Archivio dell'autore: Annamaria Sessa

matite

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Apro la scatola
e si spande un odore di scuola  di suore,
odore di cedro, di  me chiuso
a  matita  con un’ombra all’interno.
Suor Aurora,
la confessione, il digiuno, il rosario,
i nove  primi venerdì 

e il mese di maggio a Maria.
E  quell’altro  me, quello   del peccato mortale,

la carne, il desiderio,
il  “quante volte, figlio mio ” del confessore.
Guardo le dodici matite ora che è troppo tardi,
diritte, imponenti , appuntite,
dodici apostoli all’ultima cena della linea,
dodici pesci  affumicati  in un mare di ottone,
Faber-Castell del corso di disegno
dove per la prima volta ho disegnato una curva.
Scelgo la matita 7B per chiarire la mia immagine

e su un foglio di carta preso in prestito
accendo l’oscurità.
La cosa più difficile  nel corso della mia vita

è sempre stata
che l’ombra sembrava  reale,
non una macchia attaccata
allo schizzo di quella che fu la mia infanzia.

 

Hilario Barrero, Toledo 1948

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Ritorno

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Un giorno torneremo  alla città perduta 
come le stagioni, ogni anno, 
come un’ombra  in  più nei pomeriggi, 
per sapere dei padri
o del fiume nelle cui acque si spezzava il cielo.

Sarà d’inverno 
per rivivere meglio i  grandi  freddi, 
per rivedere 
il fumo nero delle barche che tagliano l’aria, 
per ascoltare di notte 
i piccoli suoni della neve.

Ci sederemo a tavola come se niente fosse
per assaporare il pane di  altri giorni. 
Un uccello che passa  alla finestra 
ci farà pensare al bosco di pini
dove il vento soffiava  furioso.

Chiederemo anche dei vecchi amici  
pensando   forse  al volto di qualche ragazza. 
Ci sarà ancora il campo di bocce
dove si incontravano i  vecchi contadini. 
Ci inviteranno a bere e parlare di 
cose che nessuno dimentica. 
Il tempo non è più che ritorno ad altro tempo. 

“Tutti ci riuniremo a volte sottoterra”
Qualcuno ci riconoscerà dietro l’angolo. 
Sarà come passare a salutare da un’altra epoca.

 

Rolando Cárdenas

Punta Arenas, 23 3 1933 –  Santiago del Cile 17  10 1990.

da “En el invierno de la provincia”


Io ti offro questi versi….

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Io ti offro questi versi, non perché il tuo nome
possa mai fiorire in questo suolo povero,
ma perché tentare di ricordarsi,
sono fiori recisi, il che ha senso.
Certi dicono, persi nel loro sogno, “un fiore”,
ma significa non sapere che le parole tagliano,
se credono di designarlo, in quel che nominano,
trasmutando ogni fiore in idea di fiore.
Tranciato il vero fiore diventa metafora,
questa linfa che cola, è il tempo
che finisce di liberarsi dal suo sogno.
Chi vuole avere, talvolta, la visita deve
amare in un mazzo che abbia solo un’ora,
la bellezza non è offerta che a tal prezzo.

 

 

Yves Bonnefoy  

Tours Francia, 24 giugno 1923

da “Cancellare oltre” in “L’ora presente”

trad. Fabio Scotto


Ricerca

ultima-foglia

A volte è bene abbandonarsi al proprio oblìo
come se saper sorridere 
fosse più facile che mordere un frutto. 
Andare per le strade completamente  solo, 
senza compagnia se non la nostra quotidiana tristezza e i nostri passi, 
amando ancora una volta la semplicità dell’aria 
come si  ricorda l’infanzia, 
o il tempo dissipato
a cercare le prime stelle negli stagni. 
E’  bene  stare tra  gli amici e i bicchieri
a guardare come tutti lasciano qualcosa di sé 
nella musica che li esalta e li trasforma, 
mentre la notte si arrampica sui muri 
cercando  il luogo dove nascondere la sua attesa, 
e poi andare verso l’alba 
con  qualcosa in più per alimentare la futura solitudine. 
È bello capire che siamo fatti di ricordi, 
un po ‘di tempo che cresce senza ascoltarci 
e di molte cose che non capiamo. 
A volte è bene fermarsi e contemplare la foglia che cade 
quando la parola primavera 
non è ciò che vogliamo che sia. 

 

Rolando Cárdenas

Punta Arenas, 23 3 1933 –  Santiago del Cile 17  10 1990.


e poi mi viene in mente una delle mie poesie….

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Genesi di un acquerello

Traccio  lentamente le linee

e disegno uno schizzo impreciso ed incerto.

Preparo i pigmenti semplici degli acquerelli.

Con i miei colori preferiti:

cobalto viola,  grigio,

blu oltremare, cadmio, oro ocra,

terra scura, ossido di ferro nero o giallo limone,

mi diverto e dedico a loro più tempo.

Li diluisco a piacimento,   formo  guazzi,

gradazioni, diverse tonalità …

Mi piace l’aspetto  e la consistenza.

Comincio con pennellate che vorrei fossero

 veloci, insinuanti,

trasparenti, precise, luminose …

tuttavia, sorgono dubbi,

 frequenti e  oscuri.

Mi muovo con difficoltà e soffro

insieme al nascere delle forme.

Mi blocca spesso

la paura dell’errore e del vuoto,

ma la carta bagnata e grondante  mi spinge ad andare avanti.

