….nell’orrore, di tutto questo non c’è forma di verso che mi basti..

ana_luisa_amaral
Aleppo, Calais, Lesbos, o, per altre parole

 

voglio parlare di quelle che una volta erano strade, viali
ricamati di case e palme, dei tappeti che una volta
nella nostra immaginazione, volavano di magia
e che adesso si sfumano in altre forme,
le più basse

O del tempo della poesia di prima, quando le navi
entravano magre, e la parola si faceva
nitidezza di immagine e della violenza e di questo tempo
porta di entrata in rozze barche per la violenza
adesso lungo i secoli

O ancora della gente in fila
sembrano oceani visti da lontano, grandi piani,
ma, ritagliate le persone in persone singolari, rivelano nomi
interi, con i loro gusti, con sofferenze diverse, muscoli
per sorridere tutti diversi,
                                       ah, se quella ampissima lente
si trasformasse, stretta, in un microscopio della vita

Di quello che vedo da lontano e su uno schermo,
non voglio parlare usando la redondilha,
versi rotondi, in una sintassi uguale e precisa

voglio queste righe in cui parlo di altre righe,
fatte di altra materia, reale e dura, esplosa, questa,
detenuta da giubbotti e armi color di fumo,
e, accanto agli oceani di gente,
i sedimenti vissuti da altre genti,
quelle vicine a me, l’odio costruito lentamente
che quasi tocca l’abominio

Di ciò che arriva allo sguardo, degli strati di secoli in cui tutto
sembra merce facile da dimenticare,
o allora l’espulsione ricordata
dentro i nostri geni, serve ad insistere nell’orrore,
di tutto questo non c’è forma di verso che mi basti
perché niente dona conforto o pace

Ma che il furore persista,
e in questo angolo in fondo all’Europa,
e senza vergogna di starsene caldo e lontano,
protetti da una lente ampissima
che lascia solo passare, sottilissime, mezza dozzina di immagini:
o, in altre parole, l’esser ciechi –

anche senza parole – il furore.

 

Ana Luísa Amaral. Lisbona, 1956

traduzione di Livia Apa

 

 

 


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