Notizie di ottobre

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Notizie di ottobre
Allora così finisce, un giorno senza pioggia,
il mare che arretra alla fine della sera, sempre alla fine,
un rumore di foglie che invecchiano…

 

 

Jorge Galán,  eteronimo  di George Alexander Portillo.

San Salvador (El Salvador)  1973

 

 

 

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Figlia

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Conoscerai la luce, il mare mutevole 

che è all’origine e al termine del mondo

le formiche laboriose sparse lungo il sentiero
che replicano l’inutile affanno degli uomini.
Conoscerai la sete di acqua e di vino
e quella dei corpi, molto più terribile
che non riuscirai a spegnere o   forse non  potrai.
Conoscerai la fiamma, la rosa e il cristallo.
La felicità, naturalmente, ne conoscerai una parte,
soffice nuvola senz’ aria che  passò  o non è passata ancora,
la musica scatenata che è,
come il tempo, un artificio.
Non potrei  dimenticare le ingiustizie che farai
e quelle che ti saranno fatte,
il grido, il muro, la folla,
le innumerevoli ore di trambusto quotidiano

necessarie per un minimo  di  tranquillità
e quella notte di pioggia in cui sarai molto sola.
Conoscerai anche la statua, il libro, lo specchio,
il lampo e la coppa,
il sangue che scorre in cerca di una via d’uscita

la mosca ostinata, l’ inevitabile morte
a cui  non  dovrai permettere di avvicinarsi.
Un sogno ineluttabile sa già dei tuoi giorni.
Numeri, padri, fiumi, ombre,
luna – splendido dolore –
ti aspettano.

 

Fernando Aramburu

da me liberamente tradotta

Fernando Aramburu, nato a San Sebastian nel 1959, è uno scrittore e poeta basco, noto soprattutto per il suo romanzo “Patria”, vincitore del Premio Strega Europeo 2018 e del Premio letterario internazionale “Giuseppe Tomasi di Lampedusa”

 

 

 


I poveri..

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I poveri viaggiano. Alla stazione degli autobus
allungano il collo come anatre per guardare
le insegne degli autobus. E i loro sguardi
sono di chi ha paura di perdere qualcosa:
la valigia che custodisce una radio a pile e un giaccone
che ha il colore del freddo in un giorno senza sogni…

Come sono grotteschi i poveri! E come i loro odori
ci infastidiscono anche da lontano!
E non hanno la nozione delle convenienze, non sanno stare in pubblico.
Il dito sporco di nicotina strofina l’occhio irritato
che del sogno ha trattenuto solo la cispa.

Nella piattaforma degli autobus vanno e vengono, scavalcano e stringono valigie e pacchi,
fanno domande inopportune agli sportelli, sussurrano parole misteriose
e contemplano le copertine delle riviste con l’aria stupita
di chi non sa la strada del bel salone della vita.

I poveri non sanno viaggiare né sanno vestirsi.
Tanto meno sanno abitare: non hanno la nozione del comfort
sebbene alcuni di loro possiedano persino la televisione.
In realtà i poveri non sanno neppure morire.
(Quasi sempre hanno una morte brutta e inelegante.)
E in qualsiasi parte del mondo danno fastidio,
viaggiatori importuni che occupano i nostri posti
anche quando siamo seduti e loro viaggiano in piedi.

 

 

Lêdo Ivo
Maceió, 18 2 1924 – Siviglia, 23 12 2012

da “Illuminazioni” 

traduzione di Lucia de Oliveira


Dovremo raccogliere il cuore

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Dovremo raccogliere il cuore

dal  posto dove cadde quella notte

e cucirci un sorriso

per attraversare il muro.

Sarà necessario seppellire alcuni ricordi

in qualche angolo della memoria

da cui non possano scappare

e affrontare il dolore di altri inizi.

Sarà necessario nascondere lo stupore 

e fingere di essere sopravvissuti

spazzare le macerie come 

se nulla fosse

celebrare questo battesimo

dove persino dio è stato  assente

curare questa ferita che ci sanguina

con segrete speranze, di quelle

che sempre nascono nel cuore delle persone.

Dovremo cantare a bassa voce

come i bambini quando giocano da soli.

Quello che non dovrà essere fatto

per nessun motivo

è dimenticare

invecchiare

e arrendersi.

 

 

Consuelo Tomàs Fitzgerald, Panama 30 8 1957

da “Ragioni generali”

traduzione mia

 

 


o patria, sei ancora un grumo di sangue. (Adonis)

Se si va sulla rivista di geopolitica Limes, si legge che per Kurdistan s’intende l’area, vasta 450 mila kmq, abitata da popolazioni di etnia turca, siriana, iraniana, irachena, armena… così capita  che non esiste un turco che non abbia uno zio, un genero o un nipote curdo. E non esiste un curdo che non abbia uno zio, un genero o un nipote turco. Nei versi del poeta siriano  Abu Attayyeb è esplicito il riferimento straziante al legame di sangue che esiste tra  le genti di una terra divisa e dilaniata dalla guerra e dalla povertà. Una terra abbandonata da tutti al suo destino.

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Magari potessi andare contro i giorni
e tornare a dormire bambino tra le braccia di mia madre.
Dimenticare le lettere, disordinare i numeri
e parlare senza vocali.
Amarti senza poesie e senza ispirazione
e chiamare tutto col tuo nome.

