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Epidemica e Celeste

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*… quam magnus numerus Libyssae arenae
………………………………………….
aut quam sidera multa, cum tacet nox,
furtivos hominum vident amores

                                                       (Catullo)

Immaginati adesso che tu ed io

ormai a notte fonda
parliamo da uomo a uomo, finalmente.
Immaginatelo,
in una di quelle notti memorabili
di rara comunione, con la bottiglia
mezza vuota, i posacenere sporchi,
e dopo aver sviscerato il tema della vita.
Ti mostrerò un cuore,
un cuore infedele,
nudo dalla cintola in giù,
ipocrita lettore – mon semblable, – mon frère!

Perché non è l’impazienza del cacciatore d’orgasmo
che trascina il mio corpo verso altri corpi
se possibile giovani:
io inseguo anche il dolce amore,
il tenero amore per dormirci accanto
e che rallegri il mio letto al risveglio
……………………………………………
Per sapere d’amore, per apprenderlo,
essere stato solo è necessario.
Ed è necessario in quattrocento notti 
– con quattrocento corpi differenti –
aver fatto l’amore. Che i suoi misteri,
come disse il poeta, sono dell’anima,
ma un corpo è il libro in cui si leggono.
………………………………………………

La sua gioventù, la mia,
– musica del mio fondo –
sorride ancora nella imprecisa grazia
di ogni corpo giovane,
di ogni incontro anonimo,
illuminandolo. Dandogli un’anima.
…………………………………………
Né la passione di una notte d’avventura
che possa comparare
con la passione che porta il conoscersi,
gli anni di esperienza
del nostro amore.
Perché anche in amore
è importante il tempo,
e dolce, in qualche modo,
verificare con mano melanconica
il suo percettibile passaggio sopra un corpo
………………………………………………….                                                                
Sulla sua pelle indefinita,
quando passeranno altri anni e saremo alla fine
voglio schiacciare le labbra invocando
l’immagine del suo corpo
e di tutti i corpi che una volta amai
anche fosse un istante, disfatti dal tempo.
Per chiedere la forza di poter vivere
senza bellezza, senza forza e senza desiderio,
mentre continuiamo uniti
fino a morire in pace, entrambi,
come dicono che muoiono  quelli che hanno amato molto.

 

 

Jaime Gil de Biedma
Barcellona 13 11 1929 – Barcellona 8 1 1990

da Antologia Poetica (1953 – 1981) traduzione F. Luti

 

E ‘stato uno dei più grandi poeti spagnoli della generazione degli anni Cinquanta. La sua è una poesia  di grande intensità e  perfezione formale: colloquiale, comprensibile fin da subito, e tuttavia raffinata. Sebbene fosse nato da una famiglia dell’alta borghesia, la denuncia sociale e la sua ferma opposizione al franchismo sono temi che ricorrono spesso nella sua opera, ma non solo.

Jaime de Bidma ebbe una personalità  e una vita complesse e tormentate. L’eccesso di alcol e una vita senza regole lo portarono  a situazioni, spesso,  drammatiche e complicate. Un suo biografo dice di lui ” aveva una sessualità trasgressiva, disperata, incontenibile e in questo somigliava a Pasolini..” Debbo dire che mi è capitato di pensare la stessa  cosa quando ho letto Pandemia e Celeste.  Tocca l’anima. Nei versi è espresso,  con profondo sentimento e commovente sincerità,  l’irrefrenabile bisogno di passare attraverso molteplici avventure omosessuali, una specie di viatico necessario,  per esaltare, comunque sia,  l’unico vero grande amore, il mondo di relazioni che si stabilisce tra due persone che si amano l’un l’altro, profondamente. 

 

*sono versi tratti dal VII carme di Catullo (sotto, in neretto, la traduzione dei versi citati)

Tu chiedi, oh Lesbia, quanti tuoi baci  siano a me sufficienti e di avanzo Quanto grande il numero di (granelli di) sabbia libica (che) giace a Cirene la sarpicifera (ricca di laserpicio, una pianta detta anche silfio), tra l’oracolo di Giove infuocato e il sacro sepolcro dell’antico Batto, oppure quante stelle, quando la notte tace, vedono i furtivi amori degli uomini. Solo così Catullo pazzo d’amore sarà sazio, se tu lo bacerai con tanti baci che i curiosi non possano contarli, né gettare il malocchio i maldicenti.

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Quell’altro che abita in me….

