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…è tempo ancora per le donne di ricucirsi la pelle

In un momento così  doloroso, controverso  e complicato per le donne,  ancora una volta si dà addosso alla vittima piuttosto che al carnefice. Ancora prevale il pregiudizio, ancora viene naturale  offendere e mettere  in dubbio la  parola di una  donna, ancora  si cerca di stemperare l’orrore della molestia sessuale  in esercizi e distinguo verbali. E invece,  lo capisce anche un bambino che chiunque, per motivi culturali, familiari, ambientali, eserciti un potere e una forza che non ha chi gli sta di fronte,  col  ricatto e l’umiliazione, è un prevaricatore.  E’ un molestatore  . Ed è per questo che nel blog,  ancorché  molto presente la voce  femminile, pubblicherò la Poesia di donne che si sono ispirate e si ispirano alla presa di coscienza femminista, non trascurando la ricerca di  un nuovo linguaggio in cui l’io femminile possa specchiarsi e riconoscersi. Inizio con  una delle grandi voci della poesia moderna americana, militante femminista e pacifista, Adrienne Rich. Per tutta la vita, si ribellò allo stereotipo della donna “inesistente” inghiottita da doveri e restrizioni quotidiane e a quelle che definiva “vite rinchiuse” di donne prigioniere di  regole imposte, costrette a “ricucirsi” la pelle  da tante ferite. Lei pensò per tutta la vita  a una donna presente e partecipe della Storia, coraggiosa e con la giusta indignazione di fronte a ingiustizia e oppressione.

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Luce a una finestra. Una donna è sveglia
in quest’ora immobile.
Noi che lavoriamo così abbiamo lavorato spesso
in solitudine. Ho dovuto immaginarla
intenta a ricucirsi la pelle come io ricucio la mia
anche se
con un punto
diverso.
Alba dopo alba, questa mia vicina
si consuma come una candela
trascina il copriletto per la casa buia
fino al suo letto buio
la sua testa
piena di rune, sillabe, ritornelli
questa sognatrice precisa
sonnambula in cucina
come una falena bianca,
un elefante, una colpa.
Qualcuno ha tentato di tenerla
tranquilla sotto una coperta afgana
intessuta di lane color erba e sangue
ma si è levata. La sua lampada
lambisce i vetri gelati
e si scioglie nell’alba.
Non la fermeranno mai
quelli che dormono il sonno di pietra del passato,
il sonno dei drogati.
In un attimo di cristallo, io lampeggio
un occhio attraverso il freddo
un aprirsi di luce fra noi
nel suo occhio che incide il buio
– questo è tutto. L’alba è la prova, l’agonia
ma dovevamo contemplarla:
dopo di che potremo forse dormire, sorella mia,
mentre le fiamme si alzano sempre più alte,
possiamo dormire.

 

Adrienne Rich
Baltimora, 16 maggio 1929 – Santa Cruz, 27 marzo 2012
da “Cartografie del silenzio

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…..cercando di vincere la legge di gravità

 

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…..ferita e arrabbiata, si è unita a un gruppo per dissolvere
nei mantra il suo dolore. Le hanno detto: devi volerti bene, farti dei regali.
Qualsiasi cosa ti dia sollievo, dice uno, ti conduca a perdonarti,
a lasciar perdere…….

 

Adrienne Rich
Baltimora, 16 maggio 1929 – Santa Cruz, 27 marzo 2012
da “Cartografie del silenzio”

 


Era quella la giovinezza?

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Era quella la giovinezza? quello zaffiro

splendente sulla neve

un’ora precisa

 

a Central Park quell’odore

su marciapiede e davanzale

fresco e intatto

 

la pace e il dramma della tempesta

sopra la città

pubblica intimità

 

in attesa

nella piccola copisteria appannata

piste di fango sul parquet

 

poi tremante inebriata

nel crepuscolo

alla fermata del tram in mezzo agli altri

pubblica felicità.

 

Adrienne Rich

Baltimora, 16 maggio 1929 – Santa Cruz, 27 marzo 2012

da “La guida nel labirinto”

traduzione di M.L.Vezzali


Longtemps, je me suis couché de bonne heure….

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Ti domandi se mi sento sola:

ok allora, sì, mi sento sola

come un aereo vola solo e orizzontale

sulla sua onda radio, puntando

oltre le Montagne Rocciose

verso le piste recinte di blu

di un aeroporto sull’oceano.

