Il tuo passaggio rimase nei miei giorni

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Il tuo passaggio rimase nei miei giorni,

come profumo sta attaccato ad un abito,

che inconsapevolmente lo accoglie solo

per  portarlo sempre addosso.

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Gertrud Kolmar, pseudonimo di Gertrud Chodziesner

Berlino  10 dicembre 1894 – Auschwitz  marzo 1943

ultimi versi della poesia “L’abbandonata” dalla raccolta “Metamorfosi”

traduzione di Sotera Fornaro

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Gertrud Kolmar nasce a Berlino nel 1894 in una famiglia di religione ebraica,  il padre avvocato, la madre  pianista. Cugina del filosofo  Walter Benjamin, si dedica allo studio di inglese, francese e russo, lavorando come insegnante e interprete. Il 2 marzo del 1943 è su un  treno che la porterà ad  Auschwitz.  Da lì non farà più ritorno.  Gertrud Kolmar è considerata una delle voci più importanti della poesia  tedesca del 900.


Come in un film di Rohmer

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ti ho detto mai, amore, che tragedie e melodrammi avvengono solo al cinema
o tutt’al più in letteratura e nella vita le parole dette sono senza doppiaggio,
gli enigmi non vengono sciolti e l’happy end non è sempre assicurato
ma in questa emorragia di fare all’amore io mi perdo nel tuo essere tenebra nuda
e non vorrei mai ritornare alla luce di un altro giorno e poi un altro ancora,
vorrei dirti con gli occhi chiusi adesso che tutto è perduto
prima ancora di essere conquistato, non ci rimane altro che continuare
a vedere films di Frank Capra la sera prima di addormentarci,
andare a letto con altre persone che non siano noi due e fingere
di ricordare che forse un tempo ci siamo amati o ci ameremo
con tutta la ferocia e la gioia sconclusionata di due che si sono incontrati
così, per caso, e per caso si sono persi prima dell’arrivo dei titoli di coda,
senza spiegazioni o glosse all’accaduto, come in un film di Rohmer.

Emilio Piccolo, Acerra 13 5 1951 – 23 7 2012

da “Beatrice. My heart is full of troubles”


…il tempo era pigro come uno studente svogliato

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Non c’è nemico più potente del tempo, né rivale più nobile dello specchio.

In passato il tempo scorreva lento come una formica.

Lo incitavamo”Dai, forza, sbrighiamoci”….

Il tempo era pigro come uno studente svogliato e noioso come un professore.

Tanto da spingerci a deplorare la lentezza del futuro

e impedirci di guardare indietro al passato,

perché la gioventù non ha ancora un passato.

Appena siamo diventati bravi a leggere libri difficili e a metterli in pratica

tutto si è trasformato in un sapere cucinato a fuoco lento nella pentola del tempo…

Ma siamo arrivati tardi al banchetto e abbiamo intrapreso una gara impari

con il tempo che guida la sua navicella spaziale a velocità stratosferica.

Allora abbiamo cominciato a chiedergli di rallentare…

“Ehi, aspettaci..ci rimane così poco tempo per il ripasso necessario delle voci

connesse a “emozione” nel dizionario dei sinonimi.

Infine arriviamo a implorarlo “Prima di divorarci, lasciaci

attraversare il fiume e guardare da una prospettiva diversa le panchine

lasciate indietro sull’altra sponda, pulite e pronte a ricevere nuovi amanti

che ci guarderanno, come faremo noi, dicendo

“Erano come noi. Saremo come loro?…

Mahmoud Darwish

Al-Birwa (mandato inglese della Palestina) 13 3 1941 – Houston 9 8 2008

da “Una trilogia palestinese”

traduzioni di Elisabetta Bartuli e Ramona Ciucani.

E’  un testo in prosa  ma io l’ho trascritto interrompendo la frase ed andando a capo come fosse una poesia, perché questo libro non è soltanto la biografia di Darwish e del popolo palestinese ma anche la biografia della sua poesia,  dal momento che è un percorso sì umano ma soprattutto poeticamente creativo. (A.S.)


