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….proprio come la poesia: non deve significare ma essere

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La Bellezza non ha causa:
esiste.
Inseguila e sparisce.
Non inseguirla e rimane.

Sai afferrare le crespe
del prato, quando il vento
vi avvolge le sue dita?
Iddio provvedera’
perche’ non ti riesca.

 

Emily Dickinson 


Certi versi non si possono né spiegare né tradurre, ma sono bellissimi al di là di ogni loro significato. J. L. Borges

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L’alba si presentò sbracciata e impudica;
io la cinsi di alloro da poeta: ella si risvegliò
lattante, latitante.
L’amore era un gioco instabile;
un gioco di fonosillabe.

Amelia Rosselli
Parigi, 28 marzo 1930 – Roma, 11 febbraio 1996


Ma io i ricordi non li amo….

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……………………….

Ma io i ricordi
non li amo. E so che il vino
aizza la memoria, e che
– lasciato in tavola il mazzo
ancora non alzato – quei tre
avrebbero fino all’alba
(all’alba che di via Palestro
fa un erebo) senza un perché
continuato a evocare
anime…Così come il mare
fa sempre, col suo divagare
perpetuo, e sul litorale
arena le meduse
vuote – le sue disfatte
alghe bianche e deluse.

Scostai la sedia. M’alzai
Schiacciai nel portacenere
la sigaretta, e solo
(nemmeno salutai)
uscii all’aperto. Il freddo
pungeva. Mille giri
di silenzio, faceva
la ruota del guardiano
notturno – la sua bicicletta.

Svoltai l’angolo. In fretta
scantonai nel cortile.

Ahi l’uomo – fischiettai –
l’uomo che di notte, solo,
nel gelido dicembre
spinge il cancello e – solo –
rientra nei suoi sospiri…

 

Giorgio Caproni

Livorno, 7 gennaio 1912 – Roma, 22 gennaio 1990

da “Congedo del viaggiatore cerimonioso e altre prosopopee”


Solo a casa e guardando negli armadi

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Trovo qualche vecchia carta stradale,

contratti scaduti, stilografiche

che non scriveranno più nessuna lettera,

calcolatrici con le batterie scariche

e orologi che il tempo ha rovinato.

Di solito nei cassetti, come un ratto triste,

nidifica il passato. Abiti vuoti

pendono proprio come i vecchi personaggi

che hanno interpretato.

Ma trovo anche la tua lingerie,

color sabbia, o notte, con piccoli ricami.

Mutandine, reggiseni, collant che spiego

e che mi fanno tornare al luminoso

– e allo stesso tempo misterioso – scenario di amore e sesso:

ciò che dà davvero vita alle case,

lo stesso che dà ai porti lontani

la luce dei loro caffè e delle loro barche.

 

 

Joan Margarit 
Sanahuja, Spagna 11 5 1938

da me liberamente tradotta


Che strano sentimento

 

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… Che strano sentimento
– sai che la tua vita è giunta a un punto
e adesso devi prendere in mano una squadra o un righello
e china su di essi
come sopra a un foglio vuoto senza righe
di un quaderno di geometria
tracciare una nuova linea qualsiasi….

 

Tatjana Gromača. Sisak,  Zagabria 1971

dalla poesia: Con lo zaino e un paio di mutande di ricambio
in “Qualcosa non va?” 2000

traduzione dal croato di Ginevra Pugliese


Nei panni di Pietro

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Modernissimo, si chiamava così la sala a due passi da via Toledo. Ci andavamo almeno una volta al mese quando, di stare seduti per ore nei banchi, non avevamo proprio voglia. Il nostro professore di storia e filosofia, un marxista leninista con la passione per la settima arte,  ci aveva detto che il cinema era  una forma alternativa di conoscenza e che valeva quanto due ore di lezione. Era il sessantotto e noi non ci sottraevamo: Un uomo da marciapiede, Zabrinski point, Il laureato, Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto, Non si uccidono così anche i cavalli, Fahrenheit 451…..Ricordo che uscivamo dalla sala buia un po’ intontiti, le orecchie fischiavano e la luce ci accecava. In strada discutevamo del film. Mai una volta che fossimo stati d’accordo tra di noi. Poi l’età, la spensieratezza e… la fame prendevano il sopravvento. Correndo e ridendo come matti, andavamo nella friggitoria di piazza Montesanto e mangiavamo ogni cosa. Solo più tardi ho avuto la piena consapevolezza della valenza culturale del cinema.
Fu in quegli anni che,  per la prima volta, mi capitò di vedere  il film “L’ uomo venuto dal Kremlino” tratto dal libro “The shoes of the fisherman” dello scrittore australiano Morris West (1916-1999) . L’ho rivisto diversi anni fa e non l’ho mai dimenticato per il forte impatto che ebbe su di me una scena in particolare. Il metropolita Kiril Lakota, arcivescovo di Leopoli, viene liberato dopo vent’anni passati in un gulag in Siberia, grazie a un accordo tra Santa Sede e Unione Sovietica. Viene portato a Roma e ricevuto dal Papa che lo fa cardinale. Alla morte del pontefice, viene eletto papa in conclave, sarà papa Kiril primo. Succede che il presidente della Cina comunista, Peng, è intenzionato a fare guerra ai paesi vicini, essendo il suo popolo alla fame. Il pericolo di un conflitto nucleare è reale. A questo punto il leader sovietico Kamenev invita Papa Kiril a fare da mediatore per riportare alla ragione Peng. E qui c’è la scena di cui parlavo. Un colloquio lungo, serrato e drammatico tra il presidente della Cina e il papa Kiril.  Peng, senza mezzi termini, dice che nel momento in cui lui ha deciso di accettare l’incontro col pontefice, ha messo in gioco se stesso, la sua credibilità e la vita stessa del suo popolo. Di contro, il capo della Chiesa non ha nulla da perdere, può permettersi di sostenere le idee che vuole senza doverne pagare alcun prezzo. Pretende perciò di sapere cosa il pontefice sia disposto a mettere in gioco per far prevalere la sua opinione. Il papa, molto turbato dalle parole di Peng, dice che gli risponderà il giorno stesso della sua incoronazione ufficiale. E quel giorno il papa, a sorpresa, annuncia al mondo intero che metterà tutti i beni della Chiesa a disposizione dei poveri.
Un colpo di scena, non verosimile alla realtà , neanche alla lontana. Un’utopia. Quello che, però,  trovo sconvolgente è il richiamo alla coerenza: è facile predicare il bene per chi ha il dovere di farlo, ma cosa si è disposti a rischiare, a giocarsi, a sacrificare perchè chi ascolta ci creda e si convinca?
Annamaria Sessa.


…..il tempo e’ fermo e noi lo attraversiamo come il fischio del treno nella notte. (Emilio Piccolo)

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Né la minuzia simbolica
di sostituire un tre con un due
né quella metafora inutile
che convoca un attimo che muore e un altro che sorge
né il compimento di un processo astronomico
sconcertano e scavano
l’altopiano di questa notte
e ci obbligano ad attendere
i dodici e irreparabili rintocchi.
La causa vera
è il sospetto generale e confuso
dell’enigma del Tempo;
è lo stupore davanti al miracolo
che malgrado gli infiniti azzardi,
che malgrado siamo
le gocce del fiume di Eraclito,
perduri qualcosa in noi:
immobile.

 

Jorge Louis Borges


Una vecchia

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No signore. 

Né le rughe che vedi,  né la carne che   cade a pezzi, 

né il sorriso sfigurato,  niente, niente di tutto questo è mio.

Io sono quell’interno  infinito e sempre giovane,  fermamente

convinta di queste mie idee , che non mi lasceranno,

anche se la morte grigia e stupida

minaccia di portare via l’essenza.

Pazza? 

beh sì, pazza,

aggrappata  a tutto: 

alla mia progenie, ai miei antenati, 

alle mie cose,  alla patria,

a quel fluido che scivola

 per questo corpo ogni volta più ossuto,

 sempre più sinistro e assente. 

Morirò così

credendo di contenere in queste mani trasparenti 

l’indole  indomita dentro di me sempre giovane.

 

 

Pablo Jofré,    Santiago del Cile 18 4 1974

da me liberamente tradotta

 


Sei mai stato una foglia?

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Sei mai stato una foglia? hai mai puntato 

la lente d’ingrandimento sulle linee della tua mano?

e dell’altra mano? Che cosa sai

del tormento di bruciare per sempre

con un raggio di sole?

 

Valeria Pariso, Buenos Aires 1970

da me liberamente tradotta

 


L’età disgustea

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Oggi – vedi – l’arcano dell’impero
è il franare dell’arco, il ponte rotto
e il confine sbarrato e il campanile.
Certo, l’ordine è austero – tasca nostra –
però il soldo è di carta – resta zoppo.
Il metallo è ormai piombo, il trono falso:
il consenso rimane disperato

in assenza di meglio – il meno peggio
ha da tempo esaurito le cartucce:
non però per le stragi, a quanto sembra.
Ci rimane del resto la provincia –
non però di conquista: di regresso.
L’anarchia da signori della guerra
ce l’abbiamo anche noi – non c’è che dire –
con i poveri cristi giù in dogana
con i barbari tutti fede e mitra.
Resta il crollo del limite, del solo
limite da serbarsi: la decenza.
Nell’età disgustea l’aurora è fosca:
di autorevole c’è rimasto il cuoco.

 

Daniele Ventre, Napoli 19 5 1974

da “Nuga Remake”


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