Archivio dell'autore: Annamaria Sessa

Generalizzando

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Tutti riceviamo un dono.
Poi, non ricordiamo più
né da chi né che sia.
Soltanto, ne conserviamo
– pungente e senza condono –
la spina della nostalgia.

Giorgio Caproni

Le stagioni del franco cacciatore


Nella mia vita ho pensato spesso che le domeniche fossero “tempo perso” A.S.

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Domenica

Da sempre mi perseguitano:
in principio, da bambina,
arrivavano mascherate con vestiti per le occasioni 
e scarpe nuove, la strada per la messa.
La domenica impediva di calpestare le pozzanghere,
di salire su un albero, di succhiare la minestra.
Era come un visitatore importuno
a cui mostrare in fretta
che si comprendono le regole
che più tardi verranno:
grazie, per favore, stai seduta dritta,
non parlare, non rovinare le calze,
non mangiarti le unghie, saluta l’ospite.
C’era un orologio enorme in salotto
con un tic tac noioso, le ore non passavano,
le ore morivano di noia
mentre la vita
aspettava nelle pozzanghere o in cima a un albero
che passasse il giorno.

 

Silvia Ugidos, Oviedo 1972

da “Le prove del crimine” 1997

da me liberamente tradotta

 

 


Che ingiustizia!

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Presto l’inverno andrà via. Come un mare in ritirata

con la bassa marea,

lascia queste isole dolci, preziose, lisce, lavate,

questi giorni leggeri e freddi, come  sabbia.

E mi ricordo di te. Così come la sabbia bagnata

che l’acqua dovrà battere e  l’aria dovrà disperdere

così come la sabbia fredda, vagante, leggera,

i nostri giorni, cristalli

fragili, ciottoli,

sabbia, sabbia, sabbia,

ore di sabbia eterea,

giorni spazzati via, fragili.

E mi ricordo di te. L’inverno presto andrà via.

Torneranno, elargitori di luce, giorni azzurri,

il nostro mandorlo diventerà bianco.

( la ginestra ha già

due fiori gialli)

Che ingiustizia, che vergogna

per questi occhi ubriachi di colori, i giorni

che i tuoi occhi non vedranno!

 

Circe Maia, Montevideo 1932

da “La casa de polvo sumeria”

da me liberamente tradotta


C’è come la sensazione…

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C’è come la sensazione

che i giorni passino

più velocemente e che non ci sia tempo

per molti addii.

 

C’è un suono, come d’insetto,

dietro i giorni

e dietro le notti

un becchettìo piccolo, ma senza sosta

e quando vorrai guardare, i giorni cadono a pezzi

come se fossero stati divorati da dentro.

 

(Le mascelle invisibili

mordono

sempre più veloci)

 

Circe Maia, Montevideo 1932

 da “La pesadora de perlas”

da me liberamente tradotta


Vado, scendo i gradini profondi della vecchiaia. A. Gamoneda

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Ascolto l’ultimo
grido giallo.
Attraversando
cifre e ombre sono arrivato.
Non valeva la pena
tanta stanchezza senza destinazione.

 