…come dicono che muoiono,  quelli che hanno amato molto

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*… quam magnus numerus Libyssae arenae
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aut quam sidera multa, cum tacet nox,
furtivos hominum vident amores

                                                       (Catullo)

Immaginati adesso che tu ed io

ormai a notte fonda
parliamo da uomo a uomo, finalmente.
Immaginatelo,
in una di quelle notti memorabili
di rara comunione, con la bottiglia
mezza vuota, i posacenere sporchi,
e dopo aver sviscerato il tema della vita.
Ti mostrerò un cuore,
un cuore infedele,
nudo dalla cintola in giù,
ipocrita lettore – mon semblable, – mon frère!

Perché non è l’impazienza del cacciatore d’orgasmo
che trascina il mio corpo verso altri corpi
se possibile giovani:
io inseguo anche il dolce amore,
il tenero amore per dormirci accanto
e che rallegri il mio letto al risveglio
……………………………………………
Per sapere d’amore, per apprenderlo,
essere stato solo è necessario.
Ed è necessario in quattrocento notti 
– con quattrocento corpi differenti –
aver fatto l’amore. Che i suoi misteri,
come disse il poeta, sono dell’anima,
ma un corpo è il libro in cui si leggono.
………………………………………………

La sua gioventù, la mia,
– musica del mio fondo –
sorride ancora nella imprecisa grazia
di ogni corpo giovane,
di ogni incontro anonimo,
illuminandolo. Dandogli un’anima.
…………………………………………
Né la passione di una notte d’avventura
che possa comparare
con la passione che porta il conoscersi,
gli anni di esperienza
del nostro amore.
Perché anche in amore
è importante il tempo,
e dolce, in qualche modo,
verificare con mano melanconica
il suo percettibile passaggio sopra un corpo
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Sulla sua pelle indefinita,
quando passeranno altri anni e saremo alla fine
voglio schiacciare le labbra invocando
l’immagine del suo corpo
e di tutti i corpi che una volta amai
anche fosse un istante, disfatti dal tempo.
Per chiedere la forza di poter vivere
senza bellezza, senza forza e senza desiderio,
mentre continuiamo uniti
fino a morire in pace, entrambi,
come dicono che muoiono  quelli che hanno amato molto.

Jaime Gil de Biedma
Barcellona 13 11 1929 – Barcellona 8 1 1990

da Antologia Poetica (1953 – 1981) traduzione F. Luti

E ‘stato uno dei più grandi poeti spagnoli della generazione degli anni Cinquanta. La sua è una poesia  di grande intensità e  perfezione formale: colloquiale, comprensibile fin da subito, e tuttavia raffinata. Sebbene fosse nato da una famiglia dell’alta borghesia, la denuncia sociale e la sua ferma opposizione al franchismo sono temi che ricorrono spesso nella sua opera, ma non solo.

Jaime de Bidma ebbe una personalità  e una vita complesse e tormentate. L’eccesso di alcol e una vita senza regole lo portarono  a situazioni, spesso,  drammatiche e complicate. Un suo biografo dice di lui ” aveva una sessualità trasgressiva, disperata, incontenibile e in questo somigliava a Pasolini..” Debbo dire che mi è capitato di pensare la stessa  cosa quando ho letto “Epidemica e Celeste”.  Tocca l’anima. Nei versi è espresso,  con profondo sentimento e commovente sincerità,  l’irrefrenabile bisogno di passare attraverso molteplici avventure omosessuali, una specie di viatico necessario,  per esaltare, comunque sia,  l’unico vero grande amore, il mondo di relazioni che si stabilisce tra due persone che si amano l’un l’altro, profondamente. 

*sono versi tratti dal VII carme di Catullo (sotto, in neretto, la traduzione dei versi citati)

Tu chiedi, oh Lesbia, quanti tuoi baci  siano a me sufficienti e di avanzo Quanto grande il numero di (granelli di) sabbia libica (che) giace a Cirene la sarpicifera (ricca di laserpicio, una pianta detta anche silfio), tra l’oracolo di Giove infuocato e il sacro sepolcro dell’antico Batto, oppure quante stelle, quando la notte tace, vedono i furtivi amori degli uomini. Solo così Catullo pazzo d’amore sarà sazio, se tu lo bacerai con tanti baci che i curiosi non possano contarli, né gettare il malocchio i maldicenti.


….e si deve avere il gelo nel cuore per sentire il nulla che è.

