Ho provato a spiegare ai miei alunni cos’è la cosa chiamata poesia.

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Ho provato a spiegare ai miei alunni
cos’è la cosa chiamata poesia.

Quando nessuno tossisce mentre parli
vuol dire che probabilmente ti sta ascoltando.
Anche se ciò che dici non interessa o non lo capisce.
Ho provato per loro un senso di gratitudine,
perché il tempo è passato più in fretta.

Ho cercato di fare capire loro
che la poesia deve essere così com’è
come l’albero che è secco e poi fa frutti
che scriverla o leggerla sono la stessa cosa
insomma uno si prova in un modo o nell’altro
a tracciare una retta di luce
tra due intercambiabili mucchi di escrementi

La poesia è respirare
si prende l’aria da fuori e fuori la si butta
ossido di carbonio più anidride carbonica
Ho detto loro che pochi sanno che cos’è una poesia
pochi sanno cos’è un poeta e tutti sono convinti
che il posto migliore per un libro è la biblioteca
e tutti dei poeti farebbero a meno
Ho cercato di convincerli che i poeti esistono
proprio perché troppi ne farebbero a meno
che “sprint finale”* non  farà mai capire loro
perché leopardi s’è messo a parlare alla luna
come un pecoraro delle nostre parti
e perché la gloria di colui che tutto move
ha poco da spartire con la stupidità
di chi ne parla senza muovere nulla

Ho cercato anche di spiegare
che se dante passasse da queste parti
ci sarebbe di sicuro un prete un politico
uno come voi o noi
che direbbe di lui che è uno poco raccomandabile
cui un padre non affiderebbe il figlio
perché impari ciò che va imparato
per divenir famoso

Ho provato a spiegare ai miei alunni
cos’è la cosa chiamata poesia

Poi uno mi ha chiesto come avessi i capelli a vent’anni
Ho risposto. Lunghi. E poi mi ha chiesto se rifarei
le cose che ho fatto. E se sono felice. E se …..

Ma è suonata la campanella e non ho avuto il tempo di dirgli
che non so rispondergli.

 

Emilio Piccolo, Acerra 13 5 1951 – 23 7 2012
da “Beatrice. My heart is full of troubles”

 

*Una specie di Bignami per gli esami finali di maturità


..incommensurabilmente sola.

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Davanti a questo mare acceso di malve crepuscolari

io e la tua diserzione.

Parliamo?

 

Lontano

sibillina vacuità della morte

bosco imperscrutabile

nebbia spessa dell’arcano.

 

Dove la tua voce smorzò il suo messaggio?

Ah, mio caro,

a che distanza si spezza il legame tra i vivi e morti?

E quando arriva la famosa forza d’animo?

La frivolezza del riso, la banalità dell’abbandono?

La nuova abitudine di non nominarti, non chiamarti,

non comporre il tuo numero di telefono?

 

Io e questa finestra davanti alla sera triste di malve

nello sforzo solitario di continuare a parlare con te

di questo mondo senza mai menzionare l’altro.

Interstizio tra il mio fiato e la tua assenza

incommensurabilmente sola.

 

 

Carmen Yanez, Santiago del Cile 1952

da “Latitudine dei sogni”

traduzione Roberta Bovaia

 


Tanta vita camminata!

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Una se ne sta tranquilla
in un alberghetto di Saint-Maló
la costa smeraldo di antichi corsari
davanti al mare, insomma, esposta.
E di colpo batte il Pacifico splendido
la brezza alimentata di eucalipti
sulla riva di un ricordo indelebile
dove albergò la piccola felicità
che regge le vertebre della vita.
Dove si conserva il mare che ci apparterrà per sempre?
In quale organo si occulta dopo tanti viaggi?
In quale viscera ulula la bestia dei ricordi?
L’infanzia che sgorga tra le onde
dalla finestra di un esilio che incessantemente ci avvolge
con le sue piccole mani ora.
Sassolini che raccoglievo con tutto quello che trovavo
nelle piccole tasche rotte.
Una se ne sta tranquilla
a camminare sulla sabbia,
ma le scarpe rallentano col loro peso.
Tanta vita camminata!
Anche se i piedi vogliono staccarsi da terra
confondersi con il blu.
E in fondo uno sa
che tutto è illusione
il qui e il là nel corpo.
L’unica verità è il dolore,
il taglio fastidioso
che ha fatto il filo di un ciottolo nella scarpa sinistra,
il tallone ferito che impedisce talora di avanzare
che va e viene
come l’onda che morde
malgrado la sua bellezza implacabile.

