“Rumori secondari”

Qualche giorno fa è successo in sala professori  nell’intervallo, l’altro ieri a casa di una vecchia amica, ieri sera alla presentazione di un libro, ormai mi  accade frequentemente e  ovunque. Forse quello che faccio è terribile, ma  giuro, ciò che accade  è indipendente dalla mia volontà. Annuisco con la testa, riesco anche a lasciarmi andare a sorrisini cordiali e più o meno consapevoli. La verità è che mi dispiace deludere o mancare di rispetto,  perciò  rispondo alle domande come alle strette di mano ma… le mie orecchie hanno staccato già da un pezzo, così pure la mia testa.

Il clamore dell’universo mondo svanisce. Avverto, prima in maniera impercettibile, poi sempre più forte,  il suono dei miei pensieri. Fanno lo stesso rumore dei passi sulla ghiaia.  “Rumori secondari” li chiama il poeta.

Forse lo sono, ma mi è sempre più difficile sopportare  il rumore “cosmico” che  li copre. Bah..forse è l’età, ma questo temporaneo e volontario confino,  tra due grosse parentesi tonde, è  il mio espediente per affrontare il mondo, ma  soprattutto, per affrontare me stessa.

Il profumo della vita.

Viviamo le nostre vite, facciamo qualunque cosa e poi dormiamo – è così semplice e ordinario. Pochi saltano dalle finestre o si annegano o prendono pillole; più persone muoiono per un incidente; e la maggior parte di noi, la grande maggioranza, muore divorata lentamente da qualche malattia o, se è molto fortunata, dal tempo stesso. C’è solo questo come consolazione: un’ora qui o lì, quando le nostre vite sembrano, contro ogni probabilità e aspettativa, aprirsi completamente e darci tutto quello che abbiamo immaginato, anche se tutti tranne i bambini (e forse anche loro) sanno che queste ore saranno inevitabilmente seguite da altre molto più cupe e difficili. E comunque amiamo la città, il mattino; più di ogni altra cosa speriamo di averne ancora.   Solo il cielo sa perché lo amiamo tanto.

Michael Cunningham, Le ore.

 

…o forse no?

La commessa, ora, non si preoccupa neanche più di nascondere l’evidente impazienza e tamburella nervosamente le dita sul bancone. Io  da un bel po’,  mi rigiro tra le mani  una borsa color panna, con i bordi di cuoio e un’altra completamente bianca di nappa morbida. Tra  un numero imprecisato di altri modelli, queste le ho preferite quasi subito ma adesso non so decidermi tra le due. La verità è che odio dover scegliere. E’stato sempre così. Per mia madre ero “l’eterna indecisa”, mi raccontava che da piccola, di fronte a una bancarella di giocattoli, finivo per andarmene piangendo, tanto insopportabile era per me,  prendere qualcosa ed escluderne un’altra . Dicono che l’indeciso sia timido e insicuro,  che ha paura della realtà e della vita stessa.

Sarà per questo che odio chi è sempre soddisfatto di se stesso e del mondo, chi ha certezze incrollabili e sa sempre qual è il suo posto, chi si fida solo di ciò che è razionale e ha una risposta per ogni domanda, chi è felice a tutti i costi ed ha sorrisi indelebili  stampati sulla bocca, chi cammina dritto sulle gambe, non inciampa e non ritorna mai sui propri passi.

A me piacciono gli indecisi, quelli che sui propri passi sono capaci anche di perdersi, quelli che attraversano la vita come l’equilibrista sul  filo e non sono neanche tanto sicuri che  ci sia  un filo,  quelli per cui le “convinzioni” hanno la stessa stabilità di un muro puntellato, che non sono innamorati dei loro pensieri e  trovano interessante anche quello che hanno da dire gli altri, quelli che non hanno paura di “perdere” tempo,  quelli che non tanto facilmente sanno separare con il gesso  i “buoni” dai “cattivi”, quelli che  quando escono dal negozio, la commessa tira un sospiro di sollievo, che  in garage gli si rompe  il sacchetto della spesa e intanto pensano “ Forse avrei fatto meglio a  prendere la  borsa bianca. Eh sì, il bianco va bene su tutto..O forse no?”

Dal “Dialogo del non so” di M.Gualtieri

Io non so se questa mia vita sta spianata su un
buco vuoto. Non so se il silenzio che indago
é intrecciato alla mia sostanza molle.
Io non so se quello che cerco e ho cercato e
cercherò, non so se quello che cerco
é un insulto a quel vuoto….

