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Ma la Diversità, per noi, era come noi avevamo stabilito in cuore…

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Vecchio

Oh, uno Diverso, certo. Ma la sua Diversità, per noi, 
era come noi avevamo stabilito in cuore 
che la Diversità doveva essere. Ossia: 
noi vedevamo in lui uno di noi 
– niente altro che uno di noi – 
dotato di una misteriosa grazia. 
Infatti, ci sono, tra gli uomini, ideali comuni: 
sappiamo cos’è la fedeltà, la lealtà, 
il disinteresse, la passione – ma è raro 
che applichiamo a noi tali ideali… 
E quando capita che qualcuno 
li viva nella sua vita – nei suoi occhi 
e i suoi atti – allora pensiamo 
che si tratti di un dono divino. 
Pensiamo che sia, semplicemente, la sua natura, 
nata con lui, senza che gli costi nulla 
– come nulla costa a noi la nostra. 
Pensiamo, insomma, ch’egli sia com’è – 
cioè un uomo ideale – senza che ciò contraddica 
le semplici norme umane. 

Coro
Ma, che cosa c’è invece in lui, ora, al posto 
di quella grazia che noi gli attribuivamo? 

Vecchio
La Diversità, appunto. Ma la vera diversità 
quella che noi non comprendiamo 
come una natura non comprende un’altra natura. 
Una diversità che dà scandalo.

Pier Paolo Pasolini

dal dramma  “Pilade”

Il dramma politico Pilade è la rilettura in chiave moderna della trilogia eschilea “Orestea” 458 a. c. E’ una riflessione sulla democrazia, sul potere e la corruzione di destra e di sinistra.

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Se non puoi essere libera, sii un mistero.

17 luglio 1959, muore il canarino dalla voce bruciata

 



CANARINO

La voce bruciata di Billie Holiday
aveva tante ombre quante luci,
un candelabro triste contro un lucido piano,
la gardenia la sua firma sotto la faccia rovinata.

(Ora sì che vai bene, batterista e basso,
cucchiaio magico, magico ago.
Prenditi la giornata se ti serve
col tuo specchio e il braccialetto di canto).

Il fatto è, l’invenzione di donne sotto assedio
è stata affinare l’amore al servizio del mito.

Se non puoi essere libera, sii un mistero.

 

Rita Frances Dove
Akron, 28 agosto 1952


…..si vive come nelle camere d’albergo

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XXXIX


capita dopo notti passate a contare rughe e ricordi
di vivere per trasalimenti ed eroici furori
o di intuire che tre grammi di
high tech
sono sufficienti per un comfort impermeabile e sicuro
l’unico d’altra parte per non sentirsi provvisori
capita anche di accorgersi
che tutto dappertutto è uguale
la manopola del gas
la grattugia
l’occhio monocolo e senza prospettive
davanti a San Guido a Giotto a Cimabue
davanti ai cazzi tuoi e ai cazzi miei
così che alla fine ti ritrovi come shéhérazade
con un mucchio di storie da raccontare
con vocaboli gentili e vocaboli sguaiati
e altri né carne né pesce
né cerchio né quadrato
che ne fai poesie buone per ogni occasione
e poesie da recitare togliendosi le braghe
poesie in salsa di lumaghe e poesie per misto di cipolle
poesie per ogni donna che ci ha tre buchi
e poesie per beatrice laura e assuntina
poesie per il cane e poesie per lo zio
che dalla guerra scriveva a mio padre
lettere di sconfitte malvissute
perché così, amore, si vive
come nelle camere d’albergo
fra avanzi di colazioni e conti sparsi sul tavolino
fra arrivi e false partenze
tra notti passate a guardare la luna e le tue mani
e notti rubate alle cameriere gentili
per mance per pazienza o per dovere
si vive per scommessa o con metodo
per l’infamia o per la lode
perché chi vuoi, amore, che se ne importi
se il cielo è così terso
se ancora una volta è il mattino
se siamo felici.

 

Emilio Piccolo, Acerra 13 5 1951 – 23 7 2012

da “Les arrangements”

 

In una sua poesia, Emilio diceva:

“…che triste, amore mio, morir d’estate
come la vita oscena e un po’ baldracca
che brucia sulla pelle e fra le gambe

a primavera voglio io morire
il tredici di maggio che son nato
lontano da chi amo e chi mi ama
ché in ogni filo d’erba in ogni fosso
è bella questa vita ed io son vivo”

e invece morì in piena estate, lui che in primavera era nato, il 13 di maggio.
Ciao Emilio, ovunque tu sia!


Anniversario

Billie Holliday, Baltimora, 7 aprile 1915 – New York, 17 luglio 1959


Bisogna essere molto forti per amare la solitudine

Second Toronto After Dark Film Festival, October 2007.