Vorrei chiederti, Sham, com’è l’amore?
Se ogni giorno dentro di te mi vogliono uccidere
tra una barba che non conosce l’Islam
e un dittatore che ha rovinato il popolo.
Ho smesso di amarti, Sham, basta!
Ho cura di te, ma a te non interesso
ho smesso di amarti e nessuno mi biasimerà per questo.
Vorrei lasciarti finché non troverai…
una soluzione tra il figlio di mio padre e il figlio di mio zio.

 

Abu Attayyeb, eteronimo di Mahmud M. al Tawil, poeta siriano

traduzione dall’arabo di Caterina Pinto.


….e quanto è simile ai fili sparsi la nostra vita

05 - Io mamma e papà

 

Mi ha assalito un’acre nostalgia,
come la gente d’una vecchia foto che vorrebbe
tornare con chi la guarda, nella buona luce
della lampada.

In questa casa, penso a come l’amore
in amicizia muta nella chimica
della nostra vita, e all’amicizia che ci rasserena
vicini alla morte.
E quanto è simile ai fili sparsi la nostra vita
che piú non sperano di tessersi in altro ordito.

Giungono dal deserto voci impenetrabili.
Polvere che profetizza polvere. Passa un aereo
e ci chiude
sotto la lampo di un grosso sacco di destino.

E il ricordo di un viso amato di ragazza
trascorre per la valle, come quest’autobus
notturno: molti
finestrini illuminati, molto viso di lei.

 

Yehuda Amichai

Würzburg, 3 2 1924 – Gerusalemme, 22 9 2000

da “Poesie”
traduzione di Ariel Rathaus


Dalla torre degli anni che chiamo vita…

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Dalla torre degli anni che chiamo vita
guardo nel pozzo: non tempo ma spazio, non qui ma laggiù,
non senso ma memoria, ovunque in nessun luogo –
la storia incerta, il nodo al fazzoletto,
il dove-siete-morti-onnipresenti, i vostri nomi
in un istante mi riportano all’infanzia, a ritroso percorro
la lunga strada fino al Natale e i suoi doni.
Così il DNA modella la sostanza dei sogni,
e la vecchiaia non ha motivo d’essere.
Un sapore proustiano, un profumo, la musica di una frase
sfidano la legge naturale cui si sottraggono.
La vita sarà mia fintantoché io sarò la mia mente
e la gioventù? Sofferenze, ansie e ferite
meglio ricordate che rivissute.

 

Anne Stevenson, Cambridge 3  1  1933

La vita delle parole

traduzione di Carla Buranello


un giorno verrà che ti chiedi……

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Sul finire della sera
gli ultimi lembi di luce sostano
sul muro di calce,
collisioni, cenere.
E allora i paesaggi
suonano negli occhi come di smalto
e sembrano persino lacrime,
tanto giungono dolcemente.
Parlo di me poiché temo la nuda
morte delle cose
e che essa venga su questa terrazza,
per restare tranquilla e nella valle silente.
Come nella tazza il tè arabo e verde
o il vecchio libro accanto aperto
hanno raggiunto la loro quiete,
e nella loro calma
sembrano astri che girano in ampie orbite,
così quel vecchio libro e tazza da tè,
questo luogo ricorda e questo momento.
Un giorno verrà che ti chiedi:
che è stato di te, di me, di tutto quello?
e degli occhi
non ci saranno più parole.

 

Andrés  Trapiello,

 Manzaneda de Torío (Spagna) 10  6  1953

da “Junto a l’agua”

traduzione di Gabriele Morelli

da Poesia n. 352 Ottobre 2019


Dolce ottobre

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Si ripiegano i bianchi abiti estivi
e tu discendi sulla meridiana,
dolce Ottobre, e sui nidi.

Trema l’ultimo canto nelle altane
dove sole era l’ombra ed ombra il sole,
tra gli affanni sopiti.

E mentre indugia tiepida la rosa
l’amara bacca già stilla il sapore
dei sorridenti addii.

 

Cristina Campo

Bologna 28 6 1923 – Roma 10 1 1977

 

 


Abbiamo dovuto scrivere per incontrarli i fantasmi…..

 

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Da una montagna

Guardiamo la città. Vediamo dall’alto
la tua casa o la mia, dove prima c’era il mare.

Le voci s’immergono
nel fondo dello spazio
lasciando al loro posto
un mormorio sconosciuto.

Abbiamo dovuto scrivere per incontrarli
i fantasmi nei loro luoghi sotto la pioggia.
Soppesare il loro marchio nella memoria.

Gli amici sono andati già via
in un altro punto dell’orizzonte,
cercavano il seme disperso.
Aeroplani e promesse
dividevano gli anni.

Noi abbiamo imparato
ad aspettare quello che ritorna.
Osservando sotto le impronte
il movimento della Terra.

 

Santiago Espinosa, Bogotà 1985
da “Il movimento della terra”

traduzione di Alessio Brandolini

 

“…Non tutto ritorna (“regresar” nel libro è un verbo ricorrente) perché pioggia e nebbia amalgamano ruderi e rovine, templi e umili case ma la nostalgia e il desiderio fanno sì che l’attesa si trasformi in parte integrante della vita dell’uomo, disposto a ferirsi pur di non dimenticare, perché “occorre aspettare / quello che ritorna”. A.Brandolini


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