io ti canto…

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LIX
io ti canto
per le tue tenerezze senza pudore
per i  ” vaffanculo”  che mi getti addosso
io ingiusto come un dio e come un dio capriccioso
della stessa ingiustizia del padre
cacciatore e preda
superbo nel suo regno
fatto di venti nobili
venti di brughiera che soffiano
su terreni non facili
tutti ancora da costruire
dove il sangue ti schiuma tra l’inguine e i garetti
come i temporali di luglio
o la neve signora delle alte vette
convinto che c’è un attimo
un attimo soltanto tra le 4 e le 4 ed un minuto
che il mondo si rifonda ogni mattina
riprende le sue ragioni a malavoglia
le geometrie antiche della materia e della specie
prima che gli uccelli si posino sui fili elettrici della luce
prima che io ti riconosca
all’angolo di una strada qualsiasi
di una città qualsiasi
dove sette stazioni ci stanno tutte
e sette omicidi al chiaro di luna
e sette false partenze
e sette addii
e sette minotauri
un poco alticci un po’ feroci
io ti canto
per vedere le cose che tu vedi
e frequentare i venti che frequenti
e leggere i sogni che non sai leggere
e poi andarci una volta e per sempre
sull’altra faccia della luna
senza chiederci più  “perché come”
per sapere, insomma,
che cazzo siamo
dopo cinquantanni che ce lo chiediamo.

Emilio Piccolo, Acerra 13 5 1951 – 23 7 2012

da “Les arrangements”


Notturno

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Il vento del sud soffia di nuovo da qualche parte di me – solido

 

Quante sono le sue parti

 

tanti sono io.

 

Vagare su foglie secche, sfatte e caduche che mi rivestono come lacrime

 

L’autunno non è cordiale come settembre

 

 come quella di pelle liscia e ardente che mi accarezzò la faccia

 

scolorata dal tempo

 

Oggi il giorno non è accaduto

 

il mondo intero è evaporato e la pioggia ha cancellato ciò che

 

non c’era già più.

 

 

 

Narlan Matos. Bahia, Brasile 1975

 

da “Signore e signori, l’alba!”  in La provincia oscura

 

traduzione di Giorgio Mobili

 

 

Qualche considerazione mentre inizio a leggere “La provincia oscura” del poeta Narlan Matos,  un poeta brasiliano che amo moltissimo. 

Ricordo che la contezza del  mio innamoramento perso per la poesia sudamericana in generale,   l’ebbi alla lettura de “ Il fiume” di Javier Heraud: il viaggio esistenziale associato al corso di un fiume non era semplicemente una metafora del cammino dell’uomo su questa terra. Il fiume che scorre era la metafora del tempo cosmico, dell’universo in cui, volontariamente,  l’essere umano si immerge  per sentirsene parte, un’ infinitesima parte, un piccolo segmento di un tutto dove cercare e riconoscere l’assoluto e, in esso, il  senso del nostro stare al mondo. La poesia sudamericana è una poesia cosmica,  una poesia che sembra resistere al razionalismo e si affida a una sensibiltà primordiale,  che cerca disperatamente il valore assoluto nella continuità materiale e spirituale  tra l’uomo e l’intero esistente. Una poesia  totalizzante ma  intima e personale, segnata spesso da una malinconia struggente quando chiede conto,  al vento e al mare,  del dolore umano e della morte dinanzi all’infinità dell’oceano, una poesia in cui si sente forte il legame di identità con i luoghi della propria storia ma anche della storia collettiva, quella  di un intero popolo.   E poi una cosa che mi ha sempre colpito:  in molti paesi di quella parte del mondo, afflitta da dittature, conflitti e   povertà, si organizzano da decenni festival della poesia. Un esempio su tutti, a Medellin, da 26 anni il Festival Internazionale di Poesia , è uno dei festival di poesia più conosciuto al mondo e emblema della resistenza civile  attraverso la poesia e l’arte. Durante il Festival, più di 100 poeti provenienti da tutto il mondo leggono le proprie poesie in varie zone della città.

E ora comincia la lettura….

 

 


Ti ricordo come eri nell’ultimo autunno…

 

Ti ricordo come eri nell’ultimo autunno.
Eri il berretto grigio e il cuore in calma.
Nei tuoi occhi lottavano le fiamme del crepuscolo.
E le foglie cadevano nell’acqua della tua anima.

Stretta alle mie braccia come un rampicante,
le foglie raccoglievano la tua voce lenta e in calma.
Fuoco di stupore in cui la mia sete ardeva.
Dolce giaciglio azzurro attorto alla mia anima.

Sento viaggiare i tuoi occhi edè distante l’autunno:
berretto grigio, voce d’uccello e cuore di casa
verso cui emigravano i miei profondi aneliti
e cadevano i miei baci allegri come brage.