La solitudine: bisogna essere molto forti
per amare la solitudine; bisogna avere buone gambe
e una resistenza fuori del comune; non si deve rischiare
raffreddore, influenza o mal di gola; non si devono temere
rapinatori o assassini; se tocca camminare
per tutto il pomeriggio o magari per tutta la sera
bisogna saperlo fare senza accorgersene; da sedersi non c’è;
specie d’invemo; col vento che tira sull’erba bagnata,
e coi pietroni tra l’immondizia umidi e fangosi;
non c’è proprio nessun conforto, su ciò non c’è dubbio,
oltre a quello di avere davanti tutto un giorno e una notte
senza doveri o limiti di qualsiasi genere.
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Invecchiando, però, la stanchezza comincia a farsi sentire,
specie nel momento in cui è appena passata l’ora di cena,
e per te non è mutato niente; allora per un soffio non urli o piangi;
e ciò sarebbe enorme se non fosse appunto solo stanchezza,
e forse un po’ di fame. Enorme, perché vorrebbe dire
che il tuo desiderio di solitudine non potrebbe esser più soddisfatto,
e allora cosa ti aspetta, se ciò che non è considerato solitudine
è la solitudine vera, quella che non puoi accettare?
Non c’è cena o pranzo o soddisfazione del mondo,
che valga una camminata senza fine per le strade povere,
dove bisogna essere disgraziati e forti, fratelli dei cani.

Pier Paolo Pasolini
da “Trasumanar e organizzar” 1971.


Siamo qui forse per dire: casa, ponte, fontana, porta, brocca, albero da frutto, finestra, – al più: colonna, torre …

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[…] Tuttavia perché molto è essere qui, e perché questo
luogo sembra aver bisogno di noi, questo luogo effimero
che ci riguarda. Di noi, i più effimeri di tutto
Ogni cosa una volta, una volta soltanto. Una volta e mai più.
Ed anche noi una volta. Mai di nuovo. Ma questo
essere stati una volta, pur solo una volta:
essere stati terreni, appare inappellabile […]
Elegia IX

Rainer Maria Rilke, Praga, 4 12 1875 – Montreux, 29 12 1926
da “Elegie duinesi” 1912

” Guarda, gli alberi sono; le case/che noi abitiamo, esistono ancora./ Noi soli scorriamo avanti a tutto, come aria che si rinnova” così dice Rilke nella seconda elegia. E tuttavia “essere qui” e non semplicemente “esserci”, sottolinea l’irrevocabile legame tra l’uomo e il mondo, l’unicità della vita di ogni essere umano, a cui è dato di “essere qui” una volta soltanto. Una volta e mai più .
essere qui è magnifico dice nella settima elegia. Ma perchè? forse c’è bisogno dell’uomo perchè il mondo comprenda se stesso. C’è bisogno dell’uomo che, con il cuore e il linguaggio, senta e nomini le cose del mondo. Così, sempre nella nona elegiaSiamo qui forse per dire: casa,/ ponte, fontana, porta, brocca, albero da frutta, finestra; /al più colonne, torre…ma per dire, comprendilo,/ oh, per dire così, come mai le stesse cose capivano d’essere intimamente”
Iraida (Annamaria Sessa)


È bella e terribile la terra…….

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Padre mio, mi sono affezionato alla terra
quanto non avrei creduto.
È bella e terribile la terra.
Io ci sono nato quasi di nascosto,
ci sono cresciuto e fatto adulto
in un suo angolo quieto
tra gente povera, amabile e esecrabile.
Mi sono affezionato alle sue strade,
mi sono divenuti cari i poggi e gli uliveti,
le vigne, perfino i deserti.
È solo una stazione per il figlio Tuo la terra
ma ora mi addolora lasciarla
e perfino questi uomini e le loro occupazioni,
le loro case e i loro ricoveri
mi dà pena doverli abbandonare.
Il cuore umano è pieno di contraddizioni
ma neppure un istante mi sono allontanato da te.
Ti ho portato perfino dove sembrava che non fossi
o avessi dimenticato di essere stato.
La vita sulla terra è dolorosa,
ma è anche gioiosa: mi sovvengono
i piccoli dell’uomo, gli alberi e gli animali.
Mancano oggi qui su questo poggio che chiamano Calvario.
Congedarmi mi dà angoscia più del giusto.
Sono stato troppo uomo tra gli uomini o troppo poco?
Il terrestre l’ho fatto troppo mio o l’ho rifuggito?
La nostalgia di te è stata continua e forte,
tra non molto saremo ricongiunti nella sede eterna.
Padre, non giudicarlo
questo mio parlarti umano quasi delirante,
accoglilo come un desiderio d’amore,
non guardare alla sua insensatezza.
Sono venuto sulla terra per fare la tua volontà
eppure talvolta l’ho discussa.
Sii indulgente con la mia debolezza, te ne prego.
Quando saremo in cielo ricongiunti
sarà stata una prova grande
ed essa non si perde nella memoria dell’eternità.
Ma da questo stato umano d’abiezione
vengo ora a te, comprendimi, nella mia debolezza.
Mi afferrano, mi alzano alla croce piantata sulla collina,
ahi, Padre, mi inchiodano le mani e i piedi.
Qui termina veramente il cammino.
Il debito dell’iniquità è pagato all’iniquità.
Ma tu sai questo mistero. Tu solo.

Mario Luzi
Castello di Firenze, 20 ottobre 1914 – Firenze, 28 febbraio 2005


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