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Soltanto le cose sono nitide e hanno un’anima, e credono  nella vita eterna.

 

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La nitidezza delle cose

Nel silenzio di casa, quando il legno si spezza, 
aspetto i movimenti degli ingranaggi del tempo, 
la manifestazione evidente della macchina del mondo, 
le pale del mulino che macinano la farina dei giorni, 
i denti che recidono la pelle della feroce esistenza,
lo scorrere dei minuti dell’orologio naufrago dei domani. 
Il ronzio della mosca contro la sua immagine nel vetro.

Nel silenzio di casa, quando tremano i mobili
e oscillano gli elettrodomestici nel riflesso del vetro,
stridendo in un coro liturgico tra le monete
nitide sotto il sole e le pale che tritano emozioni,
e la puleggia che bisbiglia parole contro l’indifferenza,
il destino delle posate e piatti prigionieri, lentamente
si disfano in argilla e ruggine mortale.

Le cose muoiono senza panico mentre guardiamo
distratti il vento che solleva le tende della stanza.

Soltanto le cose sono nitide e hanno un’anima, e credono 
nella vita eterna.

 

José Eduardo Degrazia

da “Pioggia antica”

traduzione di Iris Faion

 

Le cose, ” le tante, le inaudite / cose, di cui c’invaghimmo/poco a poco..” (Pontiggia) 

Mozart però sapeva quanto comune è il pianto di chi ha perduto qualche minuta cosa minuta e normale ( Robin Morgan)

 “Forse nel buio le cose /hanno una loro intelligenza/perché sono più di quello che siamo”  (Roberto Cescon)  

“Dureranno di là dal nostro oblio/ e non sapranno mai che ce ne siamo andati”  (Jorge Luis Borges)  

“Siamo come palpebre, dicono le cose,/ sfioriamo l’occhio e l’aria, l’oscurità/ e la luce” (Adam Zagajewski)

Leggi, sono questi i nomi delle cose che lasciasti – me, i libri, il tuo profumo sparso per la stanza..” (Maria do Rosário Pedreira)

Le cose…pezzi di vita.

Quelli sopra sono frammenti di poesie pubblicate nel mio blog. Chi volesse leggerle per intero, le trova cliccando sul tag “cose” 

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..e cammini tu traghettatrice di sponde.

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tu conti
senza stancarti
le nuvole
che separano la tua finestra
dall’alba
tu cerchi sul greto
le parole della madre
quelle che faceva sgusciare e scorrere
nella matassa delle sue lingue….

 

Cécile Oumhani, Namur Belgio 12 12 1952

i primi versi di “Traghettatrice di sponde”

traduzione di  Viviane Ciampi


Nonna cerchietti e pupazzi all’uncinetto

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Volevo  per te

mettere in fila

parole tonde e levigate

spiegare

come un lenzuolo al vento

la dolcezza che dai al tempo mio 

sottolineare

come si fa nei libri         

il senso della tua vita nella mia.

Ma le parole, piccolina,

toccano  appena

il guscio delle cose,

non ne avremo

mai abbastanza

per dire fino in fondo

che cos’è una rosa.

Così ho imbastito

il mio amore per te

in  tanti  e tanti fili

perché prendesse forma

davanti agli occhi tuoi

e lo vedessi.

Tu pensa ad ogni intreccio

di un punto con un altro

come agli abbracci che

 fin qui ti ho dato.

A  trame  semplici o intricate

ho affidato

i nostri giochi

i viaggi insieme

le giornate al mare…

In   nodi  stretti,

perché non si perdesse,

ho nascosto

il calore della  mano tua

stretta nella mia.

Tra il pieno e il vuoto,

nelle maglie più profonde,

ho conservato

la tenerezza e

lo stupore

dei miei occhi

ogni volta

che mi sorridi o

che per me hai danzato.

Rilucenti geometrie di fili

hanno  intessuto le mie dita

perché chiara e luminosa

ho immaginato per te

la  strada  

che ti attende

per diventare

la donna meravigliosa

che sarai.

 

Ho contato

con pazienza

 i giri e i punti dell’ordito

che procede lento

come i giorni

come il tempo

che non è una linea retta, amore mio,

ma un labirinto

dove ogni  intreccio

è un pezzo di vita

che ci balla dentro.

