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Questa sognatrice precisa non la fermeranno mai quelli che dormono il sonno di pietra del passato

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Luce a una finestra. Una donna è sveglia
in quest’ora immobile.
Noi che lavoriamo così abbiamo lavorato spesso
in solitudine. Ho dovuto immaginarla
intenta a ricucirsi la pelle come io ricucio la mia
anche se
con un punto
diverso.
Alba dopo alba, questa mia vicina
si consuma come una candela
trascina il copriletto per la casa buia
fino al suo letto buio
la sua testa
piena di rune, sillabe, ritornelli
questa sognatrice precisa
sonnambula in cucina
come una falena bianca,
un elefante, una colpa.
Qualcuno ha tentato di tenerla
tranquilla sotto una coperta afgana
intessuta di lane color erba e sangue
ma si è levata. La sua lampada
lambisce i vetri gelati
e si scioglie nell’alba.
Non la fermeranno mai
quelli che dormono il sonno di pietra del passato,
il sonno dei drogati.
In un attimo di cristallo, io lampeggio
un occhio attraverso il freddo
un aprirsi di luce fra noi
nel suo occhio che incide il buio
– questo è tutto. L’alba è la prova, l’agonia
ma dovevamo contemplarla:
dopo di che potremo forse dormire, sorella mia,
mentre le fiamme si alzano sempre più alte,
possiamo dormire.

Adrienne Rich
Baltimora, 16 maggio 1929 – Santa Cruz, 27 marzo 2012
da “Cartografie del silenzio”

 


Esplorando il “relitto”

200508-12-2g

Dopo aver letto il libro di leggende
e caricato la macchina fotografica
e controllato il filo del coltello,
indosso
l’armatura di gomma nera
le assurde pinne
la maschera solenne e goffa.
Devo farlo
non come Cousteau con la sua
squadra assidua
a bordo del veliero inondato di sole
ma qui da sola.

C’è una scaletta.
La scaletta è sempre là
a pendere innocente
sul fianco del veliero.
Sappiamo a cosa serve
noi che l’abbiamo usata.
Altrimenti è una scoria che galleggia sul mare
solo un pezzo di attrezzatura.

Scendo.
Piolo dopo piolo e tuttavia
l’ossigeno mi immerge
la luce blu
gli atomi sottili
della nostra aria umana.
Scendo.
Le pinne mi impacciano,

striscio come un insetto giù per la scala
e non c’è nessuno a dirmi
quando comincerà
l’oceano.
All’inizio l’aria è blu e poi
un blu più intenso e poi è verde poi
nera vedo nero eppure
la mia maschera è potente
pompa il sangue con forza
il mare è un’altra cosa
il mare non è una questione di potere
devo imparare da sola
a muovere il mio corpo senza sforzo
nell’ elemento profondo.

E ora: è facile dimenticare
perché sono venuta
tra i tanti che hanno sempre
vissuto qui
agitando le loro code merlate
tra gli scogli
inoltre
quaggiù il respiro è diverso.

Sono venuta a esplorare il relitto.
Le parole sono intenzioni.
Le parole sono mappe.
Sono venuta a vedere il danno compiuto
e i tesori che persistono.
Passo il raggio della torcia
lentamente sui fianchi
di una cosa più eterna
dei pesci e delle alghe
la cosa per cui sono venuta:
il relitto e non la storia del relitto
la cosa in sé, non la leggenda
il viso affondato rivolto sempre
al sole
i segni del danno
consumati dal sale e dal rollio in questa bellezza logora
le costole della rovina
che macerano la loro protesta
tra gli intrusi esitanti.

Questo è il luogo.
E io sono qui, la sirena e le onde nere
dei suoi capelli, il tritone nella sua armatura
Giriamo in silenzio
attorno al relitto
sprofondiamo nella stiva.
Sono lei: sono lui

il cui viso affondato a occhi aperti dorme
il cui petto sopporta ancora la fatica
il cui carico d’oro, argento e rame riposa
al buio nelle casse
sprofondate mezze marce
siamo gli strumenti semidistrutti
che una volta tenevano in rotta
il giornale di bordo smangiato dall’acqua
la bussola incrostata

Siamo, sono, sei
per viltà o coraggio

l’essere che ritroviamo la via sin qui
fino a questa scena,
con un coltello, una macchina fotografica,
un libro di leggende
in cui
il nostro nome non compare.