Mi vuoi chiedere, mi sento sola?

Bene, certo, sola

come una donna che attraversa il paese guidando

giorno dopo giorno, lasciandosi dietro

miglio dopo miglio

piccole citta’ dove avrebbe potuto fermarsi

a vivere e morire, da sola.

Se mi sento sola

dev’essere la solitudine

di svegliarsi per prima, di respirare

il primo respiro freddo dell’alba sulla citta’

di essere l’unica che e’ sveglia

in una casa avvolta nel sonno.

Se mi sento sola

e’ come la barca chiusa nel ghiaccio della riva

nell’ultima luce rossa dell’anno

che sa che cos’e’, che sa che non e’

ghiaccio ne’ fango ne’ luce d’inverno

ma legno, con quel dono di poter bruciare.

 

Adrienne Rich
Baltimora, 16 maggio 1929 – Santa Cruz, 27 marzo 2012
da“Esplorando il relitto”
traduzione di Liana Borghi

 

E’ tutta la vita che rifletto su  cosa sia la solitudine.  Un bene, un male? Per indole o per la mia storia personale (sono stata figlia unica)  ho molta confidenza con questa condizione e durante gli anni dell’infanzia e dell’adolescenza,  l’ho maledetta come si maledicono le cose che ti fanno soffrire. La solitudine la assimili allo star male, alla tristezza,  la eviti e, quasi sempre,   incolpi gli altri  o le situazioni di avertela inflitta. Negli anni ho continuato a lamentarmi della mia vita troppo “appartata”, del mio carattere poco incline alla socialità.  Ho sempre invidiato le persone “brillanti”  che riuscivano a creare interesse intorno a loro,  quelle che si sentivano sempre a loro agio in qualsiasi situazione,  mentre io, in molte occasioni,  mi sono sempre chiesta e mi chiedo ancora   “cosa ci faccio qui?”  Cerco di vedere e frequentare gente ma poi mi prende una specie di insofferenza che mi fa scappare.  La verità è che  non amo i luoghi, diciamo così, troppo “affollati”, specialmente se si conversa. Col tempo, in realtà,  ho scoperto  di avere una “vocazione” alla solitudine . In un certo senso, la solitudine è una forma di libertà, averne preso coscienza mi fa stare molto meglio. E’ così. Preferisco appartarmi, preferisco il silenzio.   Pasolini diceva “… bisogna essere molto forti per amare la solitudine,  bisogna avere buone gambe e una resistenza fuori del comune…”  Io non so se sono forte o se lo sono stata,  non so se la solitudine l’ho più amata o  più odiata, non so neanche se sia, ormai, diventata una consuetudine o uno stile di vita, ma mi sento anch’io ” come la barca chiusa nel ghiaccio della riva….che sa che cos’e’,  legno, con quel dono di poter bruciare.”   (Annamaria)


Womens in love

non

… Amore, il nostro soggetto:

ce lo siamo cresciuto come edera sul muro

cotto come pane nel forno

messo come piombo alla caviglia

guardato col binocolo come se

fosse un elicottero

che porta cibo alla nostra carestia

o il satellite di una potenza ostile….

Adrienne Rich
Baltimora, 16 maggio 1929 – Santa Cruz, 27 marzo 2012
nella poesia”Canzone” da“Esplorando il relitto”
traduzione di Liana Borghi


…..era la poesia. Avevo scoperto un nuovo modo di essere felice. Sylvia Plath

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Dedica

So che stai leggendo questa poesia
tardi, prima di lasciare il tuo ufficio
con l’unico lampione giallo e una finestra che rabbuia
nella spossatezza di un edificio dissolto nella quiete
quando l’ora di punta è da molto passata. So che stai leggendo
questa poesia in piedi, in una libreria lontana dall’oceano
in un giorno grigio agli inizi della primavera, deboli fiocchi sospinti
attraverso gli immensi spazi delle pianure intorno a te.
So che stai leggendo questa poesia
in una stanza in cui è accaduto troppo per poterlo sopportare,
spirali di lenzuola ristagnano sul letto
e la valigia aperta parla di fuga,
ma non puoi andartene ora. So che stai leggendo questa poesia
mentre il metrò rallenta la corsa, prima di lanciarti su per le scale
verso un amore diverso
che la vita non ti ha mai concesso.
So che stai leggendo questa poesia alla luce
della televisione, dove scorrono sussulti di immagini mute,
mentre aspetti le ultime notizie sull’intifada.
So che stai leggendo questa poesia in una sala d’aspetto
di occhi incontrati e che non si incontrano, di identità con estranei.
So che stai leggendo questa poesia con la tua vista indebolita:
le tue lenti spesse dilatano le lettere oltre ogni significato e tuttavia
continui a leggere
perché anche l’alfabeto è prezioso.
So che stai leggendo questa poesia in cucina,
mentre riscaldi il latte, con un bambino che ti piange sulla spalla e
un libro in mano,
perché la vita è breve e anche tu hai sete.
So che stai leggendo questa poesia che non è nella tua lingua:
di alcune parole non conosci il significato, mentre altre ti fanno
continuare a leggere
e io voglio sapere quali sono.
So che stai leggendo questa poesia in attesa di udire qualcosa, divisa tra amarezza e speranza,
per poi tornare ai compiti che non puoi rifiutare.
So che stai leggendo questa poesia perché non c’è altro da leggere,
lì dove sei approdata, nuda come sei.