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Si deve avere una mente invernale
per considerare il gelo e i rami
dei pini incrostati di neve

e avere sentito tanto freddo
per scorgere i ginepri irti di ghiaccio,
gli scabri abeti nel brillìo distante

del sole di gennaio; e non pensare
a un tormento nel suono del vento,
nel suono di poche foglie,

che è il suono della terra
intriso dal medesimo vento
che soffia nello stesso spazio spoglio

per chi in ascolto, ascolta nella neve,
e, lui stesso un nulla, osserva
niente che non sia lì e il niente che è.

Wallace Stevens
(Reading, 2 ottobre 1879 – Hartford, 2 agosto 1955)

“L’uomo di neve”

traduzione di Nadia Fusini

Le fasi della vita dell’uomo, declinate come stagioni atmosferiche in cui  ciascun paesaggio corrisponde a uno stato d’animo. In questa poesia, lo spirito dell’inverno che è  il vuoto desolante di un paesaggio, coincide  con  il vuoto di senso che prova il poeta.


Abbandoni

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Apposta quando mi hai piantato

non hai preso

il segno che ha lasciato

la tua testa

sul cuscino?

 

Eppure

nel nostro amore confidavo

quanto nell’orologio

al molo dei battelli,

o alla stazione dei treni.

 

E come te,

anche mia madre mi aveva abbandonato

e sta  nell’ombelico

il segno,

lasciato

dalla sua mancanza.

 

Sunay Akin

Trabzon, Turchia 12 settembre 1962 

Da AntiQuori, Fermenti 2005,

a cura di Laura Rotta e Giampiero Bellingeri


Momenti

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Che cosa fai?
Niente. Guardo
soltanto piovere
sulla piazza.
E si sedette
al suo fianco.
E si aggiunse,
in silenzio,
a quella celebrazione
della nostalgia,
a quel
rigoglio
di malinconia.

Karmelo C. Iribarren, San Sebastián 1959


Bene, diciamo…

A man stands behind a window at his home in Havana

Bene, diciamo che abbiamo vissuto,
non certo – sebbene sarebbe elegante –
come i greci della polis radiosa
ma simili a statue crisoelefantine
e con un inizio di steatopigia.
Abbiamo vissuto in un’isola
forse non come volevamo,
ma come potevamo.
Così abbiamo abbattuto alcuni templi
e ne abbiamo innalzati altri
che ancora rimangono
o che sono stati a loro volta abbattuti.
Abbiamo scritto instancabilmente,
sognato quanto basta
per penetrare nella realtà.
Abbiamo alzato dighe
contro l’idolatria e il crepuscolare.
Abbiamo adorato il sole
e, cosa ancora più splendida,
abbiamo lottato per risplendere.
Ora, in silenzio per un po’,
ascoltiamo città ridotte in polvere,
ardere in scintille illustri manoscritti,
e il lento quotidiano sgocciolio dell’odio.
Ma è solo una pausa del nostro futuro.
Presto saremo pronti a conservare.
Non sopra le rovine, ma sopra il ricordo,
perché guarda: non hanno peso
e noi ora cominciamo.

Virgilio Piñera Llera, Cuba 4 8 1912 – Havana 18 10 1979

da “Diciamo che abbiamo vissuto” in “Il peso di un’isola”

traduzione Giordano Lupi

Virgilio Piñera , uno dei più grandi poeti latinoamericani, con Lezema Lima fu una delle intelligenze più originali del suo paese. Emarginato dal regime castrista, visse dodici anni in Argentina, dove collaborò alla rivista Sur, fu amico di personaggi così diversi tra loro come Witold Gombrowicz, Borges o Bioy Casares, e pubblicò anche il suo primo romanzo, La carne de René ( 1952, edito in Italia, ma introvabile)  Piñera si considerava  un “poeta occasionale”, perciò restio a pubblicare  le sue poesie. La sua opera poetica, al tempo stesso incredula e appassionata, barocca e colloquiale, essenzialmente incentrata nel dibattito lacerante tra vita e letteratura,  si manifesta “nell’apprezzamento del corpo umano al di sopra dell’anima, della realtà senza ornamenti e della ricerca del momento vitale prima delle considerazioni etiche, religiose, filosofiche. Solo in vecchiaia riconobbe il valore della letteratura e dell’artista, che considera creatore supremo di qualcosa di decisivo per l’uomo, interprete necessario, anche se ripudiato o mutilato, dell’irrealtà del reale.  Oltre che come poeta è celebre per le sue opere di teatro Electra Garrigó, En esa helada zona, Falsa alarma, Dos viejos pánicos. Eccellente narratore breve con titoli come Cuentos fríos e buon romanziere: Pequeñas maniobras (1963) e Presiones y diamantes (1976). In Spagna è stato pubblicato nel 2000 un volume con i suoi Cuentos completos. In Italia è tutto inedito.(da Il foglio letterario)


mi sono visto di spalle che partivo….

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Anime salve

Mille anni al mondo mille ancoraChe bell’inganno sei anima miaE che bello il mio tempo che bella compagniaSono giorni di finestre adornate
Canti di stagioneAnime salve in terra e in mareSono state giornate furibondeSenza atti d’amore
Senza calma di ventoSolo passaggi e passaggiPassaggi di tempoOre infinite come costellazioni e onde
Spietate come gli occhi della memoriaAltra memoria e non basta ancoraCose svanite facce e poi il futuroI futuri incontri di belle amanti scellerate
Saranno scontriSaranno cacce coi cani e coi cinghialiSaranno rincorse morsi e affanni per mille anniMille anni al mondo mille ancora
Che bell’inganno sei anima miaE che grande il mio tempo che bella compagniaMi sono spiato illudermi e fallireAbortire i figli come i sogni
Mi sono guardato piangere in uno specchio di neveMi sono visto che ridevoMi sono visto di spalle che partivoTi saluto dai paesi di domaniChe sono visioni di anime contadineIn volo per il mondoMille anni al mondo mille ancoraChe bell’inganno sei anima miaE che grande questo tempo che solitudineChe bella compagnia

Caro Faber, tu non ci sei più ma restano gli emarginati, i pregiudizi, i diversi, restano l’ignoranza, l’arroganza, il potere, l’indifferenza.… (don Gallo)

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In ricordo di Fabrizio De André che, ventiquattro anni oggi, intraprese il suo viaggio più lungo.

Signore, perseguita gli adoratori del serpente lascivo!

Fa che tutti concepiscano il mio corpo come una fonte

inesauribile della tua infamia.

Signore, secca i pozzi che stanno in mezzo al mare dove i

pesci copulano senza riuscire a riprodursi.

Lava i cortili delle caserme e vigila sui neri peccati della

sentinella. Genera, Signore, nei cavalli l’ira delle tue

parole e il dolore di vecchie donne senza pietà.

Smembra le bambole.

Illumina la stanza del pagliaccio. Oh Signore!

Perché infondi quell’impudico sorriso di piacere nella

sfinge di stracci che predica nella sala d’aspetto?

Perché hai tolto ai ciechi il bastone con cui laceravano la

densa felpa del desiderio che li assedia e li sorprende

nelle tenebre?

Perché impedisci alla selva di entrare nei giardini e di

divorare i sentieri di sabbia percorsi nelle sere di festa

dagli incestuosi, dagli amanti attardati?

Con la tua barba da assiro e le tue mani callose, presiedi,

Oh fecondissimo! la benedizione delle piscine

pubbliche e il conseguente bagno degli adolescenti

senza peccato.

Oh signore! accogli le preghiere di questo scrutatore

 supplicante e concedigli la grazia di morire avvolto

 nella polvere delle città, addossato alle gradinate di

 una casa infame e illuminato da tutte le stelle del

 firmamento.

Ricorda Signore, che il tuo servo ha osservato pazientemente

le leggi del branco. Non dimenticare il suo volto.

Amen.

Álvaro Mutis 

Bogotá, 25 agosto 1923 – Città del Messico, 22 settembre 2013

da “Summa di Maqroll il Gabbiere” 

traduzione di Fabio Rodriguez Amaya

Questa poesia  ispirò quel capolavoro  di Fabrizio De André  dal titolo”Smisurata preghiera”. In un concerto lo stesso De André presentò così la canzone

Le maggioranze hanno la cattiva abitudine di guardarsi alle spalle e di contarsi … dire: siamo 600 milioni, un miliardo e 200 milioni… e, approfittando del fatto di essere così numerose, pensano di poter essere in grado, di avere il diritto, soprattutto, di vessare, di umiliare le minoranze.
La preghiera, l’invocazione, si chiama “smisurata” proprio perchè fuori misura e quindi probabilmente non sarà ascoltata da nessuno, ma noi ci proviamo lo stesso”


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