Adrienne Rich
Baltimora, 16 maggio 1929 – Santa Cruz, 27 marzo 2012
da “Esplorando il relitto”
traduzione di Liana Borghi

——————————-

(Dopo la lettura di “Esplorando il relitto” di Adrienne Rich)

Così mi pare di essere, a questo punto

della mia vita, una guerriera

che si arma fino ai denti per scendere,

piolo dopo piolo, ad esplorare “il relitto”

ciò che rimane di me stessa.

Sola, con il mio libro di leggende,

a constatare i danni,

a cercare i tesori rimasti incastrati

e lasciati a marcire.

Un tempo hanno orientato la mia rotta,

strumenti ormai inservibili

sono venuta per scoprire il relitto in sè,

non la leggenda del relitto

(i ricordi raccontano sempre

qualcosa che è “altro” da quello

che siamo diventati

Siamo, per viltà o coraggio l’essere che ritroviamo“).

Altre parole dovrò trovare,

per costruire mappe che orientino

un nuovo cammino.

Annamaria S.


Un atlante di un mondo difficile

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Ecco una mappa della nostra terra:
qui c’è il Mare dell’Indifferenza, smaltato di sale
Questo è il fiume maledetto che scorre dalla fronte all’inguine,
acqua che non osiamo assaggiare
Questo è il deserto in cui hanno piantato missili come tronchi
Questo è il cesto del pane delle fattorie ipotecate
Qui è dove è nato il rocker
Questo è il cimitero dei poveri
morti per la democrazia Questo è il campo di battaglia
di una guerra del diciannovesimo secolo la cappella è famosa
Questa è la città marina di mito e storia dove flotte di pescatori
sono andate in rovina Qui c’era lavoro sul molo
a congelare il pesce paga a ore e nessun contributo
Ecco altri campi di battaglia Centralia Detroit
Ecco le foreste neolitiche le vene di rame d’argento
Ecco i quartieri della desolazione il silenzio si alza come fumo dalle strade
Questa è la capitale del denaro e del dolore: le sue spire
s’infiammano in mulinelli d’aria i suoi ponti stanno crollando
i suoi figli vanno alla deriva in vicoli ciechi segregati
tra spire di filo spinato
Ho promesso di farti vedere una mappa, mi dici, ma questo è un murale
Ebbene sì, lascia stare non c’è una grande differenza
da dove lo guardiamo è la questione.

Adrienne Rich
Baltimora, 16 maggio 1929 – Santa Cruz, 27 marzo 2012
da Cartografie del silenzio


Il silenzio

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Il silenzio può essere un piano
rigorosamente eseguito
La cartografia di una vita
È una presenza
ha una storia una forma
Non confonderlo
con alcun tipo di assenza.

Adrienne Rich
Baltimora, 16 maggio 1929 – Santa Cruz, 27 marzo 2012

Quasi un monito, questa poesia.
Una delle grandi voci della poesia moderna americana, militante femminista e pacifista, Adrienne Rich prese coscienza e dichiarò la sua omosessualità, dopo venti anni di matrimonio e tre figli. Per tutta la vita, si ribellò allo stereotipo della donna “inesistente” inghiottita da doveri e restrizioni quotidiane, dall’ottusa visione di una donna prigioniera di convenzioni e regole imposte. Nelle sue opere in prosa e versi, si interroga sulle istituzioni del matrimonio e della maternità che, dice, hanno fatto dell’esistenza delle donne, delle “vite rinchiuse”. E invece lei pensava a una donna presente e partecipe della Storia, coraggiosa e con la giusta indignazione di fronte a ingiustizia e oppressione, una donna ” che troverà la via / per entrare di nuovo in scena / con un coltello e una macchina fotografica / un libro di miti….
E Adrienne Rich fu una donna di grande coraggio e coerenza. Nel 1997 rifiutò la National Medal of Arts, in disaccordo con la presidenza Clinton in quanto “l’arte, per come la concepisco io, e’ incompatibile con la politica cinica di questa amministrazione”. Nel 2003, la Rich e altri poeti rifiutarono di partecipare a una conferenza alla Casa Bianca sulla poesia americana, in segno di protesta contro la guerra in Iraq.


Se la mente fosse semplice….

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Una notte chiara
se la mente fosse semplice,
se la mente fosse nuda di tutto
se fosse chiara la mente
tranne che delle necessità più antiche:
cucchiaio di legno coltello specchio
tazza lampada scalpello
un pettine che passa tra i capelli accanto a una finestra
un lenzuolo
gettato via nel sonno
Una notte chiara in cui due pianeti
sembrano avvinghiarsi l’uno all’altro in cui l’erba
terrestre
si muove come seta nella luce stellare
Se la mente fosse
chiara
se la mente fosse semplice potresti prendere questa
mente
questo particolare stato e dire
Così vivrei se potessi scegliere:
questo è ciò che è possibile
Una notte chiara.