 

 

Adrienne Rich
Baltimora, 16 maggio 1929 – Santa Cruz, 27 marzo 2012
da “Cartografie del silenzio”

 

A tutte le donne (e anche agli uomini) che leggono Poesia. Iraida (Annamaria)
15esima giornata mondiale della poesia


Stanotte nessuna poesia servirà

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Ti ho visto camminare scalza
dare un lungo sguardo
alla palpebra della nuova luna

più tardi distesa
addormentata, nuda con i tuoi capelli scuri
nel sonno ma non dimentica
degli insonni senza sonno
altrove

Stanotte credo
che nessuna poesia
servirà…….

Adrienne Rich
Baltimora, 16 maggio 1929 – Santa Cruz, 27 marzo 2012
da “Cartografie del silenzio”


Il vento si alzerà, noi possiamo solo chiudere le persiane

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Avvisaglie di tempesta

Il barometro è sceso tutto il giorno
e io, sapendo meglio dello strumento
quali venti ci calpestano, quale
turbolenza percorre grigia la regione,
abbandono il libro sulla poltrona,
vado da finestra a finestra chiusa
guardando i rami tesi contro il cielo.
E ripenso, come faccio spesso se l’aria
scende in un silenzioso nucleo di attesa,
alla meta precisa con cui il tempo
per le segrete vie correnti dell’indistinto
ha viaggiato in questo regno polare.
Il clima fuori e il clima dentro il cuore
giungono incuranti delle predizioni.
Tra il prevedere e il prevenire il mutamento
sta la supremazia degli elementi
che nessun barometro può alterare.
Avere tempo non è controllarlo,
né possono i cocci dello strumento
fermare il vento. Il vento si alzerà,
noi possiamo solo chiudere le persiane.
Tiro le tende mentre annera il cielo
e accendo candele protette dal vetro
contro il soffiare dalla serratura,
il continuo pianto attraverso il foro aperto
Questa è l’unica difesa contro il tempo;
queste le cose che abbiamo imparato a fare
noi che viviamo in zone tormentate.

Adrienne Rich
Baltimora, 16 maggio 1929 – Santa Cruz, 27 marzo 2012
da “Cartografie del silenzio”

“Il clima fuori e dentro il cuore” si può prevedere, non prevenire: come si fa a fermare il vento che arriva con tutta la sua forza? come sì fa a placare le turbolenze che agitano dentro di noi passioni ed emozioni? “Noi possiamo solo chiudere le persiane”


Questa sognatrice precisa non la fermeranno mai quelli che dormono il sonno di pietra del passato

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Luce a una finestra. Una donna è sveglia
in quest’ora immobile.
Noi che lavoriamo così abbiamo lavorato spesso
in solitudine. Ho dovuto immaginarla
intenta a ricucirsi la pelle come io ricucio la mia
anche se
con un punto
diverso.
Alba dopo alba, questa mia vicina
si consuma come una candela
trascina il copriletto per la casa buia
fino al suo letto buio
la sua testa
piena di rune, sillabe, ritornelli
questa sognatrice precisa
sonnambula in cucina
come una falena bianca,
un elefante, una colpa.
Qualcuno ha tentato di tenerla
tranquilla sotto una coperta afgana
intessuta di lane color erba e sangue
ma si è levata. La sua lampada
lambisce i vetri gelati
e si scioglie nell’alba.
Non la fermeranno mai
quelli che dormono il sonno di pietra del passato,
il sonno dei drogati.
In un attimo di cristallo, io lampeggio
un occhio attraverso il freddo
un aprirsi di luce fra noi
nel suo occhio che incide il buio
– questo è tutto. L’alba è la prova, l’agonia
ma dovevamo contemplarla:
dopo di che potremo forse dormire, sorella mia,
mentre le fiamme si alzano sempre più alte,
possiamo dormire.

