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..incommensurabilmente sola.

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Davanti a questo mare acceso di malve crepuscolari

io e la tua diserzione.

Parliamo?

 

Lontano

sibillina vacuità della morte

bosco imperscrutabile

nebbia spessa dell’arcano.

 

Dove la tua voce smorzò il suo messaggio?

Ah, mio caro,

a che distanza si spezza il legame tra i vivi e morti?

E quando arriva la famosa forza d’animo?

La frivolezza del riso, la banalità dell’abbandono?

La nuova abitudine di non nominarti, non chiamarti,

non comporre il tuo numero di telefono?

 

Io e questa finestra davanti alla sera triste di malve

nello sforzo solitario di continuare a parlare con te

di questo mondo senza mai menzionare l’altro.

Interstizio tra il mio fiato e la tua assenza

incommensurabilmente sola.

 

 

Carmen Yanez, Santiago del Cile 1952

da “Latitudine dei sogni”

traduzione Roberta Bovaia

 

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….mia mezza vita

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Nella cena mi avanza
mezza pizza.
Che sensazione strana.
Dietro al vetro, la notte, il mare, agosto.
Che tristezza
mi avanza mezza notte,
mi avanza mezza luna,
mezzo mare: la parte
che spettava a te di quel nostro noi.
E mi avanza e mi manca mezzo io
perché mi manchi tu, mia mezza vita.

 

Miguel D’Ors

Santiago de Compostela 1946

Da “Sol de noviembre”

Traduzione di  Gloria Bazzocchi

 


….non c’è il tuo corpo e c’è bisogno del calore del tuo corpo….

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fa freddo in questa zona del paese
dove non c’è il tuo corpo e c’è bisogno
del calore del tuo corpo e non mi sento
addolorato o pentito o triste ma
soltanto solo…..

 

John Wendell, eteronimo di Juan Gelman
da ” Gotàn”
traduzione di Laura Branchini
 

La mia solitudine mi coglie di sorpresa come una presenza: come un essere invisibile

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Ho letto le poesie di Prados

in un libro che era di mio marito:

c’è il suo nome, il luogo, la data

e segni di matita accanto ai versi

che gli sono piaciuti.

“Quien roba luz en las ramas

del arbol?”

Si sarà tolto gli occhiali,

avrà guardato fuori.

Mi tolgo gli occhiali, guardo fuori,

segno con la matita altri versi.

“Mi soledad me ha sorprendido

como una forma humana”.

Lui è morto da undici anni,

e il libro di Prados è del sessantasei.

 

 

Alida Airaghi, Verona  1953

da “Frontiere del tempo”

 

Sul mio comodino c’è sempre più di un libro,  per via dell’abitudine che ho, fin dall’adolescenza,  di leggerne due, a volte anche tre,  contemporaneamente. Mio marito, invece, negli ultimi anni  aveva ammassato, sul suo,   libri e libri  e ciò era spesso motivo di battibecchi tra di noi, perché nell’operazione di rispolvero, cadevano e lui si lamentava del confuso riordino da parte mia. Trattavano tutti di un unico argomento: la genetica, una materia per me di difficile lettura. Ora che non c’è più,  li ho riposti nella libreria dello studio. Quando mi capita di fare pulizia,  li sfoglio, leggo qualche titolo, mi soffermo alle sottolineature a matita,  li richiudo, con la mano percorro  i loro margini e sfioro lentamente  la superficie delle pagine, quasi fossero carezze.

Iraida (Annamaria S.) 

 


..l’autunno è l’unica postura che la mia fronte può avere per pensarti…

 

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A volte la tua assenza è parte del mio sguardo,

le mie mani contengono la lontananza delle tue

e l’autunno è l’unica postura che la mia fronte può avere per pensarti.

A volte ti scopro in un volto che non avesti e nell’apparizione che non

[ meritavi,

a volte è una strada al tramonto dove non dovremo tornare a incontrarci,

mentre il tempo trascorre tra un movimento del mio cuore e un

[ movimento della notte.

A volte la tua assenza appare lentamente nel mio sorriso come una

[ macchia di olio sull’acqua,

ed è l’ora di accendere certe luci

e camminare per casa

evitando l’esplosione di certi angoli.

Nei tuoi occhi ci sono barche ancorate, ma io ormai non dovrò liberarle,

nel tuo petto ci furono sere che alla fine dell’estate

tuttavia guardai incendiarsi.

E queste sere sono ancora le mie riunioni con te,

il disgelo che nella notte

scioglie la tua maschera e la perde.