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Quell’altro che abita pure in me,
forse proprietario, magari invasore o esiliato in questo corpo
estraneo oppure di entrambi,
quell’altro che temo e ignoro, felino o angelo,
quell’altro che è solo ogni volta che son solo, uccello o demonio,
quell’ombra di pietra cresciuta dentro di me e fuori di me,
eco o parola, quella voce che risponde quando mi domandano qualcosa,
il padrone del mio imbroglio, il pessimista e il malinconico e quello irragionevolmente allegro,
quell’altro pure
ti ama.

 

Dario Jaramillo Agudelo. Antioquia in Colombia 1947

da “Poesie d’amore” in “Dell’amore dell’oblio”

traduzione, Martha Canfield


Bene, lo ammetto….

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bene, lo ammetto, mi hai insegnato la solitudine
e a fare a meno di una tristezza che non mi apparteneva
poi fra le tue gambe ho sentito un giorno che la bellezza
non è fatta per chi non sa piangere
ma ho continuato a credere
che ti interessasse sapere quale lingua si parla
sull’altra faccia della luna
o se il canto d’amore delle balene è simile alle api
altre cose ho credute
che la vita fosse un’occupazione seria, per esempio,
e che non fumare faccia bene ai polmoni
e ciò è in gran parte vero ma non del tutto
come la faccenda del bicchiere metà vuoto e metà pieno
che somiglia tanto a quel centro delle cose
dove ci siamo smarriti
ora che i peschi sono di nuovo in fiore
e tutti mi dicono ma dove stai andando
e dentro mi porto questo dolore e certezza di amarti
e stare qui ad aspettarti per tutte le volte che i peschi
saranno ancora in fiore e ancora
sarai per me regina
una piccola intermittenza di questo piccolo cuore
che può esistere o essere messaggero
nell’ordine feroce delle cose
dove ci siamo smarriti
in questo mondo che è cambiato, mia regina,
ora che sei sola
adesso sì che sei davvero sola.

Emilio Piccolo,  Acerra  13 5 1951 – 23 7 2012

da “ Beatrice. My Heart is full of troubles


In una stazione del metrò

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Sventurati quelli che hanno scorto
una ragazza nel metrò
e si sono innamorati di colpo
e l’hanno seguita impazziti
e l’hanno persa per sempre tra la folla
Perché saranno condannati
a vagare senza meta per le stazioni
e a piangere sulle canzoni d’amore
che i musicisti ambulanti intonano nei tunnel
E forse l’amore non è che questo:
una donna o un uomo che scende da un vagone
in una stazione del metrò
e brilla per pochi secondi
e si perde senza nome nella sera.


Óscar Hahn
Iquique, Cile 5 luglio 1938


Dove avevano abitato

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Dovunque andasse quel giorno ripercorreva
il suo passato. Attraversava mucchi
di ricordi. Guardava dentro finestre
che non gli appartenevano più.
Lavoro, miseria e soldi scarsi.
A quei tempi vivevano con la forza di volontà,
ben decisi a essere invincibili.
Niente li avrebbe fermati. Non
per un bel pezzo.

Nella stanza del motel
quella notte, alle prime luci dell’alba,
scostò una tendina alla finestra. Vide nubi
ammucchiate contro la luna. S’appoggiò
al vetro. C’era uno spiffero freddo
che gli toccò il cuore.
Ti amavo, pensò.
Ti amavo tanto.
Prima di non amarti più.

Raymond Carver
da “Blu oltremare”in “Orientarsi con le stelle”


La donna del poeta

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In cortile mi lavavo
Mi lavavo all’aperto ch’era notte.
Di grezze stelle ardeva il firmamento.
Il loro raggio è sale sull’accetta. La botte
colma, orli rasi, ghiaccia e si rapprende.

La porta del cortile è ben sprangata;
la terra, secondo la coscienza, è dura.
Troverai a stento più puro ordito della
verità d’una tela fresca di bucato.

Una stella si discioglie come sale nella botte,
più buia è l’acqua gelida,
più pura la morte, più salata la sventura,
ed è più vera e più terribile la terra.

Osip Mandel’štam, Varsavia 15 1 1891 – Vladivostok 27 12 1938.

Anche questa poesia è una delle tante che Nadezda Mandel’stam imparò a memoria, per salvarla dalla furia cieca dello stalinismo. E’dolorosa e commovente la storia di Nadezda e Osip. Il poeta russo, osteggiato e vittima del regime, incarcerato più volte, muore in un gulag siberiano. Nadezda, non fidandosi di nessuno, porta con sè a memoria le poesie del marito in esilio e, solo dopo la morte di Stalin, riuscirà a farle pubblicare anche in Russia.
Che bella storia d’amore!


Le mie rose le sue rose…..

In un momento
Sono sfiorite le rose….

Dino Campana
Marradi, 20 agosto 1885 – Scandicci, 1 marzo 1932
da “Canti orfici” 1913