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Abbandoni

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Apposta quando mi hai piantato

non hai preso

il segno che ha lasciato

la tua testa

sul cuscino?

 

Eppure

nel nostro amore confidavo

quanto nell’orologio

al molo dei battelli,

o alla stazione dei treni.

 

E come te,

anche mia madre mi aveva abbandonato

e sta  nell’ombelico

il segno,

lasciato

dalla sua mancanza.

 

Sunay Akin

Trabzon, Turchia 12 settembre 1962 

Da AntiQuori, Fermenti 2005,

a cura di Laura Rotta e Giampiero Bellingeri


Poésie sans les mots

Ho sempre pensato che la fotografia con lo scopo, all’inizio, di strappare al flusso della vita l’attimo e fissarlo per sempre, abbia acquisito via via, la funzione di cercare e mostrare in ciò che ha visto, nell’attimo irripetibile della contemporaneità, un frammento di senso al grande enigma della vita, del mondo. Come se tra le pieghe del reale, ci fosse un’intercapedine, un lampo di tempo che sfugge allo sguardo e alla comprensione umana, uno spazio dove abita il segreto dell’esistenza che la fotografia cerca di catturare.
Proprio come la Poesia che è conoscenza stra-ordinaria, “ulteriore”, direi, di tutto ciò che appartiene alla vita e forse anche di ciò che la trascende, la poesia, in cui ogni verso letto, credo sia una “rivelazione”.
A volte una fotografia è quella che Mallarmé chiamò “poésie sans les mots”, una poesia senza parole, un ritorno alla primordiale potenza dell’immagine, prerogativa della narrazione poetica.

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Una fotografia trovata in rete

in un lampo di luce

uno spazio poetico

dove si narra una storia.

Un vicolo di Napoli, certamente.

Anni settanta o forse ottanta, certamente

(è quello che dicono i manifesti elettorali)

un uomo e una donna

in atteggiamento confidenziale ma complice,

è come se volessero nascondersi agli occhi della gente

che li osserva con malizia.

Un sentimento contrastato? un amore impossibile?

In alto i panni stesi e il degrado di un quartiere popolare.

Più in là quadri di santi e di madonne

in una città dove, da sempre,

per l’amore o per i guai,

si spera in un miracolo del cielo.

 

Annamaria Sessa


In un vecchio libro di poesie

2015-05-09 19.08.00

Carattere

Vivo di sogni
e di speranze pazze.
Nella mia libertà come sepolto
vedo passare i giorni
sempre nuovi per me,
sempre diversi.
Giorni ch’io vivo e perdo
come chi si costringe in oscura caverna
a castigar la sua brama di luce.
Poi, per le strade uscendo
sul crepuscolo
lo incalza il disperato desiderio
di rincorrer quell’ora che gli sfugge.
Sempre avrò amore al mondo
e brevi gioie,
e noie e disgrazie
mai mi parranno meno precarie e meno tollerabili
che non c’è nulla di continuo e certo nella mia vita
fuorché il vario inganno della fortuna
e le malìe del tempo.
Non son felice e nemmen cerco d’esserlo.
A me lamenti, queruli rampogne e funzioni soverchie non s’addicono
e nelle pene estreme aridi ho gli occhi.
Mi chiude dello sdegno un dio la bocca.
Il non potere e il non volere insieme
fanno un tale groviglio entro il mio petto
come le radici di una vecchia pianta
che non crolla per impeto di vento
e solo il fulmine potrà schiantare.

Vincenzo Cardarelli

Comprato nel maggio del 1969, costava 350 lire ed è pieno di note e sottolineature. Allora avevo diciassette anni e chissà cosa mi passava per la mente quando, alla pagina 85 e proprio sotto questa poesia, a matita, ho scritto
“….sapessi il groviglio che ci ho in testa io!!!!”


Mezza vita

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Nella cena mi avanza
mezza pizza.
Che sensazione strana.
Dietro al vetro, la notte, il mare, agosto.
Che tristezza
mi avanza mezza notte,
mi avanza mezza luna,
mezzo mare: la parte
che spettava a te di quel nostro noi.
E mi avanza e mi manca mezzo io
perché mi manchi tu, mia mezza vita.

Miguel D’Ors
Santiago de Compostela, 1946

da Fili D’aquilone


…il suono della schiuma sugli scogli

Oggi pensavo.  Che parole abbiamo detto  l’ultima volta che ci siamo parlati?  Quali parole ci siamo sussurrati  quel giorno appena  svegli, con gli occhi ancora chiusi e le  mani  ad esplorare  il  tepore dei nostri corpi?  Quali parole  sono state la sostanza di un altro giorno insieme? Quali quelle che  abbiamo lasciato scivolare inascoltate,  per non farci male?  Quante se ne sono perse  tra il tuo caffè e il mio  yogurt, tra  i polsini da abbottonare e i libri,  infilati  in borsa in tutta fretta?  Avrò forse detto  “bisognerà parlarne..” avrai risposto “ne parliamo al ritorno”