 

José Carlos Becerra

Messico 21 maggio 1936 – Brindisi  27 maggio 1970

Dall’antologia “Nell’imminenza del giorno”

 traduzione e cura di Tomaso Pieragnolo e Rosa Galllitelli

 


(…) E fu più o meno da quel momento, che volli tornare indietro. Tornare per trovare l’origine. Una porta. Per ricominciare.. Tornare per ritrovare l’inizio, e me stesso tramite esso (V. O. Mateus)

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Quando partii non comparve nessuno sul bordo della pista.

Quando partii i viaggi erano cosa semplice e banale,

e non quest’ansia di dare un senso al

dolore, uno spazio all’assenza, una fonte

– per quanto minuscola – per saziare quella che

continua ad essere un’inesausta sete. Quando partii erano

 

tutti indaffarati a viaggiare, ma in un altro modo –

voracità di usurai, occhi spalancati

dove il tempo é negoziabile tanto quanto un futuro

ipotecato o una semplice ruota arrugginita. Quando

partii ebbero subito la cortesia di avvisarmi che la poesia

non ha mai salvato nessuno, che la ricerca delle radici

 

(inteso come la comprensione di un passato non

avvenuto) era cosa tanto ridicola quanto obsoleta

per le crasse risate di molti. Quanto partii la buganvillea

della casa di fronte era splendida e c’era

un gatto che passava per la rete. Quando partii una donna

nell’edificio accanto sbatteva un tappetino.

 

Mi fece un cenno di saluto. Sorrise. Quanto partii immaginai

il loro scherno, le telefonate dall’uno all’altro,

le chiacchiere. Quando partii non comparve nessuno

per salutarmi, c’erano solo: io, un progetto

vago, il tuo viso riflesso in lontananza

e il sole che batteva in pieno sopra i vetri.

 

 

Victor Oliveira Mateus, Lisbona

dalla raccolta ” Regresso” 2010.

traduzione dal portoghese di Vera Lúcia de Oliveira

 

Una storia scritta in un libro a cui mancano le prime pagine. Ho sempre pensato  che la mia vita, la vita di chi non conosce le proprie origini,  fosse una storia  così. Oppure un luogo disabitato,   un deserto di volti e di memorie, a cui  devi tornare “per saziare quella che continua ad essere un’inesausta sete”   per guarire da un’ossessioneper fare pace col mondo e con te stessa.  E così , senza bussole né coordinate,  devi partire. O tornare. Un ritorno dell’io al  suo principio, come voleva Plotino. Si parte,  in solitudine,  per la solitudine di un vissuto che non ricordi o che ti è sconosciuto ma nel quale ti senti ancora intrappolato, un viaggio doloroso ma necessario  se vuoi continuare a percorrere la tua vita ed  uscire dal senso di indeterminatezza che è come la tua ombra, non ti lascia mai.   La mèta è il punto di partenza, l’inizio, l’origine,  con cui hai bisogno di ricongiungerti, per dare uno spazio all’assenza e sentire finalmente la tua essenza. 

Iraida (Annamaria S.)

 


Il silenzio

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Il silenzio può essere un piano
rigorosamente eseguito
La cartografia di una vita
È una presenza
ha una storia una forma
Non confonderlo
con alcun tipo di assenza.

Adrienne Rich
Baltimora, 16 maggio 1929 – Santa Cruz, 27 marzo 2012

Quasi un monito, questa poesia.
Una delle grandi voci della poesia moderna americana, militante femminista e pacifista, Adrienne Rich prese coscienza e dichiarò la sua omosessualità, dopo venti anni di matrimonio e tre figli. Per tutta la vita, si ribellò allo stereotipo della donna “inesistente” inghiottita da doveri e restrizioni quotidiane, dall’ottusa visione di una donna prigioniera di convenzioni e regole imposte. Nelle sue opere in prosa e versi, si interroga sulle istituzioni del matrimonio e della maternità che, dice, hanno fatto dell’esistenza delle donne, delle “vite rinchiuse”. E invece lei pensava a una donna presente e partecipe della Storia, coraggiosa e con la giusta indignazione di fronte a ingiustizia e oppressione, una donna ” che troverà la via / per entrare di nuovo in scena / con un coltello e una macchina fotografica / un libro di miti….
E Adrienne Rich fu una donna di grande coraggio e coerenza. Nel 1997 rifiutò la National Medal of Arts, in disaccordo con la presidenza Clinton in quanto “l’arte, per come la concepisco io, e’ incompatibile con la politica cinica di questa amministrazione”. Nel 2003, la Rich e altri poeti rifiutarono di partecipare a una conferenza alla Casa Bianca sulla poesia americana, in segno di protesta contro la guerra in Iraq.


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