 

Carmen Yanez, Santiago del Cile 1952

da “Latitudine dei sogni”

traduzione Roberta Bovaia


e la lieve sensazione di credere …..

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Vengono chiuse le finestre 
e ammucchi carte e libri una sera di domenica 
e di nuovo nella stanza tiepida 
la poesia iniziata 
dalle cose felici che sempre muoiono. 

Si chiudono le finestre 
e tutto resta come prima, 
tiepido, in disordine e la lieve sensazione 
di credere che il mondo ci appartenga……..

 

 

Federico Díaz-Granados,  Bogotá (Colombia) 1974

da “Bozzetto vespertino”  in “La fretta dell’istante 2015”

Traduzione di Alessio Brandolini


Piovevo

 

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Ti chiedi perché ti piaccia la pioggia.
Perché le gocce deformano
le sagome delle persone nei vetri.
D’improvviso sorridono e ti fanno un cenno.
Ha smesso. E tutti contorti.
Qualcuno ha provato a sorridere?
Non ho visto, piovevo.

 

Vàsso Christodoùlou,  Trìkala (Grecia) 1982

traduzione di Massimiliano Damaggio


….sii saggio, cuore

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La porta accostata,
il lieve ondeggio degli alberi di tiglio…
Sul tavolo, chissà dimenticati,
un frustino e un guanto.

L’alone giallo della lampada…
Sento un fruscio.
Perché sei andato via?
Io non capisco…

Domani sarà un mattino
di serenità.
La vita è splendida,
sii saggio, cuore.

Sei così stanco,
rallenta, batti piano…
Pensa, ho letto
che l’anima è immortale.

 

Anna Achmatova, Odessa 23 6 1889 – Russia 5 3 1966

 

daIl silenzio dell’amore


Gianni Rodari, due poesie.

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Il dittatore

Un punto piccoletto,

superbioso e iracondo

“dopo di me – gridava –

verrà la fine del mondo!”

Le parole protestarono:

“Ma che grilli hai pel capo?

Si crede un Punto – e – basta,

e non è che un Punto – e – a – capo”.

Tutto solo a mezza pagina

lo piantarono in asso,

e il mondo continuò

una riga più in basso.

 

Qualcuno che la sa lunga
mi spieghi questo mistero:
il cielo è di tutti gli occhi
di ogni occhio è il cielo intero.

È mio, quando lo guardo.
È del vecchio, del bambino,
del re, dell’ortolano,
del poeta, dello spazzino.

Non c’è povero tanto povero
che non ne sia il padrone.
Il coniglio spaurito
ne ha quanto il leone.

Il cielo è di tutti gli occhi,
ed ogni occhio, se vuole,
si prende la luna intera,
le stelle comete, il sole.

Ogni occhio si prende ogni cosa
e non manca mai niente:
chi guarda il cielo per ultimo
non lo trova meno splendente.

Spiegatemi voi dunque,
in prosa od in versetti,
perché il cielo è uno solo
e la terra è tutta a pezzetti.

Gianni Rodari

Omegna 23 ottobre 1920,   Roma 14 aprile 1980

Oggi, 14 aprile, sono passati esattamente 37 anni dalla morte di Gianni Rodari,  uno tra i massimi   scrittori per ragazzi del novecento.   Rinnovò la letteratura per l’infanzia, raccontando  ai bambini, con ironia surreale, comicità  e intelligenza,  il mondo reale con le sue contraddizioni. 


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