa. Là fece più di un centinaio di foto bellissime che da sempre ha custodito gelosamente in una grande borsa marrone. Ho qui, davanti ai miei occhi adesso, le immagini in bianco e nero di hangars e di un’interminabile serie di mono e biplani. Ma quelle che preferivo, fin da bambina, erano le foto degli accampamenti dei nomadi nel deserto, i cammelli, le dune altissime, quella gente tanto diversa da me che mi metteva quasi paura, poi però papà mi mostrava le immagini di lui insieme a loro attorno al fuoco, a bere tè caldo senza zucchero, e questo un po’ mi rassicurava . Oggi mio padre non c’è più, quegli scatti rimandano alla mia mente immagini di lui, giovane, forte, bellissimo. Una fotografia, in fin dei conti, rende presente non solo quello che l’obiettivo rappresenta ma anche chi c’è dietro l’obiettivo e questo ha qualcosa di misterioso. Ho sotto gli occhi la fotografia di un gruppo di donne berbere che trasportano acqua e penso: i miei occhi guardano adesso quell’attimo decisivo e irripetibile che i suoi occhi hanno guardato e scelto di fissare per sempre settant’anni fà : che magìa!