Antonio Gamoneda  Oviedo, 30 5 1931

da Canzone erronea

traduzione di Alberto Pellegatta


in questo febbraio…

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oh come si lascia andare

 in questo febbraio

di commozioni sottili

che non sai dove andare

 e se andare

 come si lascia andare

 da queste parti

 questa città

senza un segno un trofeo

 un’idea fatta di luce e saliva

 senza nemmeno l’attesa

che ci si svegli dal torpore

e tutti assieme ci si tocchi

ci si annusi i volti

tenuti assieme da occhiali al titanio

dietro ai quali il meglio di noi si disperde

 tra geografie improbabili

sensi unici e divieti

desideri in bilico

sui bordi dei bicchieri e delle labbra

 e mani che a sfiorarsi fanno paura

 e sogni fanno densi

 come il mosto della vendemmia

 ora che ancora è inverno

anche se in anticipo è la primavera

 in anticipo quest’anno

e non siamo preparati noi

né per abiti né per ormoni

né per orari ferroviari

 in questo mese di astratti furori

che se l’estate ci trova così impreparati

quali alibi potremo mai trovare

alla vecchiaia che avanza

 mentre dentro ami come a vent’anni

e non sai se più lo sai tenere

per la coda il drago che a cinquant’anni ancora ti cavalca

 perché tu sei da un’altra parte ormai

maledetto poeta

e sei nel verbo e al verbo condannato

alle parole derise da chi crede

che altro sei dalle parole che dici

dalle parole esatte e imperfette

che scrivi sempre

come se fossero le prime e le ultime

dai ritmi che battono come denti

per il gelo ed il trapano del dentista

 così che ti viene voglia di gridarlo

 fino a farti scoppiare polmoni e vene

 io non ci sto più

e di smetterla di scegliere per te

l’assurda morte a scampoli e a saldi

di starci in mezzo senza essere da nessuna parte

in questo febbraio di piatti da sciacquare

 di figli da consegnare ad un’eternità che non vogliono

di mal di denti con cura occultati

perché meglio un dente con la carie

che un tumore che non ti faccia più venire

né mal di denti né la voglia di vita

che hai con arte dimenticato

meglio il respiro delle cose senza sorpresa

dei sogni che sai come vanno a finire

anche se sono finiti da sempre

degli sguardi che ti guardano senza guardare

delle mani che ti toccano senza toccare

 meglio tutto, amore,

in questo febbraio

Beatrice in questa città

 in questa strada

 in questa casa

in questo cesso

dove alla stessa ora

 le 6.40 del mattino

con lo stesso sapone

 con la stessa sapiente negligenza

 le mani ci disinfettiamo e il cuore

meglio tutto, amore,

dell’allegrezza

che ci segna la fronte

 quando gli altri ci salutano

come i ventenni che eravamo.

 

Luther Blissett, eteronimo di Emilio Piccolo

Acerra 13 5 1951 – Acerra 23 7 2012

da “Beatrice. My heart is full of troubles”


Inafferrabile ricamatrice…

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Inafferrabile ricamatrice
la parola
copre di tela ingannevole
la ferita della notte:
gioca alla libertà
o sogna la fortuna.
Come una Penelope eterna
tesse la tunica di tutti
sfila il segreto dell’attesa
fino ad inventare un nuovo volto
o uno specchio senza nome.
Inafferrabile ricamatrice ascolta passare
il vento logorato dai passeri.

 

Luz Mary Giraldo, Ibagué  Colombia 1950

traduzione di Sivia Favaretto

 

 


Insegnaci

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Insegnaci a contare i nostri giorni:

quelli che abbiamo avuto,

quelli che ci rimangono.

Giorni attesi, giorni sprecati.

Quelli annoiati, quelli incompresi.

Le nostre albe assonnate,

gli indaffarati mattini.

Sere di baci. Notti fugaci.

E carezze, e tristezze.

Insegnaci a contare i minuti,

a non perderli. Vissuti,

da vivere: minuti così brevi

che riempiamo di niente

e di gente, di cose e pensieri

per farli durare fino a un’ora.

Lasciaci ancora tornare ai nostri ieri,

progettare i domani: e rimani,

rimani nel tempo che viviamo,

nel momento che siamo.

 

Alida Airaghi, Verona  1953

da “Frontiere del tempo”


Profumo di memoria

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Un profumo di memoria percorre la camera da letto

da poco rinnovata.

E’ un odore dolce di cose che sono state,

mentre nel cielo un sole rosso sangue

lancia i suoi ultimi raggi

sul pavimento appena levigato.

Mi sto a poco a poco riconciliando con la malinconia

e inspirando quest’odore di vernice mi dico:

non morirò mai.

Perché?

Perché ricordo molte più cose di quelle

a cui rinuncio

e questo per me vuol dire

eternità.

 

Robert Lowell

Boston, 1 3 1917 – New York, 12 9 1977

da “Poesie 1940 – 1970” trad. R. Anzilotti


…ogni morte “senza resa” irrompe per sempre nella memoria collettiva.

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Erano giovani i morti della mia generazione.
Ridevano, colmavano gli spazi,
bruciavano le loro candele,
nemmeno ci pensavano alla morte.
Nel ventre, il seme
nelle volontà, un’utopia.
Nell’ora dell’insolente daga
li sorprese l’odio negli occhi della bestia
Erano giovani i morti.
Poi se ne andarono chissà dove
con tutti i loro semini.
La verità è che mi restano solo
le loro risate quando accendevano le torce
per illuminare i sentieri.
E alla fine: un pozzo profondo d’oblio
un calcestruzzo di farisei
un altro foglio negli scaffali della storia
Loro perseverarono.
Tenaci nella loro morte senza resa
irrompendo per sempre nella memoria.

 

Carmen Yáñez, Santiago del Cile 1952

 

La poesia ricorda i tanti giovani,  vittime del regime violento di Pinochet. La Yáñez  riuscì a salvarsi ma tanti, molti, dopo indicibili torture vennero caricati sugli aerei e buttati in mare. Gli ultimi versi dicono anche che ogni morte “senza resa” irrompe per sempre nella memoria collettiva.

 

 

 


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