A volte mi arrendo e vorrei abbandonare,

tuttavia, il lavoro incompleto

si lamenta e mi reclama.

Ritorno  quasi vergognandomi,

lo  riprendo e prometto fedeltà.

Dopo lunghe ore, lo do mio ​​malgrado,

per terminato  e lo lascio ad  asciugare.

A volte, aggiungo un breve tocco di acrilico puro.

Il mattino dopo, con le prime luci,

torno e l’acquerello è diverso;

i toni si sono assestati e addolciti,

sono leggermente sbiaditi;

Lo accetto nella sua manifesta imperfezione,

mi piace, ancora una volta mi ha  riconciliato

con i colori.

Poi mi viene in mente una delle mie poesie:

abbiamo dentro

piccole costellazioni

che ci governano

Un ordine di pianeti e asteroidi

E un dio tenace e nascosto,

che quella bellezza ci detta.

 

Felipe Sérvulo, Jaén 1947

 


Loro

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Lei carica  foto su facebook 
Lui commenta economia su twitter 
lei beve cappuccino 
lui  caffè nero e cornetti 
(tutti e due all’università) 
Non si guardano mai
perché lui  è molto timido 
e lei molto miope. 
Lei vive  all’otto B 
lui al sei A dello stesso edificio 
ma non si sono  mai incontrati.
A lui piace Dornbusch e a lei 
Silvina Ocampo. 

Se il destino li incrocia e li aiuta

si innamoreranno per sempre. 
Ma temo che 
non accadrà mai.

 

Marcelo Suarez De Luna,  Buenos Aires 1964

 


Novembre pende dalle finestre

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Novembre pende dalle finestre, 
si stira e si congela. Le nuvole grigie di neve 
si schiantano sui tetti. 
La neve è bianca come la pelle dei conigli spellati. 
I conigli appena nati non possono illuminare 
una tana. Radici 
trasparenti, resti d’ombra e di legumi, 
e un odore amaro e selvaggio e così antico 
come l’istinto di sopravvivenza. 
Novembre affonda come il piede di una ballerina 
nel centro dell’aria, s’impenna, gira, 
ulula, è un anziano, una barba piena di api, 
un agnellino che pascola per le colline levigate. 
Novembre è una veglia bianca 
inclinata come una ragazza prima di lanciarsi 
da un trampolino sul bordo del mare. 
Quasi scosceso, quasi gru e quasi ombra di gru 
sui bambini che scivolano sull’erba. 
Il mondo è freddo e non ho figli né moglie né familiari. 
Sussisto possedendo il nulla. 
La mia casa è il desiderio.

 

Jorge Galán,  eteronimo  di George Alexander Portillo.

San Salvador (El Salvador)  1973

da “Mezzanotte del mondo”

traduzione di Alessio Brandolini

 

E’ così bello il primo verso di questa poesia, davvero,  il verso perfetto dove, per un istante, ti pare di cogliere il battito della terra, i suoi ritmi, le sue stagioni. Mai diresti che è parte di una raccolta poetica che racconta il buio che cala su una terra, El Salvador, devastata dall’ingiustizia e dal terrore, il canto di dolore di un paese insanguinato da una guerra civile durata dodici anni, alla fine della quale i più elementari diritti umani sono stati  cancellati  in un crescendo di mattanze sanguinose. E il poeta ricorda “l’interminabile notte di novembre”*  densa di urla, sofferenza, dolore che sempre hanno un sapore antico,  come quello dell’istinto di sopravvivenza.

*(la notte del 16 novembre 1989 ci fu,  all’interno dell’Università cattolica, il massacro di sei frati gesuiti e due loro collaboratrici da parte dei militari del regime di Duarte) 


Il miele ereditato

 

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... Mia nonna era il ramo curvato per i parti. 
Era il volto della casa seduto in cucina. 
Era l’odore del pane e della mela tenuta in serbo. 
Era la mano del rosmarino e la voce dell’incantesimo. 

Era la miseria  dei lunghi inverni

avvolta  nello zucchero  come un dolcetto povero….

 

Efraín Barquero

Piedra Blanca, Cile, 3  maggio 1931

da “Il miele ereditato”


Tregua

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Oggi sono vecchia così come desidero essere,

senza alcun imbarazzo.

Ho scambiato tutti i desideri con  i ricordi 

e una tazza di tè. 

 

Adélia Prado,  Divinopolis (Brasile) 13 12 1935


Ninna nanna

Un padre e sua figlia nella “caravana migrante” diretti al confine USA dove, secondo Trump, l’accoglienza sarà a colpi di pistola.

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Dormi: ho ordinato a Sardi i tuoi giocattoli,

i tuoi vestiti a Babilonia. Dormi, sei la figlia

di Bilitis e di un re del sol levante.

I boschi attorno sono dei palazzi

costruiti per te: te li regalo.

I pini sono le colonne,

gli alti rami le volte.

Dormi: perché non ti svegli

venderò il sole al mare. Il tuo respiro

è lieve come una colomba.

Figlia mia, carne nella mia carne,

al tuo risveglio mi dirai cosa vuoi:

il piano o la città, la montagna, la luna.

Se vuoi, persino il corteo bianco degli dei.

 

 

Pierre Louys. Gand, 10 12 1870 – Parigi, 6  6 1925

da Le canzoni di Bilitis

Trad. di Eva Cantarella


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