Da quel momento, per due anni,  ho condiviso con te  solo il  silenzio. In quella stanza , abitata dal suono del tuo respiro, certi giorni mi è parso di vederlo  il silenzio,  insopportabile,  inesorabile,  mentre si insinuava tra noi, tra il tuo torpore opaco e me che contavo lo stillicidio dei giorni. L’ho sentito nell’aria diventare,  giorno dopo giorno,  una paratoia fredda,  spessa,  insormontabile dove le mie inutili  parole si schiantavano, ogni volta, col lo stesso suono della schiuma sugli scogli. Lui, il silenzio, un guscio duro, inviolabile, da cui avrei voluto  tirarti fuori o io stessa scivolarvi, se solo avessi trovato un varco. Ma ogni tentativo aveva il senso di un’imposta  sbattuta al vento.  Tu non eri lì dove cercavo. Nell’involucro del corpo  non  c’eri  tu e nemmeno i tuoi pensieri, i ricordi  e i desideri  e tutti  i baci che mi davi. Nei tuoi occhi persi solo il vuoto inconsistente di un universo senza tempo, senza luoghi, senza parole.
E io  non saprò mai con quali parole ci saremmo, quel giorno,  ritrovati.

Annamaria S.


Verso dove, non so ancora.

Tempo fa sulla home del mio blog, sulla sinistra, c’era l’immagine di una stazione ferroviaria e, lungo i binari, la figura di una donna con in mano una valigia. Una volta un’amica mi chiese “ma questa donna,  parte o  arriva dove voleva?”

Ed io “che importanza ha? tutte le strade sono uguali,  sei tu a decidere se un percorso sia un arrivo piuttosto che  un ritorno. Sei tu stessa il viaggio che non ha inizio né fine e  qualsiasi strada non porta da nessuna parte: in fondo  sei tu che parti da te stessa e  l’unico punto in cui arrivi  sei sempre  tu”

E poi ho pensato che mi riconosco parecchio in quella donna che, bagaglio in mano, ha l’aria di riprende la sua strada. Verso dove non so ancora.

Una mattina di dicembre di due anni fa la mia vita è stata scaraventata in un” vuoto di senso” al di là del quale sono rimasti il mondo delle cose, gli altri e quello che ero. Per due anni   ho cercato  in un “corpo”  violato ed indolente  i  pensieri, i ricordi  e i desideri  e tutti  i baci  di chi scandiva il ritmo dei miei giorni. Per due lunghi anni ho frugato nei suoi  occhi persi e  ho trovato solo il vuoto  di un universo senza tempo, senza luoghi, senza rumori, un buco nero  dove sono annegata io stessa con  il mio sentire.

Da un mese, quella che apparentemente era una morte è diventata lo strazio  del vedersi portare  via anche ciò che restava di quel corpo:  il viso, gli occhi, le mani, il respiro.
Non so dove andrò adesso, so solo che dovrò riprendere i passi su vecchie orme, ritornare nella terra del

” prima” e oltrepassare il confine con i miei giorni futuri. Ho letto  da qualche parte che esiste un “tempo atteso” ed è quello in cui siamo capaci di alleggerirci del tempo passato per poter più agevolmente guardare al cammino  che ci aspetta.

Ecco cosa dovrò fare. Ma ho bisogno di riprendere fiato e…. coraggio.


Le peonie di Honfleur

 

Apro un cassetto, un altro ancora,  poi un armadio. 

Per la miseria! non c’è un filo di  spazio.

Mi dico “dovresti buttar via un po’ di roba”

ma proprio non riesco a disfarmi di niente,

o  meglio, è insopportabile per me  fare a meno

di tutto quello che ho desiderato,  che ho  dimenticato

e poi cercato, che ha fatto parte dei miei giorni, della mia vita.

La sindrome dell’abbandono è una condizione

che ho  vissuto nel momento stesso in cui sono venuta al mondo

e, come un imprinting, è rimasto  stampato  

per sempre nella mia memoria affettiva.  

Deve essere per questo che  vivo nel terrore 

di poter essere separata per sempre,

per un motivo o per un altro,  da quello

a cui sono più attaccata, fosse anche un oggetto

sprofondato e dimenticato  nel più remoto angolo della mia casa.

E dire che  il destino una mattina,  stabilisce tuo malgrado

che puoi fare a meno  di chi  ti ha accompagnato

il primo giorno a scuola  e  per un lungo tratto della vita. 

Da un giorno all’altro  fai a meno di chi,  con la sua voce,  

ha scandito il ritmo dei tuoi giorni

ed era ogni mattina  la sostanza di un altro giorno insieme. E allora?

E allora  continui a vivere anche senza il servizio da thé

spaiato  della  bisnonna , dei vecchi libri del liceo,  

messaggeri d’amore inconsapevoli,

tra l’ora di storia e quella di latino.

Puoi fare a meno delle carte stradali di mezza Europa

e  dei disegni sbiaditi di un’estate a Salisburgo.

Vivrai lo stesso anche senza  il  vecchio scialle

in cui ogni tanto affondi il viso e  che ha perso

ormai  l’odore della pelle di tua madre.

Vivrai,  comunque,  senza  le peonie di seta

che  comprasti al mercato di Honfleur,  

un mattino d’agosto che intorno

c’era una luce che abbagliava i tuoi occhi e la tua vita.

E  tu fosti tanto  sciocca

da  pensare che quell’attimo fosse l’eternità.

 

Annamaria Sessa 

 

 


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