Sembrava facile…c’era il sole, il vociare del vento, c’era l’infanzia con le altalene a filare il tempo…

Erano mattine come queste, calde e luminose. La scuola era finita e noi ci sedevamo al fresco, sui gradini della scala. In  mano, il nostro pane con lo zucchero. Allora non c’erano  fieste né pinguì. La nutella, nelle botteghe dei piccoli paesi di provincia, arrivava in latte di stagno e venduta  a  cucchiaiate  in coni di carta oleata.

Eravamo  sui gradini, i più piccoli avevano da subito già leccato lo zucchero dal pane, mentre noi, più smaliziati addentavamo le nostre fette, mostrando agli stupidelli di sapere il fatto nostro. Ogni tanto ci fermavamo. Il pane, tenuto a mezz’aria, attirava qualche mosca di passaggio ma chi ci faceva caso? Non un fiato,  non una mossa mentre Dora adesso bisbigliava. Le parole erano scandite, il tono era grave, la narrazione era a un punto estremo di drammaticità e la mosca, coraggiosamente, si era ormai posata sui baffi di zucchero che incorniciavano le nostre bocche spalancate per la paura e lo stupore.

Mia madre, quando ero piccola, non mi raccontava mai  le favole, le piaceva parlarmi della sua famiglia, della sua giovinezza,  della prima volta che aveva visto il mare. Ora che ci penso, detestava le favole e tutto ciò che non fosse, in qualche modo, verosimile. Lei era così, dolcissima e però ben piantata sulla terra.

Tutti pendevamo dalle labbra di Dora, quando, in cima alla gradinata cominciava.. “c’era una volta…”  e non c’era biancaneve, cappuccetto o la bella addormentata. Le sue storie  nascevano lì, davanti ai nostri occhi sgranati e raccontavano di un bambino prigioniero in labirinti senza uscita,  sotterranei e luoghi sconosciuti, abitati dal buio e dal mistero. Nessuno di noi avrebbe voluto essere quel bambino e Dora sapeva tenerci sulla corda. Poi…. poi arrivava la magia,  il bambino cantava una filastrocca e il suono della sua voce vinceva la paura e orientava i suoi passi, la luce tornava e il bambino era salvo. Mia madre ci mise un po’ a capire perché ogni volta che mi mandava in cantina a prendere il vino, cantavo a squarciagola tutto il tempo.

Erano mattine come queste, c’era la luce, c’era la scala e c’era il nostro pane zuccherato da finire.

Dora condivideva con noi il cortile e il quotidiano. Era alta e imponente, col viso dolce e triste di chi porta  ferite antiche. Spesso la vedevo  piangere, non osavo avvicinarmi e così la osservavo, nascosta  dietro un angolo di muro  che separava il suo giardino dal nostro. Anche quella mattina Dora, rossa in viso,  tormentava le foglie di un povero geranio mentre piangendo  discuteva  con suo marito.  Poi, fu un attimo. Mi vide. Mi ritrassi di scatto e  con le spalle attaccate al muro, chiusi gli occhi e con un fil di voce  ripetei come un mantra “ canta Dora, canta…canta….canta la filastrocca!”

Allora non sapevo che un uomo può diventare l’inferno in terra per una donna, ero troppo piccola per capire che nessuna filastrocca al mondo sarebbe bastata a scongiurare la paura che Dora aveva di quell’uomo o far  sparire i lividi che spesso  aveva in viso . 

Non sapevo ancora che la vita, a volte, può diventare un groviglio inestricabile, dove anche la più dolce delle melodie non può bastare ad orientare i passi e trovare una via d’uscita al dolore e alla paura.

Annamaria S.

 

*******

Sembrava facile pensare che potesse essere tutto lì.
C’era il sole, il vociare del vento, c’era l’infanzia con le altalene
a filare il tempo, c’erano i prati, gli alberi, il loro verde
materiale e mutevole e c’era un poco d’ombra
per non socchiudere troppo gli  occhi.
 
Sembrava facile, sì, pensare che potesse essere tutto
in quella luce a strati, nel desinare chiaro della rondine,
nel lavorio della formica, nella liturgia della morte,
nella sua sonora pietra. Felice di nulla edificare.

Lucianna Argentino (Roma 1962)
(dalla raccolta inedita “L’ospite indocile”)


12 responses to “Sembrava facile…c’era il sole, il vociare del vento, c’era l’infanzia con le altalene a filare il tempo…

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