Io non so nient’altro
che la vita e molte nuvole intorno che
me la confondono me la confondono e non
so cosa aspetto, cosa sto aspettando in questo
sporgermi al tempo che viene….

Io non so se in questa schiena
senza ali ci son grandi pianure da cui fare
il decollo..

“E allora impara a vivere. Tagliati una bella porzione di torta con le posate d’argento….e lascia che la vita accada” Diari, S.Plath.

Si può dire che la giornata, per me,  sia iniziata stanotte. Il solito incubo, io di fronte a qualcosa di spaventoso ed indefinibile che dovrei  fare se voglio mettere fine al caos in cui sono piombata e che, tuttavia, è umanamente impossibile che io possa fare. Un senso di vertigine che mi sconvolge,  che mi tiene in bilico su un baratro fino al risveglio. E’ dall’adolescenza che  quest’altra me,  quella che si aggira nella mia vita di notte, non si decide a viverla fino in fondo questa sua ossessione. Al contrario, me la rimanda di giorno sotto forma di  inquietudine, un incomprensibile stato di turbamento ed alterazione che mi rende irritabile oltremodo.

La mattinata a scuola, tra una versione di latino,  disertata dall’intera quarta C,  e una lezione sulla “signoria bannale” in seconda A, interrotta dal solito cellulare  tenuto acceso. Non c’è che dire, è  l’ideale, in una calda giornata di maggio, parlare del Capitolare di Quierzy , mentre fuori c’è il sole e un profumo di gelsomino entra dalla finestra, la stessa dove, dall’inizio dell’ora,  si sta specchiando dal terzo banco, lei, la  Del Grauso e, già che c’è, si dà anche una passata di lucidalabbra, oramai la campanella  è prossima a suonare l’intervallo !  All’una e un quarto il mio orario di lezione è terminato, scendo le scale, metto nel cassetto il mio registro, saluto di corsa qualche collega e mi avvio verso la macchina. E intanto penso al pomeriggio. Dovrò tornare a scuola per la riunione di dipartimento, sai che spasso!  Alle diciannove  il dentista, un salto al centro commerciale e poi, traffico permettendo, a casa non prima delle nove. Devo sbrigarmi. Sto per salire in macchina, alzo lo sguardo. Oltre il cancello del parcheggio,  l’insegna del bar di fronte, con i suoi colori sgargianti, invade i miei occhi.  Nessuna esitazione, richiudo la portiera.

“Un magnum al cioccolato, per favore”.  Il ragazzo me lo porge.  Nello spazio antistante c’è un bel fresco,  sotto il tendone bianco.  Poltroncina o dondolo? Dondolo! Con le dita stacco i pezzi dello strato di cioccolato e lascio che si sciolgano in bocca  mentre,  ad occhi chiusi,  sono fermamente convinta, che  finire il mio gelato  è tutto ciò che mi resta da fare… nella vita.

Anni sprecati?


Oggi leggevo questi versi e,  guardandomi indietro, mi chiedevo quali anni della mia vita potevo ritenere sicuramente “sprecati” . Sì, tempo perduto che avrei potuto impiegare proficuamente, se avessi avuto un pò più di coraggio a fare una scelta piuttosto che un’altra,  a tacere o parlare a seconda della convenienza, a chiudere o aprire una porta, indovinandone il momento… Certo qualche errore si poteva evitare ma, nonostante mi sforzi, non penso  sia possibile  definire “sprecato” ogni tempo trascorso.  Ciò che è stato è qui, adesso, nel  presente  che continua a svolgersi anche grazie al passato, nonostante gli errrori commessi. Iraida

Anni sprecati  di Titos Patrìkios

Venti anni perduti(ma cosa significa averli guadagnati?) F.Pessoa

Tutti noi abbiamo alcuni anni sprecati
chi tre, chi sette, chi di più
ma venti sono un bel cerchio
possiamo avvolgerci il passato
senza il panico che viene
con gli anni perduti di una vita intera.
E poi, cosa significa aver guadagnato
vent’anni che si spostano
ogni volta che guardo indietro?
Progressi regolari secondo il progetto
produttività costante, rendimento aumentato
riconoscimento al momento opportuno e onori del caso.
Ebbene, venti futili anni sprecati
che hanno fornito occasioni
per il sogno di una vita piena di possibilità
che mai sono state realizzate,
per il godimento acquisito dall’identificazione
con la persona che non sono mai diventato,
per la gioia e il senso di colpa per l’interminabile
adeguamento degli obiettivi,
per le accettazioni senza riserve,
per gli spaventati rifiuti.
Venti anni sprecati
sono sempre necessari
per un ambizioso presente.