Sappi

che l’amore è il filo

a cui dovrai tenerti. Sempre!

per non smarrire i passi

nel  cammino.

 

Nonna Annamaria

 

Pensieri messi (ahimé indegnamente) in versi per mia nipote mentre  realizzavo per lei pupazzi, cerchietti, segnalibri … all’uncinetto.

 

 

 


…sono la donna che ti ascolta crescere

 

 

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Seduta
ai piedi di ogni giornata
ascolto il rumore di tutta questa luce.
Con le mani ti disegno il volo
di una coccinella e mi dico che
porterà fortuna.

Sopra la terra,
sono la donna che ti ascolta crescere,
sotto la terra,
vorrei essere quella che sentirai raccontare.

 

Elena Gerasi

Inedito da Qui

 

 

 


Tu sei…. tu sei… tu sei… tu sei….

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Tu sei un arcobaleno

tu sei un frutto

tu sei un fiore.

tu sei tutto.

Tu sei la vita

tu sei …

tu sei…

tu sei…

tu sei…

tu sei…

la nonna!!!!

 

Noa, 4 anni e mezzo.

 

Credo che  il linguaggio poetico  sia   una naturale  modalità espressiva dei bambini,  che si adatti bene al loro sentire e dia modo di trasformare in parole le loro emozioni. Il tutto  con una strategia che,  proprio quando si è tanto piccoli, riesce meravigliosamente: legare stati d’animo a simboli reali. Nel vocabolario di Noa, quattro anni e mezzo, non ci sono ancora parole  come stupore, dolcezza, incanto anche se queste sensazioni lei le percepisce,  è troppo piccola per astrazioni simili. E allora che fa? Crea delle vere e proprie metafore, la nonna non è “come” un arcobaleno, la nonna “ è”  l’arcobaleno, evocando così tutta la meraviglia e lo stupore che sente quando pensa a lei. Incoraggiare i bambini, anche molto piccoli a questo esercizio li aiuta a riconoscere le loro emozioni, perché possano esprimerle liberamente.  Una vera e propria “educazione sentimentale”

 

 


Principio e fine

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Può darsi che tu dica “L’estate che verrà
voglio tornare in Italia”, o “L’anno che oggi inizia
lo devo usare bene; con un po’ di fortuna
finirò il mio libro”, e poi: “Quando crescerà
mio figlio, che farò senza il dono dell’infanzia?”.
Ma l’estate prossima, veramente, è già passata;
hai terminato ormai da molti anni quel libro 
su cui lavori ora; tuo figlio si è fatto uomo
seguendo la sua strada lontano da te. I giorni
che verranno già son venuti. E poi cade la notte.
Allo stesso tempo respiriamo luce e cenere.
Principio e fine abitano lo stesso lampo.

 

Eloy Sánchez Rosillo,  Murcia 24 giugno 1948 

da “La vida” 1996

traduzione di Gloria Bazzocchi

 

 

 

 


Canzone

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Mio dolcissimo amore, non fuggo per stanchezza di te,

né perché spero che il mondo possa offrirmi

un amore più degno;

ma poiché e’ destino

che io debba infine morire, è molto meglio

che mi prenda per scherzo l’abitudine

di morire cosi’ di qualche morte finta.

Ieri sera anche il sole era fuggito,

eppure oggi è qui.

Lui non ha desideri e non ha sensi,

nemmeno un corso breve come il mio:

dunque non ti preoccupare per me,

credi che tutti i miei viaggi

saranno assai più rapidi, perché io

ho più ali e più sproni di lui.

Ma come e’ fragile il potere dell’uomo,

che se anche ha buona fortuna

non vi si può aggiungere un’ora di più,

né richiamare un’ora che ha perduta!

Ma venga pure la cattiva sorte:

le aggiungeremo la nostra forza,

le insegneremo l’arte e la portata,

così che su noi tragga vantaggio.

Quando sospiri non sospiri vento,

ma esali la mia anima;

quando piangi, scortesemente cortese,

corrompi il sangue della mia vita.