Ma la mente
della donna che immagina tutto questo
la mente
che rende tutto questo possibile
non è chiara come la notte
non è mai semplice
non può abbracciare
le sue verità come si abbracciano i pianeti in transito
non così facilmente
si libera dal rimorso
non così facilmente
compie il miracolo
per cui la mente è famosa
o era famosa
non diventa astratta e pura a comando
la mente di questa donna
non desidera neppure quel miracolo
ha una diversa missione
nell’universo
Se la mente fosse semplice
se la mente fosse nuda
potrebbe assomigliare a una stanza
un interno pulito
ma come potrebbe essere possibile ora
date le voci delle città- fantasma
le loro minute, vaste configurazioni
che attendono di essere decifrate
la notte oracolare
densa di suoni
Se potesse mai ridursi a qualcosa di simile
a un pettine che passa tra i capelli accanto a una finestra
niente di più
un lenzuolo
gettato via nel sonno
ma la mente
della donna che pensa questo
è avvolta nella battaglia
occupata da una diversa missione
uno stelo d’erba secca erba piumosa radicata nella neve
che si agita nell’aria gelida una bacchetta fiera
che disegna grafici

Anche il dito scorre
su pagine di un libro
ha più buon senso della poesia che legge
conosce attraverso la poesia
attraverso i vetri piumati di ghiaccio
l’inverno
che contrae gli artigli
il vento-falco
pronto ad uccidere.

 

Adrienne Rich,Baltimora, 16 5 1929 – Santa Cruz, 27 3 2012
da “Una pazienza selvaggia mi ha portato sin qui” Poesie 1978-1981,
in “Cartografie del silenzio”1980

 


Lunedì è il più crudele dei giorni!

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Lunedì è il più crudele dei giorni. Alle otto e un quarto l’aula è immersa in un insolito silenzio. Sguardi persi nel vuoto. Altri occhi, appuntati e fissi come chiodi, non hanno bisogno di nascondere ciò che vorrebbero dire…ecco, di nuovo imprigionati, interrogati, valutati, etichettati e poi, a seconda dei casi, puniti, premiati, redarguiti, coccolati, colpevolizzati, minacciati…..
Accidenti! Ma perché mi viene da pensare che hanno ragione loro? Annamaria Sessa

In un’aula

Parlando di poesia, spostando le braccia
piene di libri sul tavolino dove le facce
guardano in giù oppure in alto, ascoltando, leggendo
ad alta voce, parlando di consonanti, di elisioni,
intrappolate nel come, ignorando il perché;
guardo il tuo viso, Jude,
né immusonito né remissivo,
opaco nell’obliqua pioggia di polvere sulla tavola:
una presenza come la pietra, se la pietra potesse pensare
Ciò che non posso dire, è me. Per questo sono venuta.

Adrienne Rich
Baltimora, 16 maggio 1929 – Santa Cruz, 27 marzo 2012


Ma che tipo di tempi sono questi??!?



Che tipo di tempi sono questi

C’è un luogo tra due file di alberi dove l’ erba cresce a stento
e la vecchia strada della rivoluzione americana finisce tra ombre
vicino ad una chiesa abbandonata dai perseguitati
che scomparvero tra quelle ombre.

Ho camminato fin là per cogliere funghi sul ciglio del terrore, ma non siate stupidi
questa non è una poesia russa, questo non è da qualche altra parte ma qui,
è il nostro paese che si avvicina alla sua verità e al suo terrore,
sono i suoi modi di di far scomparire la gente.

Io non voglio dirvi dove si trova quel luogo, l’ oscuro intrico della foresta
che incontra l’ incorrotta striscia di luce –
i crocicchi infestati di fantasmi, paradiso delle foglie intrise di fango:
Io già conosco chi vorrebbe comprarlo,venderlo, farlo scomparire.

Ed io non voglio dirvi dove si trova, e allora perchè ve ne
sto parlando? Perchè voi ancora state ascoltando, perchè in tempi come questi
per farsi sentire da tutti, è necessario
parlare degli alberi.
Adrienne Rich
(Baltimora, 16 maggio 1929 – Santa Cruz, 27 marzo 2012)


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