…dovrò diventare io stessa il fischio di un treno…

Questa poesia mi riporta a una lettura degli anni dell’ università “Il deserto dei Tartari” di Dino Buzzati. Il tenente Drogo in cima alla torre della fortezza scruta l’orizzonte,  aggrappato all’attesa di un qualcosa che dia senso alla sua vita. Ma consumerà il suo tempo e la sua stessa vita, senza che nulla accada, in un’attesa che equivale a una rinuncia e perciò a una sconfitta.

Gli ultimi versi della Dimitrova, invece, si aprono alla fiducia  e alla speranza: il tempo dell’attesa ha una scadenza e solo noi possiamo infrangere con il coraggio quell’ “aria inchiodata” che si impossessa dei nostri giorni. Solo noi.

SALA D’ASPETTO
L’intero spazio della mia vita
fu una sala d’aspetto da soglia a soglia,
racchiusa da vetri con aria in cornici d’acciaio
sotto le picche incrociate
di lancette d’orologio.

Stare in ascolto. Sussurrare. Trattenere il respiro.
Attendere un qualche segnale.
Ritardo. E di nuovo.
Ancora un poco. Già domani. Ancora
un attimo di pazienza infinita.

Se sbattevo l’ala contro l’aria vitrea,
invece di infrangerla,
era l’aria a spezzare la mia ala.

Sono già trascorsi i miei secondi.

Non saprò aspettare. Ma confuso
come in un sogno apparve
attraverso i vetri sporchi,
quasi in uno specchio nella nebbia,
il mio volto riflesso.

Era il volto stesso dell’attesa,
giunto al punto di pietrificazione.

E ho capito, all’improvviso:
c’è sempre un’ultima scadenza
per infrangerlo col naso –
per smuovere quest’aria inchiodata.

Non arriverà più un treno da altri luoghi.
Non più.

Dovrò io stessa diventare
il fischio di un treno lontano,
e un ritmo affannoso
sempre più veloce, sempre più vicino,
sempre più qui!

 

Blaga Nikolova Dimitrova

Byala Slatina 2  1 1922 ,  Sofia  2  5  2003


2 responses to “…dovrò diventare io stessa il fischio di un treno…

  • carlo (cKlimt)

    bella questa tua scelta… l’impellenza della consapevolezza da raggiungere
    Comprendere che se non siamo noi a diventare locomotiva dei nostri giorni rischiamo la pietrificazione.
    Del “deserto dei tartari” letto ben due volte a distanza di anni ho un ricordo un poco opprimente, per quei tempi dilatati e lentissimi
    Quelle atmosfere che alla fine ti fanno percepire il tempo che passa come un vano scorrere di sabbia nella clessidra.
    .
    Quel libro già alle Medie mi diede come un campanello d’allarme
    Il rischio di vedersi annullati e dissolti nell’attesa di un domani di là da venire. Un poco di “Aspettando Godot” magistralmente calato da Buzzati in un paesaggio onirico quasi da steppa “metafisica”.

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  • iraida2

    cKlimt
    Sul Deserto dei tartari hai ragione ma quella tecnica narrativa credo sia funzionale al concetto stesso dell’attesa, estenuante, avvilente, logorante che è, poi, il nucleo centrale del libro.
    Quante volte nella vita l’attesa diventa un alibi alla mancanza di coraggio! importante è, come dici tu, capirlo.
    Un saluto a te

    "Mi piace"

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