…..perché la notte possiede rade darsene

strada-di-notte
La notte era avanzata fino a stabilire i suoi domini
smorzando cancellando ogni rumore ogni suono
che non fossero quelli della sua tenebra sparsa
delle sue tortuose gallerie dei suoi lenti dedali
attraverso i quali procede incespicando contro elastiche pareti
dove rimbalza l’eco di parole e passi d’altri giorni
e fluttuano s’accostano si scostano volti
sfocati nella caligine impalpabile del sogno
volti che conoscemmo nell’infanzia
o che incontrammo un giorno
nei corridoi anonimi di un ministero
o nei cessi di una stazione abbandonata
insieme a una donna che forse avrebbe cambiato
la nostra vita
e con la quale non parlammo mai né sapemmo il suo nome
e che beveva lentamente un bicchiere di latte tiepido
nel sordido angolo di un caffè di provincia
dove il rumore delle palle del biliardo
si confondeva con la musica rarefatta di un grammofono
o nell’ordinato ufficio postale di Namur
dove andammo per un pacco d’oltremare
Perché la notte riserva
queste sorprese destinate a chi sa contrattare
con i suoi poteri e smarrirsi nei suoi corridoi
dopo avere per sempre abbandonato le armi
precarie che concede la vigilia e violato la poca
tolleranza con cui ci consente penetrare
in certe regioni senza smettere di esercitare
su noi i suoi decreti di cenere nè di srotolare
davanti a noi il liso tappeto delle sue concessioni
Sono pochi in verità gli eletti che si liberano
di questi intoppi e si lanciano nella notte con l’affanno
di chi intende sfruttare fino in fondo quelle vacanze
senza fine che offre l’oscuro prestigio dei suoi regni
come chi regala un’illusione d’eternità
una sopravvivenza non garantita ma fornita
di una piccola quantità di alternative allettanti
dove il piacere ci sommerge
con lo scatto felino di ciò che deve perdersi
Perché la notte possiede rade darsene
poco illuminate vegetazioni mobili
di alghe eccitate che ci accolgono agitando
ritmicamente i cangianti teloni dei loro veli funebri
È per questo che chi ha stretto il patto
usa preparare minuziosamente e con cauto entusiasmo
ogni escursione nei reami notturni
Come quei viaggiatori che serbano la bottiglia del vino
bevuto per salutare chi andò alla guerra
e poi la sera la riempiono con olio di palma
e col sudore raccolto dalle tempie dei moribondi
o come quei macchinisti che prima di partire
e di far salire la pressione nelle caldaie vi incidono sulle pareti
la preghiera dei pastori senza gregge
Ma non è neppure questo perché chi s’insedia
dietro i confini della notte non ha bisogno di piegarsi
a regole tanto rigide né a condizioni così precise
È piuttosto come abbandonarsi alla corrente
limitandosi con un leggero movimento delle gambe
o con una tempestiva bracciata ad impedire l’urto
contro le pietre e cedere alla spinta delle acque
senza mai perdere una certa libertà
Non per fuggire alla fine bensì perché la discesa sia
più un viaggio soggetto ai capricci del desiderio
che una vertigine imposta dalle acque
Ma non è neanche questo perché la notte stessa
lascia trappole alle quali possiamo sfuggire
improvvisamente ed è nella fatica di intuirle e di evitarle
che si rischia di perdere il meglio del viaggio
Perciò l’indicazione è di lasciare solo una piccola zona
della coscienza
a carico del problema e lanciare tutto il resto
contro la pienezza dei poteri notturni
con la certezza comunque che in essi
dovremo errare senza sosta senza preoccuparci
che vi si celi il falso perché non c’è la prova
che nessuno abbia potuto evitare il ritorno.

Álvaro Mutis
Bogotá, 25 agosto 1923 – Città del Messico, 22 settembre 2013

Da “Disperanza del Gabbiere”, traduzione di Martha Canfield.

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