Archivio dell'autore: Annamaria Sessa

Musica per un desiderio

25961_25961

 

Lancio monete nelle città e nelle sue fontane

ed esprimo desideri al passaggio di stelle cadenti.

La signora che mi lesse la mano disse

che sarei vissuto a lungo.

Cosa direbbe ora dopo che le mie mani hanno visitato il tuo corpo

e hanno conosciuto l’esilio e il naufragio?

L’irreversibile solitudine del nostro mondo

scagliata sulla ferita non è il sogno

è l’imminenza di un tempo silente

sono le voci bruciate degli uomini

il battito che afferma

la vita che in loro ha alloggiato.

Qual è il tempo e la sorte di queste parole?

Qual è il sesamo o l’abracadabra che a noi accorre?

C’ è splendore e stanchezza

in questo canto che profetizza

mentre facciamo l’inventario

delle cancellature, emendamenti e correzioni

di ogni istante sbagliato della vita.

 

 

Federico Díaz-Granados,  Bogotá (Colombia) 1974

da “I mestieri della vita”  in “Le urgenze dell’istante”

Traduzione di Alessio Brandolini

 

Annunci

Ninna nanna

tumblr_phkl5ePwYA1s2tza6o1_1280

Dormi, figlia, affinché con te dormano 
tutte le pallottole vaganti nel mondo……. 
Dormi sull’altra sponda di queste parole 
con le quali ti cullo, meno pesanti della 
tua ombra, parole che ti insegnai solo a metà 
e che servono soltanto a farsi invisibili 
un po’ alla volta. Lontano da te chi semina 
denti di topo nel suolo umido. Che 
le zampe del tuo letto siano così alte che non 
lo sfiori il mare; che i cani non vengano 
a salmodiare vicino alla porta della tua stanza. 
Che lo spazio ti sia infedele, inesauribile. 
E che tutti i paradisi siano già perduti o 
da perdere. Ho messo nel tuo cuscino radici bianche, 
fili che scendono fino al penultimo respiro 
dell’infanzia. Dormi la tua stanchezza levigata: sulla 
tua fronte resta immobile la soffice pietra della tua risata. 
Presto verrò a svegliarti, quando il grano 
del futuro che resta sulla tua pelle sarà germogliato.

 

Adalber Salas Hernández, Caracas 1987

da “La scienza degli addii”

traduzione di Alessio Brandolini

 


Quanti verbi ha il mondo!

 

tumblr_ltxjieadyd1r3y2nqo1_400

La vita allora…
Penso che ho solo questa.

E’ stato bello,
pensare, progettare, costruire, sognare
andare perdersi tornare. Quanti verbi
ha il mondo.

Fra le miriadi di pianeti e di stelle
essere proprio qui
nati e vissuti dentro questo cielo
qui, con i piedi poggiati su un punto
della terra, ora, con il passato pieno
di tutti i miei errori.

 

Mariangela Gualtieri

da “Caino”


ci sono versi capaci di raccontare una vita intera

tumblr_n3r5zgSJcP1rywysso1_1280

 

e ciò che è successo è che la mia casa aveva due porte: 
così una mattina, in pieno inverno, 
uscii dalla porta sul retro per raggiungere la porta principale 
senza sapere che il cammino tra loro 
era il resto del mondo

 

Jorge Galán, El Salvador 1973

traduzione mia


Mia nonna

non

 

Non ho mai saputo se anche lei dormisse 
o se, invece, aspettasse l’alba 
ascoltando la tosse liscia degli uccelli, circondata 
dai suoi mobili, cuscini con merletti, figure 
di porcellana, tutte così vecchie che ormai non 
somigliavano a se stesse. Una casa come 
uno spazio vuoto nella memoria. E in mezzo, 
lei, forse addormentata, o forse no, con un impasto 
di radici nel petto, sotto il seno cadente, 
le mani nodose che tastano nell’oscurità, 
in cerca del chiodo dal quale dondola 
quello che ogni notte sogniamo.

 

Adalber Salas Hernández, Caracas 1987

da “Salvacondotto”

traduzione di Alessio Brandolini


È questa la gloria dell’epica……

profughi-barconi-immigrati-20150608101458

 

Ora udiva l’aedo mormorare il suo canto profetico,

grave del dolore del passato. Era una nota prolungata

e senza fine, che serpeggia come la lingua del fiume scuro:

 

“Eravamo del color delle ombre quando scendevamo

tintinnanti di ceppi per congiungerci alle catene del mare,

le monete d’argento si moltiplicavano all’orizzonte venduto,

e queste ombre sono ristampate ora sulla sabbia bianca

delle coste agli antipodi, i tuoi antenati di cenere

che venivano dal Golfo di Benin, dove finisce la Guinea.

 

C’erano sementi nel nostro stomaco, negli incrinati baccelli

del nostro cranio, sopra i ponti brucianti, i tuberi

avvizziti in un lampo. Guardammo gli dei del fiume

da serpenti trasformarsi in correnti. Da vicino

i nostri occhi mostravano fronde secche nelle iridi brune,

e dalla spina dorsale ricurva la cassa toracica s’irradiava

 

come fronde da un ramo di palma. Poi, quando le palme

morte oscillavano fuoribordo, i cadaveri dalle costole scoperte

fluttuavamo, navigando verso la sabbia bianca e che ricordavano,

 

fino al Golfo di Benin, dove finisce la Guinea.