Cielo da un naviglio. Campo dalle colline:
il tuo ricordo è di luce, di fumo, di stagno in calma!
Oltre i tuoi occhi ardevano i crepuscoli.
Foglie secche d’autunno giravano nella tua anima.

Pablo Neruda
da “Venti poesie d’amore” VI


……questa stagione che assopisce il sole

 

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Lasciami credere

che siamo come foglie.

Che cadiamo dai rami

degli alberi senza dolore.

Che qualcuno

ci raccoglierà per

il colore nuovo.

Non è mai morte,

così decido per me e per te

che hai coraggio

di denudare questa stagione

che assopisce il sole.

Saremo mucchio

sui bordi dei marciapiedi,

con qualche barbone

ed i suoi cani.

Sui rami,

attesa per il verde

sacro

di chi verrà ancora.

 

Sonia Tri,  Pordenone  1969


“Una poesia deve resistere all’intelligenza quasi completamente” Wallace Stevens

Poesia Festival 2016 dodicesima edizione
dal 19 al 25 settembre, nell’Unione Terre dei Castelli e Castelfranco Emilia in provincia di Modena.
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“….non credo che cambiando il linguaggio si cambi l’uomo; ma che mettendo in rilievo le anomalie, la imprevedibilità,  la poliedricita’ inesauribile del vissuto così come si rivelano nella poesia, si porti l’uomo a confronto con se stesso facendolo usc ire dagli stereotipi a cui lo si obbliga”  ( Andrea Zanzotto)

16/18 settembre 1982. Il massacro di Sabra e Shatila

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Potete legarmi mani e piedi
Togliermi il quaderno e le sigarette
Riempirmi la bocca di terra:
La poesia è sangue del mio cuore vivo
sale del mio pane, luce nei miei occhi.
Sarà scritta con le unghie, lo sguardo e il ferro,
la canterò nella cella della mia prigione,
al bagno,
nella stalla,
sotto la sferza,
tra i ceppi
nello spasimo delle catene.
Ho dentro di me un milione d’usignoli
Per cantare la mia canzone di lotta.

Mahmud Darwish

Birpwa, 13 marzo 1941 – Houston, 9 agosto 2008

Erano piombati alle nove d’un mercoledi’ sera, i falangisti di papà Gemayel,…E con la complicità degli israeliani, sempre lieti di soddisfare la loro inesauribile sete di vendetta, avevano circondato i due quartieri per bloccarne ogni via d’uscita. Una manovra cosi’ veloce, perfetta, che pochi avevano avuto il tempo di nascondersi o tentare la fuga. Poi, fieri della loro fede in Gesù Cristo e in San Marone e nella Madonna, protetti dai figli d’Abramo che gli illuminavan la strada coi riflettori, erano irrotti nelle case. S’erano messi ad ammazzare i disgraziati che a quell’ora cenavano o guardavano la televisione o dormivano. Avevano continuato tutta la notte. E tutto il giorno seguente. E tutta la notte seguente, fino a venerdi mattina. Trentasei ore filate. Senza stancarsi, senza fermarsi, senza che nessuno gli dicesse basta ……… alla fine i morti furono piu’ di mille” (Oriana Fallaci)


Visita della pioggia

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Giunge all’improvviso la pioggia, installa le sue truppe,

minuziosi guerrieri di seta e sonno. 

Salta gioiosa sui tetti, scende per le gronde con chiasso precipitoso;
inizia la grande festa delle acque in viaggio che stabiliscono il loro dominio transitorio
 e per mano ci portano a regioni che il tempo aveva 
seppellito, a quanto sembra, per sempre:
lì ci attendono
la febbre dell’infanzia,
………………………………………………..
i nostri genitori, giovani molto più giovani di noi adesso,
che la pioggia riscatta dalla loro cenere bruna senza
età, dal loro silenzioso lavoro minerale
e irrompono vestiti di risa e gesti giovanili.
Che benedizione la pioggia, che meraviglia intatta il
suo passo improvviso e benefico
che ci preserva dall’oblio e dalla mansueta abitudine
senza memoria…………..
 Con quale gioia trasparente ci insediamo nel suo 
impero di baldacchini vegetali
e con quanta rassegnazione costruita la ascoltiamo
tacere lentamente, allontanarsi e ritornare per un istante,
finché non ci abbandoni in mezzo a un silenzio
limpido, di un ambito appena inaugurato……..
……………………………………………………………..
Álvaro Mutis
Bogotà, 25 agosto 1923 – Città del Messico, 22 settembre 2013
da Poesie disperse in  ” Summa di Maqroll il gabbiere”
a cura di Fabio Rodriguez Amaya

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