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Era questo il destino…..

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Sono nudo davanti all’acqua immobile. Ho lasciato i
miei panni nel silenzio degli ultimi anni.

Era questo il destino:

arrivare sull’orlo e aver paura della quiete dell’acqua.

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Antonio Gamoneda 

Oviedo (Spagna) 30 maggio 1931


Vado, scendo i gradini profondi della vecchiaia. A. Gamoneda

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Ascolto l’ultimo
grido giallo.
Attraversando
cifre e ombre sono arrivato.
Non valeva la pena
tanta stanchezza senza destinazione.

 

Antonio Gamoneda  Oviedo, 30 5 1931

da Canzone erronea

traduzione di Alberto Pellegatta


Amo il mio corpo

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[…]  Amo questo corpo vecchio e la sostanza

della sua miseria clinica.

La dimenticanza

dissolve la materia riflessiva

davanti ai grandi vetri

della menzogna.

Ormai

tutto è risolto.

In me non c’è causa. In me non c’è

più stanchezza e

un’antica distrazione:

passare

dall’inesistenza

all’inesistenza.

È

un sogno.

Un sogno vuoto.

 

Ma succede.

Io amo

tutto quello che ho creduto

vivere in me.

Amai le mani

grandi di mia madre e

quel metallo antico

dei suoi occhi e quella

stanchezza piena di luce

e di freddo.

Disprezzo

l’eternità.

Ho vissuto

e non so perché.

Adesso

devo amare la mia propria morte

e non so morire.

                     Che sbaglio.

 

 

Antonio Gamoneda, Oviedo (Spagna) 30  5  1931

Da “Canzone erronea”

Traduzione di Alberto Pellegatta

 

 


Il banco d’ocra

lucciole

Tornavamo alle strade
per terre d’ombra e rampe di sangue.
Il timone dell’amore non ci sorpassava,
non ci precedeva più.
Aperta la tua mano,
me ne hai mostrato le linee:
vi sorgeva la notte.
Vi ho deposto una minuscola lucciola
affinché brillasse sul solco della vita:
anni di rinunce s’illuminarono di colpo
sotto quella lampada vivente
infatuata di noi.

René Char,
L’Isle-sur-la-Sorgue, 14 6 1907 – Parigi, 19 2 1988
da “La biblioteca è in fiamme” 1955
Trad. Francesco Marotta

Leggo, a volte, delle poesie il cui senso non subito e sempre comprendo. Eppure le sento risuonare dentro, mentre mi parlano dell’essere umano, delle sue ansie, le sue passioni, le sue speranze. E così credo che avesse ragione il poeta Antonio Gamoneda: a chi, una volta, gli aveva chiesto il significato di un certo verso di una sua poesia, rispose ”Quello che hai capito tu, quello vuol dire”


“ieri e oggi sono ormai un solo giorno nel mio cuore” A. Gamoneda

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L’età del ferro
Questa è l’età del ferro nella gola. È così.
Abiti te stesso ma ti disconosci; vivi in
una volta abbandonata nella quale ascolti il tuo cuore
mentre il grasso e l’oblio si estendono nelle tue vene
e ti calcifichi nel dolore e dalla tua bocca
cadono sillabe nere.
Vai verso l’invisibile
e sai che è reale ciò che non esiste:
la cavità oltre il pensiero.
Ricordi vagamente le tue cause e i tuoi sogni
(l’umidità, le canzoni, l’odore dei suicidi).
Ti alimentano l’ira e la pietà
in una cassa fredda.
Resta poco di te: vertigine, unghie
e ombre di ricordi.
Pensi la scomparsa e questa è
l’ultima ebbrezza. Ancora soavemente
accarezza le tue cartilagini e la tenebra cerebrale e il fegato
alimentato dalla pena.
Questa è l’età del ferro nella gola, del groppo
nello spirito. Chi sei?
Chi morirà in te?
Sarà l’ora della luce e già
tutto è incomprensibile. Tu
ami ancora quanto hai perso.

 

Antonio Gamoneda, Oviedo (Spagna) 1931
Premio Cervantes 2006


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