Le peonie di Honfleur

 

Apro un cassetto, un altro ancora,  poi un armadio. 

Per la miseria! non c’è un filo di  spazio.

Mi dico “dovresti buttar via un po’ di roba”

ma proprio non riesco a disfarmi di niente,

o  meglio, è insopportabile per me  fare a meno

di tutto quello che ho desiderato,  che ho  dimenticato

e poi cercato, che ha fatto parte dei miei giorni, della mia vita.

La sindrome dell’abbandono è una condizione

che ho  vissuto nel momento stesso in cui sono venuta al mondo

e, come un imprinting, è rimasto  stampato  

per sempre nella mia memoria affettiva.  

Deve essere per questo che  vivo nel terrore 

di poter essere separata per sempre,

per un motivo o per un altro,  da quello

a cui sono più attaccata, fosse anche un oggetto

sprofondato e dimenticato  nel più remoto angolo della mia casa.

E dire che  il destino una mattina,  stabilisce tuo malgrado

che puoi fare a meno  di chi  ti ha accompagnato

il primo giorno a scuola  e  per un lungo tratto della vita. 

Da un giorno all’altro  fai a meno di chi,  con la sua voce,  

ha scandito il ritmo dei tuoi giorni

ed era ogni mattina  la sostanza di un altro giorno insieme. E allora?

E allora  continui a vivere anche senza il servizio da thé

spaiato  della  bisnonna , dei vecchi libri del liceo,  

messaggeri d’amore inconsapevoli,

tra l’ora di storia e quella di latino.

Puoi fare a meno delle carte stradali di mezza Europa

e  dei disegni sbiaditi di un’estate a Salisburgo.

Vivrai lo stesso anche senza  il  vecchio scialle

in cui ogni tanto affondi il viso e  che ha perso

ormai  l’odore della pelle di tua madre.

Vivrai,  comunque,  senza  le peonie di seta

che  comprasti al mercato di Honfleur,  

un mattino d’agosto che intorno

c’era una luce che abbagliava i tuoi occhi e la tua vita.

E  tu fosti tanto  sciocca

da  pensare che quell’attimo fosse l’eternità.

 

Annamaria Sessa 

 

 


12 responses to “Le peonie di Honfleur

  • annavercors

    Bello! e vero!
    Ultimamente mi sto accorgendo che ci sono migliaia di cose di cui posso e devo fare a meno, se non voglio che la casa mi crolli addosso (letteralmente). L’unica cosa che mi conforta è che non potrò portarmi appresso tutta questa roba che ormai non mi servirà più all’altro mondo…
    In fondo restiamo attaccati alle cose per una sorta di solitudine che ci fa attaccare alle cose come se garantissero l’eternità. Ma non è così. E se si butta via tutto ciò che è superfluo si è anche più liberi di amare l’essenziale.

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  • iraida2

    Ho paura che dovremmo imparare a perdere anche ciò che superfluo non è.
    Grazie e buona serata a te.

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  • spaziocorrente

    Vero. Peccato che sovente sia la cruda realtà a sbatterci in faccia questa verità. Cogliere l’attimo e goderne, sembra così facile a dirlo ma tremendamente difficile a farlo. Ma prima o poi impari che è così, perchè oltre alle cose superflue, ci sono istanti che ti portano via ciò che ha talmente valore, che quasi credevi fosse eterno.
    Bisogna saper cogliere quell’attimo e goderselo proprio come fosse un frammento di eternità.
    Ciao

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  • iraida2

    Fortunatamente, ed è giusto che sia così, solo quando si è giovani abbiamo la falsa percezione di essere eterni. Con gli anni, ogni cosa ci sbatte in faccia il suo carattere effimero e transitorio e sempre meno sappiamo proiettarci nel futuro. Ma questa è la vita!
    Buona giornata a te.

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  • annavercors

    Se permettete dico la mia esperienza di diversi lustri.
    Ho scoperto che si può vivere l’istante come eterno e non perderlo; ho scoperto che non si finisce mai di imparare finché si è inè in vita e si hanno gli occhi spalancati sulla realtà che alla fine scopriamo amica. Non perché sia tutto rose e fiori, ma perché ognio circostanza, anche negativa, ci mette in moto e ci fa ricominciare.
    Sempre che si conosca il significato profondo di quel che ci accade.
    In questo senso tutto ciò che è essenziale non va perso, ma si arricchisce inspiegabilmente di una novità affascinante e mobilitante.

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  • iraida2

    Ognuno nella sua vita fa delle esperienze. Poi, dalla capacità di elaborarle, dalla sensibilità, dalle personali inclinazioni, dipende quello che riesci ad imparare. Io intendevo parlare di quel senso di onnipotenza, e sfido chiunque a dire il contrario, che da giovani ti fa sentire quasi immortale: la prima volta che ci si innamora, il giorno della laurea o del primo lavoro , la nascita di un figlio, l’armonia che senti con tutto ciò che ti circonda….Con gli anni diventi più prudente anche a sognare. Questo volevo dire.
    Grazie per il tuo intervento.

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  • moraletale

    Il senso della fugacità è sempre più incombente col passare degli anni. L’esperienza ce lo ha mostrato oramai troppe volte. Ma è soprattutto la fine del tempo della costruzione a impaludarci in un sentimento nostalgico del passato. Una specie di rovesciamento dell’attività di sognare il futuro.

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  • iraida2

    No, niente nostalgia! E’ nell’ordine delle cose che gli anni portino ad un “ri-orientamento” della propria vita, è inevitabile e sarebbe sciocco vivere proiettandosi nel passato, come è naturale sentirsi immortale a vent’anni. E’ solo che l’esperienza accumulata, come ho già detto nel commento precedente, acuisce la percezione dell’effimero” delle nostre esistenze. Tutto qui

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  • marzia

    Non è oblìo, secondo me, “abbandonare” oggetti: il ricordo permane ed è questo che conta.
    Noi siamo in trasformazione, Iraida.
    Se riusciremo ad accettare di liberarci dei tanti bozzoli, diverremo farfalle prima, non credi..;)

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  • iraida2

    Può darsi che sia come dici, chissà!

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  • giuliagunda

    “E dire che il destino, una mattina, stabilisce tuo malgrado, che puoi fare a meno di chi ti ha accompagnato il primo giorno a scuola e per un lungo tratto della vita. Da un giorno all’altro, fai a meno di chi, con la sua voce, ha scandito il ritmo dei tuoi giorni ed era, ogni mattina, la sostanza di un altro giorno insieme. E allora?”. Questi pensieri mi turbano spesso. Mi spaventa come ci si abitui in fretta alle assenze, specialmente quelle imposte da forze maggiori, quelle obbligate. Ogni volta tale prospettiva ci appare impossibile, la neghiamo e la scacciamo dalla testa a pugni stretti. Eppure alla fine ci si abitua, sempre.

    Complimenti per il post, delicato e toccante.

    G.

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  • iraida2

    In realtà abituarsi alle “assenze” è un cammino lungo, doloroso ma incontrovertibile. È in fin dei conti un’arte che si impara con gli anni. A chi è giovane sembra un’atroce crudeltà, ma con gli anni, quest’arte si affina sempre più.
    Grazie per il tuo commento.
    Annamaria

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