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Vidi l’alba un giorno e volli imparare la lingua del sole che sorge……

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Vidi l’alba un giorno
e volli imparare la lingua del sole che sorge.
Così cominciai a scrivere da est a ovest,
sognando i beduini e le rose del deserto,
ascoltando le musiche portate dal mare,
e imparai che la gola è profonda fino al ventre
e che ci sono lettere capaci di viaggiare
dall’una all’altro, senza mai perdersi,
andata e ritorno.
Andata e ritorno
dalla mente al cuore di una poesia antica,
di canti d’amore e di vanto, 
di rancore e di pianto.
Litanie infinite dai ritmi solo in apparenza 
mai uditi.

Annamaria Bianco

 

La ragazza nella foto ha scritto questa meraviglia e altre cose ancora. 

Un pomeriggio di molti anni fa, si presentò  a una delle nostre  interminabili riunioni di redazione del giornalino del liceo. Mi disse “Prof, vorrei raccontare la mia generazione, le cose che amiamo, quelle che ci fanno paura,  i nostri sogni,  il mondo….”

“…noi che non siamo il futuro come vogliono farci credere ma il presente…noi che non abbiamo certezze, che non sappiamo se riusciremo a costruirci un futuro qui o in un altro paese, che non sappiamo se andare o restare… noi abbiamo dentro tante  idee, emozioni e  anche tanto disordine… ma   questo è il momento di “partorire la nostra stella danzante”,   di ritrovarci faccia a faccia con la tempesta. E noi saremo pronti”

Così scrisse in un suo editoriale, il cui titolo era una citazione da Nietzsche “Bisogna avere in sé il caos per partorire una stella che danzi”  

Oggi è una specialista di  lingue arabe, viaggia per il mondo, scrive su alcuni giornali anche esteri e non finisce  mai di stupirmi la mia “stellina danzante”

 

 


Hiba, il dono.

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                                         (Alle tante Hiba che il mare ha ingoiato)

 

Stesso parco, stessa altalena,

la stessa età di mia nipote.

Cinque anni e mezzo,

due treccine nere e una parlantina rapida e vivace.

“Hiba” mi dice

“mi chiamo Hiba.

Tu lo sai cosa vuol dire in arabo il mio nome?” 

e mi rapisce subito con i suoi occhi nerissimi e magnetici.

“Vuol dire dono, mi dice, dono.

Così mi ha chiamata mio padre

quando sono nata” 

Mi  parla della sua terra, del nonno lontano

che ha una mucca con, dentro il pancino, il suo piccolo.

Il suo sguardo si incupisce

Volevo tenerlo in braccio...”

E continua

“Lo sai che la mia casa era vicina al mare?

ogni giorno andavamo sulla spiaggia, ma è grooooooonde, sai!!!”

Dice “grande” con un forte accento francese.

La “erre” che vibra

e la “a” che è una “o”

sulla quale insiste con una voce,

carica di malinconica nostalgia.

E allarga più che può le braccia

e guarda il cielo Hiba,

Hiba, il “dono”.

(Annamaria Sessa)


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