Ciao Miriam!

Sarà un segno  che proprio in giorni  in cui viene fuori tutta la miseria intellettuale di una classe politica inetta ed  indegna, muoia  una donna  che credeva fermamente che un mondo migliore fosse possibile e per questo ideale ha combattuto per tutta la vita. Ho avuto l’onore di conoscerla quando era  già una donna matura ed io,  giovanissima, fui colpita dalla sua storia, dalla  sua cultura,  dalla calma e la fermezza con le quali affermava le sue idee.  E’ stata per me un esempio e una guida.

A lei voglio dedicare perciò questi versi e salutarla come si saluta un’amica.

Ciao Miriam!

Anni 70 di Franca Figliolini

ricordi quando pensammo di fermare il tempo

coi palmi delle mani aperte
e parole, parole, infinite parole
una teoria di parole
come incantamenti
scorrevamo per le strade come torrenti in piena
trasformati in bandiere di noi stessi
trascinati a valle inarrestabilmente
annichiliti da una diga di sangue e violenza
dall’ottusa crudeltà di chi si volle avanguardia
d’umanità imbastardita dall’ecolalia degli slogan
ah, come fu duro il silenzio
-dopo-

Le voci dei bambini impollinano il tempo….

In questi giorni sono lontana da casa. In quel di Scandiano faccio la tata a tempo pieno a mia nipote  Asia, tre anni e le idee già ben chiare: da grande vuole fare la “pinpipessa” e la ballerina.

Da quando è nata, quando la guardo,  è come se ogni volta, qualcosa di prodigioso avvenisse sotto i miei occhi.

Che regalo stupendo ci fanno i nostri figli!

Ieri non si dava pace, aveva perso un giochino e girava dentro casa, ripetendo “dov’è naccotto nonna? “

Mi è venuto da pensare, in quel momento,  alle tante cose che  dovrà cercare nella vita,  per essere felice, e a una poesia che parla di questo  gioco che dura tutta la vita.

C’è qui – mentre le voci dei bambini
impollinano il tempo – come una nostalgia
simile a quella che del corpo hanno i morti.
Acqua acqua fuoco fuoco – giocano
a chi trova ciò che è nascosto
un gioco che durerà ancora,
a lungo.

Lucianna  Argentino

La poesia è tratta da  http://www.vicoacitillo.it/

Certe volte al mattino la trovo là, lei, la solitudine, appoggiata sullo schienale della sedia accanto al letto e ho l’impressione di infilarmela insieme ai vestiti che indosso. Iraida

Solitudine    di Franz Krauspenhaar

Non c’è che una solitudine, una sola.
Attraversa le braccia della giacca,
si posa sulla cenere della sigaretta,
atterra sui capelli tra la pioggia e
si stanca delle scarpe, delle mani
strette, e si acciglia per il bianco
sparato della neve, il blitz del tempo
in un inverno che non ha mai fine,
fino a una primavera che non vedi.

Specismo? no, stupidità, semplicemente.

Le mie grondaie  sono invase dai piccioni, con le conseguenze che si possono facilmente immaginare! Mi sono informata su possibili  rimedi:  ci sarebbero delle strisce metalliche di aculei da applicare alle  grondaie stesse o addirittura  “dissuasori elettrici” per tenerli lontani. Li ho visti su un sito specializzato ma mi sembrano una crudeltà. D’altra parte  penso che questi  animaletti troverebbero sicuramente un sistema alternativo per lasciare le loro tracce. Chissà perché  non sono un problema in montagna, laddove l’uomo si vede poco e la specie si autoregolamenta in maniera naturale, ed invece, nelle città e in  pianura, dove  evidentemente è la presenza umana ad infestare l’ambiente, i piccioni abbondano.  Io non sono antispecista, penso semplicemente che l’uomo debba farsi carico di tutti i guasti  all’ambiente che lui stesso ha provocato.  Perciò, io  tifo per i piccioni,  certa umanità si meriterebbe proprio  qualche “pensierino”  depositato  sulla testa, per esempio,  l’assessore alla provincia di Como che ha arruolato ottanta cecchini ottanta, per liberare la città dai proliferi animaletti.

Einstein  diceva che due cose sono  infinite: l’universo e la stupidità umana, qualche dubbio lo aveva solo riguardo all’universo.

Domani andrò a comprare  delle girandole da mettere sulle ringhiere !