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Vento

 

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Non provo invidia

per nessuno

quando mi fermo a guardare

il vento

sul pioppo.

 

Abbas Kiarostami.

Teheran 22 giugno 1940, Parigi 4 luglio 2016

da “Con il vento”

traduzione e cura di Riccardo Zipoli

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Alberi..

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Vedo la bellezza

degli alberi

spogli.

(Disegni, cui fa da sfondo

un cielo grigio chiaro,

che per ore

volevo osservare: sempre nuovi aspetti

mi rallegrano i sensi.

Capolavori senza numero, senza

inizio né fine, e quanto ridicolo

sarebbe il pensiero di voler

costruire un museo per loro.)

Resto a lungo in piedi.

Io non sono perfetto come loro.

Attendo in segreto la primavera.

M’invento la speranza, dove

non c’è alcuna speranza.

Sopravvivono

semplicemente

all’inverno.

Restano in piedi più a lungo

di me.

…..

Kurt Aebli  Zurigo,   20 10 1955

da ” Gocce”  ed. Kolibris

traduz. Chiara De Luca


Dovremmo imparare dagli alberi…..

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È questo nostro sordo enumerare i giorni
giocando d’anticipo su implacabili ritorni

che ci fa vestire d’inverno e soffocare
quando a fine ottobre ancora impera il sole,

l’albero invece non teme di spogliarsi
lui che nel vento lascia cadere

le sue foglie per non vederle finire.

 

Chiara De Luca
da “Alfabeto dell’invisibile”


L’ albero d’oro

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Per Marisa e Francisco Torrecillas

L’albero d’oro trasforma l’apparenza del paesaggio.
Quello che noi chiamiamo natura sta lì,
ma la vita dell’albero gli portò un rilievo,
una chiarezza che prima non aveva.
Sui rami crescono splendori senza sole,
e le sue alte luci obbligano a guardare in alto,
verso la vastità del cielo,
che lui, con la delicatezza delle foglie, mette in risalto.
La sua ferma presenza
rende visibile lo spazio invisibile dell’aria.

Lauren Mendinueta
Barranquilla, Colombia 1977
Da “Del tiempo, un paso ” 2011
Traduzione di Alessio Brandolini


Certi alberi

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Foto di Poetella

Questi sono stupefacenti: accosto
ciascuno al vicino, come se il discorso
fosse una messa in scena silente.
Dandoci stamane casualmente

appuntamento così tanto via
dal mondo quanto in armonia
con esso, io e te
siamo d’improvviso ciò che

gli alberi cercano di dirci
che siamo: che il loro mero esserci
ha significato; che potremo toccare
presto, e amare e spiegare.

E lieti di non avere inventato
noi tale grazia, ne siamo circondati:
un silenzio già colmo di rumori,
una tela su cui affiori

un coro di sorrisi, d’inverno, un mattino.
Posti in una luce sconcertante, e in cammino,
i nostri giorni indossano una tale reticenza
che questi accenti paiono la loro
stessa resistenza.

John Ashbery, Rochester 1927
da ” Certi alberi” in “Un mondo che non può essere migliore”
traduzione di Damiano Abeni, Moira Egan

Con la poesia di Ashbery è così. Tu pensi “ bene, è una poesia sugli alberi!” poi ti accorgi che lui parla di “certi” alberi. Utilizza elementi di una natura, che non abbiamo creato noi, per una riflessione sul nostro stare al mondo.
“Questi [alberi]sono stupefacenti” questi e non altri! Questi alberi, in relazione fra loro, in un mattino d’inverno, sono lì e significano qualcosa. Sono e vivono, semplicemente, in un tempo che è presente e cercano di dirci che il nostro “esser-ci” ha un significato che potremo spiegarci, non adesso e non di certo ma potremo. Dobbiamo sentirci alberi……..
La poesia di Ashbery è davvero aperta ad ogni tipo di interpretazione!!


Begin afresh afresh afresh…….

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GLI ALBERI
Sugli alberi spuntano le foglie
come qualcosa che sta per essere detto;
i germogli freschi si allentano e si distendono
in una verdezza simile al dolore

Forse quelli nascono di nuovo
mentre noi invecchiamo? No, muoiono anche loro.
Il trucco annuale di apparire nuovi
è scritto in fondo a venati anelli.

Eppure si dibattono, inquieti castelli
ancora grandi e folti a ogni maggio.
Morto è l’anno passato, sembrano dire,
e s’incomincia di nuovo e daccapo ancora.

Philip Larkin, Coventry 9 8 1922 – Londra 2 12 1985


Alberi

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Parlano poco gli alberi, si sa.
Passano tutta la vita meditando
e muovendo i loro rami.
Basta guardarli in autunno
quando si riuniscono nei parchi:
soltanto i più vecchi conversano,
quelli che donano le nuvole e gli uccelli,
ma la loro voce si perde tra le foglie
e assai poco percepiamo, quasi niente.
È difficile riempire un piccolo libro
coi pensieri degli alberi.
Tutto in essi è vago, frammentario.
Oggi, ad esempio, mentre ascoltavo il grido
di un tordo nero, di ritorno verso casa,
grido ultimo di chi non attende un’altra estate,
ho capito che nella sua voce parlava un albero,
uno dei tanti,
ma non so cosa fare di quel grido,
non so come trascriverlo.

Eugenio Montejo. Caracas, 1938 – Valencia, 5 giugno 2008


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