Così, quando verdi rami bruciati che solcano la corrente,

cercando di trattenere la risacca tra le dita piegate,

dopo una notte di vento forte in un hotel di pietra bianca,

oltre la scia della bianca vela triangolare dei surfisti,

ricordaci al cameriere negro che porta il conto.”

 

Ma fecero la traversata, sopravvissero. È questa la gloria dell’epica.

Moltiplica le lance della pioggia, moltiplica la loro rovina,

la grazia nata dalla sottrazione mentre la porta di ferro della stiva

 

si riempiva ai loro occhi come coppe lasciate sotto la pioggia,

e il catenaccio tamburellava la sua eco, come fa il tuono

quando applaudendo perpetua il proprio riverbero.

 

 

Derek Walcott

Santa Lucia 23 1  1930 – Santa Lucia 17 3  2017

da “Omeros”

traduzione di Andrea Molesini

 

 


Mamma Doma

diversamente-marinai-2-675x2752.jpg

 

Quante volte mentre facevo brutti sogni

nel mio letto di ragazza

(ed era già mattina inoltrata)

mi salvava la tua voce che chiamava – caffé è pronto

con lo stesso entusiasmo con cui il marinaio

dopo una lunga navigazione esclama

terra in vista.

 

Jozefina Daubegović, Bosnia Erzegovina 1948

da qui


mettici dentro tutto

tumblr_o9617i4mN61u9m6y9o1_500

 

Metti a frutto le cose che ti circondano.
Questa pioggerellina
fuori dalla finestra, ad esempio.
La sigaretta che ho tra le dita,
Questi piedi sul divano.
Il suono del rock-and-roll sullo sfondo,
La Ferrari rossa che ho in mente.
La donna che si sbatte
ubriaca in giro per la cucina…
Mettici dentro tutto,
Mettilo a frutto.

 

Raymond Carver

Oregon 25 5 1938 – Port Angeles, 2 8 1988

da “Il nuovo sentiero per la cascata” in “orientarsi con le stelle”

trad. di Riccardo Duranti e Francesco Durante


la poesia è te

 

tumblr_o1rqo7rumm1sr14ndo1_1280-1

Paradossi e ossimori

Questa poesia si occupa del linguaggio a un livello alquanto piano.
Guardala che ti parla. Guardi da una finestra
o affetti irrequietezza. La sai ma non la sai.
Ti manca, la manchi, le manchi, ti manca. Vi mancate a vicenda.

La poesia è triste perché vuole essere tua, e non può.
Cos’è un livello piano? E’ quella cosa e altre,
e ne mette in gioco un sistema. Gioco?
Beh, di fatto, sì, ma io ritengo che il gioco sia

una più profonda cosa esterna, un modello di ruolo sognato,
come nella ripartizione della grazia queste lunghe giornate agostane
senza dimostrazione. A finale aperto. E prima che te ne accorga
si perde nel vapore e nel cicaleccio della macchina da scrivere.

E’ stata giocata un’altra volta. Penso tu esista solo
per tormentarmi a farlo, al tuo livello, e poi tu non ci sei
o hai adottato un atteggiamento diverso. E la poesia
mi ha deposto dolcemente accanto a te. La poesia è te.

 

 

John Ashbery, Rochester 1927
da ” Treno ombra” in “Un mondo che non può essere migliore”
traduzione di Damiano Abeni, Moira Egan

 

 

“…le poesie di Ashbery non spiegano né simbolizzano e nemmeno si riferiscono a qualche esperienza che il poeta ha avuto…sono loro stesse ad essere qualcosa, esse sono la loro stessa creazione e sarebbe più giusto dire che il mondo, invece, è una loro chiosa, un saggio critico su di esse…”  Richard Howard (nella prefazione a “Un mondo che non può essere migliore”)


Giustificazione di Dio

tumblr_n0sv2zosb01rcicodo1_500

 

ciò che chiamo dio è ben più vasto
e a volte molto meno complesso
di ciò che io chiamo dio. Un giorno
fu un vespaio nella pioggia
che chiamai così in ospedale
dove sentivo la sofferenza degli altri
e la pazienza casuale degli insetti
che lottavano per costruire contro l’acqua.
Ho chiamato dio anche una porta
e un albero in cui sono entrato una volta
per ricaricarmi di energia
dopo una clamorosa sconfitta.
Dio è il mio massimo grado di comprensione relativa
nel punto di completa disperazione
in cui un fiore si muove o un cane
dannato mi si avvicina solidariamente.
Ed è ancora la parola dio che attribuisco
agli insetti più belli, sotto la pioggia,
notando che per terra di passaggio
é già fiorita e sfiorita tante volte ciò che io chiamo anima
ed è forse la calma
nella chimica dei miei desideri.

Leonardo Fróes, Rio de janeiro 1941

dal sito  Interno Poesia

traduzione di Francesca Cricelli


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: