a titolo di risarcimento

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a titolo di risarcimento
ritroverò la felicità
e un progetto di dialogo
da insegnare al cuore
dovrò aprirgli le vene
per riabilitarlo al sentimento
alla forza dei Santi
e se occorre alla mia voce

 

Michele Caccamo, Taurianova 1959

da “La meccanica del pane”

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Il tempo attende

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Portami via da qui, mi ha detto.

 Avrei voluto chiederglielo io.

Nell’indecisione siamo rimasti dov’eravamo.

 A fare due chiacchiere,

a parlare di come è difficile non essere da nessuna parte.

 Poi a un certo punto mi ha detto:

hai visto come è veloce il passato?

Ma i giorni passano per tornare.

 E ti accorgi che già li hai vissuti tutti,

come i sogni. E le donne.

Finisci col dirti: ma questa io l’ho già amata.

Ma qualche volta siamo troppo affamati per accorgercene.

È allora che chiediamo in prestito

un’altra settimana per rimediare all’errore.

 

 

Luther Blissett, eteronimo di Emilio Piccolo

Acerra 13 5 1951 – Acerra 23 7 2012

da “Beatrice. My heart is full of troubles”

 


Quanto ai poeti….

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Tu sai che la poesia deve essere così com’è,

come l’albero che è secco e poi fa frutti,

che non significa niente,

che scriverla o leggerla sono la stessa cosa.

Insomma, uno si prova, in un modo o nell’altro,

a tracciare una retta di luce

tra due anonimi e intercambiabili mucchi di escrementi.

La poesia è respirare:

si prende l’aria da fuori e fuori la si butta.

 Ossido di carbonio più anidride carbonica.

Sai che qui pochi sanno che cos’è una poesia,

 pochi sanno che cos’è un poeta,

e tutti sono convinti

che il posto migliore per un libro è la biblioteca.

Quanto ai poeti, lo sai, ne farebbero a meno tutti.

 

E … quando quelli che ho amati sono tutti qui,

dentro di me,

polpa e buccia una sull’altra,

penso al tuo disincanto

come alla casa dell’infanzia dove ci abitano altri

e nulla più conserva dei nostri gridi

e dei nostri pianti,

 ma a te non importa

lentamente vivere e lentamente appassire

 ma i poeti, Beatrice, esistono

proprio perché troppi ne farebbero a meno.

 

Luther Blissett, eteronimo di Emilio Piccolo

Acerra 13 5 1951 – Acerra 23 7 2012

da “Beatrice. My heart is full of troubles”

 

 

 

 

 


Sogno il mio sogno preferito….

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Sogno il mio sogno preferito
e la notte non finisce mai.
Gli alberi rivelano il loro alfabeto
e stelle che
parlano dell’infinito
di ogni soffio del vivere.
Costruisco madri passate
con la mano affondata nella notte.
Che bello era il suo angolo
dove echi vaghi la nominavano!
Così, di spalle a me,
fuggiva ad un paese baciato
dalla sua gelida gioventù.
Madre che
cucinavi distanze
nelle pentole del giorno.
Mi parli ancora
dalle crepe del tempo.

 

Juan Gelman

Buenos Aires, 3 5 1930 – Città del Messico, 14 1 2014

da “Mondessere

 traduzione di Laura Branchini

 


…..tra i tanti inverni c’è un inverno talmente infinito che, se il tuo cuore lo sverna, allora sopporta ogni cosa

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I Sonetti a Orfeo. Parte seconda

XIII
Sii oltre ogni addio, come se fosse già dietro
di te – come l’inverno che appunto se ne va.
Perché tra i tanti inverni c’è un inverno talmente infinito
che, se il tuo cuore lo sverna, allora sopporta ogni cosa.
Sii sempre morto in Euridice – innalzati cantando
e, nella pura relazione, ridiscendi celebrando!
Qui tra quelli che svaniscono, nel regno del declino,
sii risonante cristallo che già nel suono s’è infranto.
Sii – e insieme sappi la condizione del non-essere,
fondamento interminato della tua interna oscillazione –
che tu possa compierla appieno, quest’unica volta.
Alle risorse già usate, come a quelle oscure e mute
della natura ricolma, alle somme indicibili,
aggiungi con gioia te stesso, pareggia il conto!

Rainer Maria Rilke
(Praga, 4 dicembre 1875 – Montreux, 29 dicembre 1926)

traduzione di Franco Rella

 

Poesia alta, altissima per esprimere il confine  tra la vita e la morte, l’apparente incomprensibilità del  mondo e delle sue contraddizioni, il destino dell’uomo che, nonostante la morte, vive.


ho imparato che tutte le cose si aprono e….

A  volte certe poesie hanno un sapore che senti distintamente in bocca mentre le leggi. E’ come quando sbucci un’arancia. La apri, ne dividi le parti e,  prima ancora di mangiarla, ne senti in bocca il profumo, la fragranza. E’ lì, davanti a te. E ti ha appena rivelato tutto  il suo Senso.

 

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ho perso la mia ombra
in un campo di sussurri improvvisati
dimenticato il mio nome
nella fragranza dei papaveri
in cui teschi ornamentali
orbitano erraticamente
giardini luminosi
di orologi fuggitivi ticchettano fiori d’ombra
attraverso inverni segreti che mordono
ci sono imprevisti scampanellii su
un prato in cui si nascondono funghi velenosi
tra i falsi echi di antiche invocazioni
e riflessi distorti
da un fiume macchiato dal tempo
ho marciato lungo strade
di chiaro di luna imbalsamato
ululando come un cane pazzo
cercando qualche osso di verità,
qualche sipario finale
una qualche destinazione definitiva
libero dall’ottava sintetica dei sogni
e ho dipanato la maschera accigliata degli anni
cercando un modo
per tornare alla mia infanzia immersa nel verde
tuttavia ho colto solo sguardi occasionali
di un passato illuminato dall’immaginazione
in una foresta di alberi elusivi
il calendario ha divorato le decadi
ha inargentato la mia barba
in un batter d’occhio
mentre passavo la vita giocando a dadi col destino
a caccia di cose prive di valore
tuttavia non ho mai esitato
a gettare via il portafoglio
per far posto nelle mie tasche a poesie e arcobaleni
che ho portato con me
fino a che gli arcobaleni sono diventati
colori laceri
e le poesie
sono diventate solo polvere
sono un nomade
per natura
passeggero senza dimora
in questo mondo
ho scelto di vagare
da miracolo a meraviglia nel vagare
ho imparato
che tutte le cose si aprono
e
la vita davvero si rivela

 

Martin Matz,  Brooklyn 1934 – New York 2001
dal sito Potlatch
traduzione di Raffaella Marzano

 

 


E viene un tempo…..

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E viene un tempo che la tua persona
si fa maturando più dolce, si screzia
il tuo volto di bruna come i fiori
che ami, i garofani e i gerani
dell’umida primavera di qui.
Gli anni sono passati, sull’intonaco
inverdito di muffa luce e ombra
si baciano, a quest’ora che volge,
con tale disperata tenerezza
il tempo prolungando dell’addio.

 

Attilio Bertolucci

Parma 18 11 1911 – Roma, 14 6 2000

da “Lettere da casa”


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