Adrienne Rich
Baltimora, 16 maggio 1929 – Santa Cruz, 27 marzo 2012
da “Cartografie del silenzio”

 


Esplorando il “relitto”

200508-12-2g

Dopo aver letto il libro di leggende
e caricato la macchina fotografica
e controllato il filo del coltello,
indosso
l’armatura di gomma nera
le assurde pinne
la maschera solenne e goffa.
Devo farlo
non come Cousteau con la sua
squadra assidua
a bordo del veliero inondato di sole
ma qui da sola.

C’è una scaletta.
La scaletta è sempre là
a pendere innocente
sul fianco del veliero.
Sappiamo a cosa serve
noi che l’abbiamo usata.
Altrimenti è una scoria che galleggia sul mare
solo un pezzo di attrezzatura.

Scendo.
Piolo dopo piolo e tuttavia
l’ossigeno mi immerge
la luce blu
gli atomi sottili
della nostra aria umana.
Scendo.
Le pinne mi impacciano,

striscio come un insetto giù per la scala
e non c’è nessuno a dirmi
quando comincerà
l’oceano.
All’inizio l’aria è blu e poi
un blu più intenso e poi è verde poi
nera vedo nero eppure
la mia maschera è potente
pompa il sangue con forza
il mare è un’altra cosa
il mare non è una questione di potere
devo imparare da sola
a muovere il mio corpo senza sforzo
nell’ elemento profondo.

E ora: è facile dimenticare
perché sono venuta
tra i tanti che hanno sempre
vissuto qui
agitando le loro code merlate
tra gli scogli
inoltre
quaggiù il respiro è diverso.

Sono venuta a esplorare il relitto.
Le parole sono intenzioni.
Le parole sono mappe.
Sono venuta a vedere il danno compiuto
e i tesori che persistono.
Passo il raggio della torcia
lentamente sui fianchi
di una cosa più eterna
dei pesci e delle alghe
la cosa per cui sono venuta:
il relitto e non la storia del relitto
la cosa in sé, non la leggenda
il viso affondato rivolto sempre
al sole
i segni del danno
consumati dal sale e dal rollio in questa bellezza logora
le costole della rovina
che macerano la loro protesta
tra gli intrusi esitanti.

Questo è il luogo.
E io sono qui, la sirena e le onde nere
dei suoi capelli, il tritone nella sua armatura
Giriamo in silenzio
attorno al relitto
sprofondiamo nella stiva.
Sono lei: sono lui

il cui viso affondato a occhi aperti dorme
il cui petto sopporta ancora la fatica
il cui carico d’oro, argento e rame riposa
al buio nelle casse
sprofondate mezze marce
siamo gli strumenti semidistrutti
che una volta tenevano in rotta
il giornale di bordo smangiato dall’acqua
la bussola incrostata

Siamo, sono, sei
per viltà o coraggio

l’essere che ritroviamo la via sin qui
fino a questa scena,
con un coltello, una macchina fotografica,
un libro di leggende
in cui
il nostro nome non compare.

Adrienne Rich
Baltimora, 16 maggio 1929 – Santa Cruz, 27 marzo 2012
da “Esplorando il relitto”
traduzione di Liana Borghi

——————————-

(Dopo la lettura di “Esplorando il relitto” di Adrienne Rich)

Così mi pare di essere, a questo punto

della mia vita, una guerriera

che si arma fino ai denti per scendere,

piolo dopo piolo, ad esplorare “il relitto”

ciò che rimane di me stessa.

Sola, con il mio libro di leggende,

a constatare i danni,

a cercare i tesori rimasti incastrati

e lasciati a marcire.

Un tempo hanno orientato la mia rotta,

strumenti ormai inservibili

sono venuta per scoprire il relitto in sè,

non la leggenda del relitto

(i ricordi raccontano sempre

qualcosa che è “altro” da quello

che siamo diventati

Siamo, per viltà o coraggio l’essere che ritroviamo“).

Altre parole dovrò trovare,

per costruire mappe che orientino

un nuovo cammino.

Annamaria S.


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