Non è possibile che tu mi ami

come dici di amarmi se disperdi

con la tua la mia vita,

tu che di me sei la parte migliore.

il tuo cuore da oracolo

non mi preannunci alcun male: il destino

potrebbe prendere anche la tua parte,

realizzando così le tue paure;

pensa piuttosto che noi

ci siamo solo voltati le spalle nel sonno;

coloro che a vicenda si tengono vivi

non sono mai separati.

 

John Donne, Londra, 22 1 1572 – Londra, 31 3 1631


Ho imparato l’addio

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Ho imparato l’addio dalla mia culla d’acqua,
l’amnio che mi nutriva e mi narrava la mia storia
nella lingua degli uomini.
Innocenza e sogno era ancora lo sguardo
dentro il blu della notte,
quando l’infanzia raccontava di stelle
che sfilavano via e nell’incanto,
nel mistero del brillio  c’erano tanti si.
Si per la mia piccola vita di bambina,
si per quelle notti a cielo aperto sfolgorante,
si purchè finisse lì, senza domande.

 

Blumy, da Lettere senza destinatario


Antigone

 

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Esci dalla penombra e cammina 

davanti a noi un poco, 

gentile, con il passo leggero 

della donna risoluta a tutto, terribile 

per i terribili 

Distolta a forza, io so 

come temevi la morte, ma 

ancora più ti faceva orrore 

la vita indegna 

E non fosti indulgente 

in nulla verso i potenti, e non scendesti 

a patti con gli intriganti, e non 

dimenticasti mai l’ingiuria e sui loro 

misfatti non crebbe mai l’erba.

 

 

Bertolt Brecht 

Augusta, 10 febbraio 1898 – Berlino Est, 14 agosto 1956 

da Poesie II,  1934-1956 

Traduzione  di Luigi Forte

 

Sto leggendo un libro sulle vicende di mafia  che culminarono  con le morti atroci, a due mesi di distanza l’una dall’altra, dei giudici Falcone  e Borsellino. Rita Atria  era una ragazzina di Partanna , aveva undici anni quando le uccisero il padre e, pochi anni dopo, il fratello. Tutti e due  appartenevano  a una cosca mafiosa locale. Rita, suo malgrado,  era a conoscenza di vicende e dinamiche legate al quel  mondo malavitoso, così  decise di collaborare, diventando un’attendibile testimone di giustizia ( “testimone”, non pentita, perchè lei non aveva commesso alcunchè). Ciò che raccontò si rilevò decisivo per  indagini in corso sull’intreccio tra mafia e politica. Ma quando il giudice Borsellino fu trucidato con la sua scorta, presa dallo sconforto Rita si buttò dal settimo piano di un palazzo di Roma dove viveva in gran segreto. La sua storia mi ha riportato alla mente la figura di Antigone, il suo destino fu segnato dagli errori dei suoi consanguinei. Si ribellò a una vita indegna e per questo fu murata viva e infine scelse volontariamente la morte, non sopportando la sopraffazione e l’ingiuria. Rita Atria aveva solo diciassette anni. I versi di Brecht sembrano scritti per lei.


Da tempo la vita mi ha insegnato

 

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Da tempo la vita mi ha insegnato
che musica e poesia
sono al mondo le cose più belle
che la vita può darci.
Oltre all’amore, ovviamente.
In una vecchia crestomazia
stampata all’epoca dell’Imperalregia Libreria,
nell’epoca in cui viveva Vrchlicky,
cercai una trattazione di poetica
e stili di poesia.
Poi misi una rosellina in un bicchiere,
accesi una candela
e cominciai a scrivere i primi versi miei.
Divampi pure la fiamma di parole
e arda,
magari mi bruci le dita!
Una sorprendente metafora val più
che anello d’oro al dito.
Ma nemmeno il Rimario di Puchmajer
a niente mi servì.
Invano raccolsi i pensieri
e spasmodicamente chiusi gli occhi
per udire il primo meraviglioso verso.
Nell’oscurità invece di parole
scorsi un sorriso di donna e una chioma
svolazzante nel vento.
Fu il mio destino.
Dietro di lui ho arrancato
senza respiro per tutta la vita.

 

 

Jaroslav Seifert   

Praga, 23 9 1901 – Praga, 10 1 1986
da “Le opere” 

traduzione  di M. Leskovjan e F. Della Seta


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