Archivio dell'autore: Annamaria Sessa

ti avrei scritto amore ma…

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ti avrei scritto amore ma
se non l’ho fatto
la colpa è solo tua
sono rimasto a leccare
il cucchiaino
della tua marmellata
come fossi tu.

 

Antonio Nazzaro, Torino 1963

da Almanacco dei poeti e della poesia contemporanea n. 5

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Poesia d’amore per Naima

Non conoscevo Ahmed Bouanani, regista, sceneggiatore, disegnatore e poeta marocchino. Ha scritto tre raccolte di poesia e un romanzo The Hospital. Questa meraviglia che ho pubblicato, dai toni a tratti dolorosi e malinconici ma sempre intrisi di una dolcezza senza fine,  l’ho trovata sul sito di Emilio Piccolo ( Emilio era anche un instancabile cercatore di Poesia) vico acitillo

Eh sì, a frequentare i viali della poesia, si fanno sempre incontri felici!

 

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Avrei voluto scrivere soltanto poesie d’amore

avrei voluto, anch’io

prendere il mattino tra le braccia

respirarne luce e rugiada

e per divertirmi, avrei voluto

far scoppiare le nuvole

rubare la via lattea

saltare di petalo in petalo 

e avere il vigore del nettare e della brezza.

Avrei voluto mordere a pieni denti

la poesia

come una volta mordevo a pieni denti

le fiabe

Ma le fiabe non hanno più il sapore del frutto.

L’orco e l’orchessa sono stati condannati a morte

perché non recitavano il rosario

e la bella innamorata che si trasformava in sorgente

è stata bruciata viva 

tra odor di stuoie e di moschee.

Anch’io avrei voluto raccontare il mio amore

malgrado il fango malgrado il sangue.

Ti avrei voluto dire: ti amo

come si direbbe: sono vivo.

Avrei voluto dire la mia infanzia

per dimenticare la miseria del mio quartiere

e dimenticare le rondini rivestite di stracci.

E per dimenticare i minareti nella nostra carne conficcati

avrei voluto invocare un cielo terso

morbide nuvole dalla morbida pelle di papavero.

Avrei voluto, sì

al suono del tamburello e di un piffero intagliato in fretta

far perdere la testa agli echi di montagne

insegnare nuove danze

all’ape e all’uccello dei frutteti

al grillo stesso insegnare nuovi ritmi…

avrei voluto.

 

 

Ahmed Bouanani

Casablanca, 16  11  1938 – Demnate, 6   2   2011

traduzione di Toni Maraini

 

 


Il dorso della vita

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Dopo l’isolamento, venne d’improvviso la luce.

Abbagliata,

arrivai al nucleo di un tumultuoso vespaio.

Aliena a ponderare la concessione,

inopportunamente,

con la semplicità di colui che ignora

il pungiglione dell’insidia,

passai la mano, senza malizia, lungo il dorso della vita.

Mio Dio, che atroce bruciore!

 

 

Enriqueta Ochoa

Coahuila 2 5 1928 – Città del Messico 1 12 2008

traduzione mia


Poche parole

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Poche parole

proprio al confine del silenzio

come quelli che si ritirano,

discreti, quando è il momento

che i corpi parlino.

Poche parole: segni, 

solo indicazioni. Un po’

di aria mossa

tra la mano e la pagina.

E’ abbastanza. E’ anche troppo.

 

 

José Cereijo

Redondela (Pontevedra, Spagna), 1957

da ” Música para sueños”

traduzione mia


Marianne

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Dopo aver letto tante cose erudite, 
sono stanca, figlia, di non avere  piedi più forti 
e  reni più resistenti 
per percorrere i sentieri che mi mancano. 
Perdona questo disaccordo passeggero 
mentre non so esattamente dove sono 
e dove passo le mie insonnie appoggiata alla finestra 
quando cade la pioggia, 
pensando alla rabbia che morde 
le relazioni  tra uomo e uomo, 
scavando nel tunnel sempre più stretto 
di questa solitudine – in sé, una piccola morte prematura. 
Quale felicità, che tu sia  nata con la  testa al suo posto 
che la paura non diminuisca le tue parole, 
che mi abbia visto morire in me stessa ogni momento 
cercando Dio,  l’uomo, il miracolo.
Sai che siamo nati nudi, totalmente impotenti, 
e questo non ti importa

nè ti sorprendi del nodo d’ombra che scopri. 
Tutto muore in tempo e piange in frammenti, 
hai detto. 
Tuttavia,  il tuo sguardo ha il blu del cristallo 
e  l’acqua del tuo cuore è fresca all’alba, 
rimuovi facilmente la fuliggine che l’uomo mette sulle cose 
e comprendi,  nel tuo stesso dolore, il mondo. 
Perché tu sai già 
che su tutti gli occhi della terra un 
giorno qualsiasi, irrimediabilmente, piove.

 

Enriqueta Ochoa

Coahuila 2 5 1928 – Città del Messico 1 12 2008

traduzione mia


….nell’orrore, di tutto questo non c’è forma di verso che mi basti..

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Aleppo, Calais, Lesbos, o, per altre parole

 

voglio parlare di quelle che una volta erano strade, viali
ricamati di case e palme, dei tappeti che una volta
nella nostra immaginazione, volavano di magia
e che adesso si sfumano in altre forme,
le più basse

O del tempo della poesia di prima, quando le navi
entravano magre, e la parola si faceva
nitidezza di immagine e della violenza e di questo tempo
porta di entrata in rozze barche per la violenza
adesso lungo i secoli

O ancora della gente in fila
sembrano oceani visti da lontano, grandi piani,
ma, ritagliate le persone in persone singolari, rivelano nomi
interi, con i loro gusti, con sofferenze diverse, muscoli
per sorridere tutti diversi,
                                       ah, se quella ampissima lente
si trasformasse, stretta, in un microscopio della vita

Di quello che vedo da lontano e su uno schermo,
non voglio parlare usando la redondilha,
versi rotondi, in una sintassi uguale e precisa

voglio queste righe in cui parlo di altre righe,
fatte di altra materia, reale e dura, esplosa, questa,
detenuta da giubbotti e armi color di fumo,
e, accanto agli oceani di gente,
i sedimenti vissuti da altre genti,
quelle vicine a me, l’odio costruito lentamente
che quasi tocca l’abominio

Di ciò che arriva allo sguardo, degli strati di secoli in cui tutto
sembra merce facile da dimenticare,
o allora l’espulsione ricordata
dentro i nostri geni, serve ad insistere nell’orrore,
di tutto questo non c’è forma di verso che mi basti
perché niente dona conforto o pace

Ma che il furore persista,
e in questo angolo in fondo all’Europa,
e senza vergogna di starsene caldo e lontano,
protetti da una lente ampissima
che lascia solo passare, sottilissime, mezza dozzina di immagini:
o, in altre parole, l’esser ciechi –

anche senza parole – il furore.

 

Ana Luísa Amaral. Lisbona, 1956

traduzione di Livia Apa

 

 

 


Sagittario

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Evita eccessi di mercoledì,
modera la voce, la gola, l’ira.
Saturno in congiunzione con Venere
apre le porte di entrata
e le trappole di uscita.
Evita di scommettere su te stesso, ma, 
se vuoi, punta la fiche su un numero
prossimo allo zero. Evita di svegliare
l’incendio implicito in ogni fiammifero.
E quando non avrai più nulla da evitare
evita tutti gli oroscopi.

 

Antonio Carlos Secchin, Rio de Janeiro 1952

traduzione di Vera Lùcia de Oliveira

 


Dovrei….

 

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Dovrei aver allentato

la consapevolezza

non ho più l’età per

le intransigenze

né per l’insonnia che mi provoca

l’ingiustizia

 

Dovrei vestirmi da adulta

e stare attenta che non mi  

attacchino la gioia

quelli che ancora la conservano.

 

Dovrei farmi un’assicurazione

nel caso io viva abbastanza a lungo

nonostante il veleno ingoiato.

 

Dovrei smettere di fare

l’amore

e non permettere ai miei nipoti

che mi scoprano

e mi chiedano consigli

 

Dovrei abbandonare la bandiera

di chi si oppone

al sistema per il sistema

e le sue aberrazioni.

 

Dovrei diventare complice

di quelli che vincono

e mangiare con loro

la sbobba

invece di sentirmi

superiore

 

Dovrei smettere di scrivere

poesie

che non vedranno  mai la luce

in Hyperion

né saranno nella lista

degli eletti.

 

Ma lasciare queste cose,

ora che iniziano

a piacermi

mi fa arrabbiare così tanto …

 

 

Begoña Abad Part

Burgos (Spagna) 24   3  1952

da “Come imparare a volare”

traduzione mia


…con tutta ’sta roba dentro gli occhi….

Dipinto di Tonino Guerra del 2005

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La mia casa a Pennabilli

Adesso abito quassù
in una casa di montagna
e passo il tempo con delle foglie secche
che le metto in fila sopra uno scalino;
o vado a toccare quei fili d’acqua
che saltellano giù da una fessura di sassi
dove le trote stanno accovacciate al fresco
e Silvestro le prende con le mani
come fanno i gatti con le farfalle.
Mi piace anche fare dei conti
con un’aritmetica elementare:
due e due quattro sei e sei dodici
se vai a comprare sette uova e tre cadono
a terra, quante ne restano sane?
O altrimenti faccio delle righe sulla sabbia
del cortile, delle aste una dopo l’altra
per ricordare la sveltezza
delle gambe di una volta e l’aria
piena di lucciole e la bicicletta
e la fionda, gli aquiloni
e laggiù per ogni Ferragosto
il mare che stava disteso dietro montagne
di sabbia come una bestia buona
sotto le carezze del padrone.
Il pomeriggio sto seduto a guardare
la valle e la montagna in fondo
con tutti i campi che sembrano stracci
ad asciugare al sole e ogni tanto le strisce
rosse dei papaveri, dei mucchietti di case
come dei nidi di rondini appoggiati a terra
e la gente piegata a lavorare
piccola come la polvere e io seduto
con tutta ’sta roba dentro gli occhi
e con la memoria che è diventata bianca
e su questo lenzuolo ogni tanto passa
la voce della mia povera mamma
e l’odore delle mele cotogne
che stavano in cima all’armadio.

 

Tonino Guerra

Santarcangelo di Romagna, 16 3 1920 – Sant. di Romagna, 21 3 2012

da “L’albero dell’acqua”


Shéhérazade

Scheherazade

 

Ho passato quasi mille notti raccontando favole,

mi fa male la testa, ho la bocca

secca ed esaurite le forze

e l’immaginazione. E nemmeno

so se mi salverò con le mie bugie.

 

Amalia Bautista, Madrid 1962

da “Cárcel de amor”

 

Le parole. Le penso come creta, ad esse diamo la forma dei pensieri: gioia, paure e desideri, attorno ad esse nascono guerre, amori, angosce, progetti e delusioni.
Le manipoliamo, le lasciamo andare, alcune non le scordiamo mai, altre le neghiamo, le dimentichiamo …. eppure non servono, né bastano a cogliere il cuore delle cose, mai.
Una volta ho letto che le parole ” sono una marchetta al comune senso della sopravvivenza ” La stessa che pagò Shéhérazade.
Annamaria S.

 

Che meraviglia!!!!!


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