Andate a dire a mia madre

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A Giulio Regeni
(in memoriam)  

andate a dire a mia madre
che non ho mai perso il senso
dell’amore
andate a dire a mio padre
che sono venuto al mondo
anche per vedere voi
andate a dire a mia sorella
che mi sono foderato bene
l’anima
per attraversare l’inferno
e amare ancora il mondo

 

Vera Lúcia de Oliveira

da “Ditelo a mia madre”

 

Leggo la poesia e poi cerco una foto di lui da pubblicare. Ce ne sono tante ma mi si stringe il cuore davanti a questa. Lo ritrae poco più che adolescente, col gattino tra le mani e il sorriso di una tenerezza disarmante. Piango. 


Voglio sapere…

 

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Dimmi il segreto della tua esistenza;
voglio sapere perché la pietra non è piuma
e non è il cuore un delicato albero,
perché la bimba che muore là tra due vene-fiumi
non scorre verso il mare come tutti i vascelli.

Voglio sapere se il cuore è una pioggia o un confine,
quel che resta da parte quando due si sorridono,
o è solo la frontiera tra due mani recenti
che stringono una pelle calda che non divide.

Fiore, dirupo o dubbio, o sete o sole o sferza:
non è che uno il mondo, la palpebra e la riva,
come l’uccello giallo che dorme tra due labbra
quando penetra l’alba con fatica nel giorno.

Voglio sapere se un ponte è ferro o desiderio,
l’unione così ardua di due carni segrete,
quanto divide due petti toccati
da una freccia nuova scoccata di tra il verde.

Muschio o luna è lo stesso, quello che non sorprende,
l’indugiata carezza che notturna percorre
i corpi come piuma o labbra che ora piovono.
Voglio sapere se il fiume da se stesso va lungi
stringendo silenzioso alcune forme,
cateratta di corpi che come spuma s’amano,
finché giungono al mare del piacere concesso.

I gridi sono stecchi di fischio, conficcati, 
disperazione viva che vede brevi braccia
levate verso il cielo in supplica di lune,
teste dolenti che lassù dormono, vogano,
senza respiro, simili a lamine offuscate.

Voglio sapere se la notte vede
corpi bianchi di tela giacenti sulla terra,
false rocce, cartoni, fili, pelle, acqua quieta,
uccelli come stampe disposte contro il suolo,
o rumori di ferro, bosco vergine all’uomo.

Voglio sapere altezza, mare vago o infinito;
se è il mare l’occulto dubbio di cui m’inebrio
quando il vento trasporta tessuti trasparenti,
avorî, pesi, ombra, prolungate bufere,
il viola prigioniero che laggiù si dibatte
invisibile, o muta di dolcissime insidie.

 

Vicente Aleixandre , Siviglia 26 4 1898 – Madrid 14 12 1984

da “La distruzione o amore”, trad. di Francesco Tentori Montalto

 Vicente Aleixandre  viene collocato tra i poeti della Generazione 27, che partendo dall’esempio di Góngora, crearono una lirica nuova, attingendo alla tradizione popolare e allontanandosi dalla poesia declamatoria e naturalistica.  Fu premio Nobel per la letteratura nel 1977.

 


aveva imparato a osservare le rondini…

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aveva imparato a osservare le rondini
sempre lì a partire sempre lì a migrare
poi tornano non le stesse magari altre
della stessa famiglia della stessa specie
si trasmettono l’odore dei luoghi
si trasmettono la dimensione delle cose
la memoria le misure dei pieni e dei vuoti
il ritorno era sempre una ricognizione
come se ognuna dovesse all’altra
la strada da fare e quella già fatta.

 

Vera Lúcia de Oliveira, San Paolo del  Brasile 1958
da “La carne quando è sola”

 


….ti aspetto all’angolo di qualche verso

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Ho deciso di accettare il tuo invito
e ti aspetto all’angolo di qualche verso.
Qui, dove la poesia si fuma l’ultima sigaretta
e la notte con i tacchi alti le dà un bacio.
Il posto dove iniziano gli assalti,
rapine perpetrate contro l’anima.
L’angolo dove bruciano le tue vocali
e le mie gonne conoscono le tue risposte,
l’unico punto in tutto l’universo
dove sempre la colpa è del caso.

Aida Elena Parraga, San Salvador 7 8 1966


Non portarmi al cinema….

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Non portarmi al cinema
la domenica pomeriggio –
ti prego – sarà questo
entrare col sole
e uscire che è notte.
Sarà questa storia
che tutto finisce.

 

Irene Paganucci, 

da “Di questo legno storto che sono io”


…..questo è il tempo della piena sufficienza del riso

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Sono disteso sul sedile accanto al finestrino

e sonnecchio, e leggo una pagina  o due, e sonnecchio

e sento l’aria vicina come un’acqua sopra di me

grandi ondate d’aria solatia che baciano e battono

con un piccolo rumore, monotono e dolce

contro il finestrino e il profumo di freschi,

fragili fiori di qualche scuro stagno zuppo di rugiada

mi possiede dalla testa assonnata ai piedi.

 

Questo è il tempo della piena sufficienza del riso

contro le cose idiote che uno ha fatto,

e non c’è il passato neppure un vago futuro.

E tutto il tuo corpo si stira nel sole

e sorseggia la luce come una liquida cosa,

pieno di languore divino della tarda primavera..

 

Stephen Vincent Benet

Bethlehem 22 7 1898 – New York 13 3 1943

traduzione di Emilio Capaccio


………ed era maggio

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Ricordo che mia madre
entrava nella mia stanza
ed era maggio
e i grilli cucivano la campagna
là lontano.
Nell’aria dolce
come dopo una febbre
stavamo in quel silenzio
che entrava dappertutto.

Nino Pedretti

S. Arcangelo di Romagna 1923 – Rimini 1981


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