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Assenza

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Dovrò innalzare la vasta vita
che ancora adesso è il tuo specchio:
ogni mattina dovrò ricostruirla.
Da quando ti allontanasti,
quanti luoghi sono diventati vuoti
e senza senso, uguali
a luci nel giorno.
Sere che furono nicchie della tua immagine,
musiche in cui sempre mi attendevi,
parole di quel tempo,
io dovrò frantumarle con le mie mani.
In quale profondità nasconderò la mia anima
perché non veda la tua assenza
che come un sole terribile, senza tramonto,
brilla assoluta e spietata?
La tua assenza mi circonda
come la corda la gola
il mare a chi sprofonda.

Jorge Luis Borges


Sempre…

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Dove
in quali tenebre t’avvolgi?
non parlo con te
non mi ascolti parlare
non ti respiro
non ti vedo
mi forgiano
le martellate della tua assenza
sempre ti amerò
sempre
i miei versi dolenti di te
dirò in solitudine
come se tu fossi
frutta tenuta in segreto
cieca sotto la gonna
di una bimba
sperduta nella sua memoria
in fuga
triste del suo rossore.

Juan Gelman
Buenos Aires, 3 5 1930 – Città del Messico, 14 1 2014

Juan Gelman, poeta, scrittore e giornalista argentino, è vissuto a lungo in esilio, perchè impegnato nella lotta legale contro il regime di Videla, che negli anni 70, gli uccise il figlio Marcelo e la nuora. Quest’ultima, prima di essere giustiziata, aveva partorito una bambina, che fu data subito in adozione. Gelman iniziò quindi una lunga e difficile ricerca che finì nel 2000, quando il poeta riuscì a rintracciarla in Uruguay. Insieme a lei ha continuato a battersi, per il riconoscimento dei diritti dei familiari dei desaparesidos, fino alla fine.


oh, se tu potessi ritornare….

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oh, se tu potessi ritornare,
ti mostrerei le sette lune che si vedono
dalla finestra della mia stanza.
E i sette soli, se ci volessi
passare una notte ancora.
Niente di ciò ti rivelai prima,
che erano segreti miei
e io, i segreti, li custodisco
finché diventa troppo tardi per raccontarli.

oh, se tu potessi ritornare, ti porterei a vedere il giardino,
dietro casa, dove c’è un nespolo che è solo mio
e alla cui ombra potremmo leggere d’estate, se l’estate venisse
e tu volessi passarla solo con me; e anche il lucernario,
sul tetto, senza un vetro, da dove a
volte, cadono le stelle; e tanto piccole che si perdono negli occhi
di chi si pone così, a guardarle, senza sapere da dove vengono

dicono che sono gli angeli che le lanciano adagio per riscaldare
le notti. Forse ti mostrerei anche gli angeli se tu ritornassi.

 

Maria do Rosário Pedreira, nata a Lisbona nel 1959


…e così poco è la vita, che le cose durano più di te.

2014-03-01 17.05.50

 

 

Leggi, sono questi i nomi delle cose che
lasciasti – me, i libri, il tuo profumo
sparso per la stanza; sogni una metà e dolori il doppio, baci per
tutto il corpo come tagli profondi
che non si rimargineranno mai; e libri, nostalgia,
la chiave di una casa che non è mai stata la
nostra, una vestaglia di flanella blu che
indosso, quando faccio questo elenco:

libri, risa che non riesco a mettere in ordine,
e rabbia – un vaso di orchidee che
amavi tanto senza che io sapessi perché e
che forse per questo non tornai ad innaffiare; e
libri, il letto disfatto per tanti giorni,

una lettera sul tuo cuscino e tanta
afflizione, tanta solitudine; e in un cassetto
due biglietti per un film d’amore che
non hai visto con me, e altri libri, e anche
una camicia sbiadita con la quale dormo
di notte per stare più vicino a te; e, da

tutte le parti, libri, tanti libri, tante
parole che mai mi hai detto prima della
lettera che scrivesti quella mattina, e io,
io che ancora credo che tornerai, che
ritorni, sia pure solo per i tuoi libri

Maria do Rosário Pedreira, Lisbona 1959

da  “Nessun nome dopo”

traduzione di Mirella Abriani


Il sogno è l’ultima notizia che possiedo di te. Franz Kafka

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Perdonare un addio è facile
e si fa grande impressione.
Così perdono la tua assenza,
il mio strazio ed il niente successivo.
L’addio definitivo rende liberi
senza tormento – manco un ricordo
duole se non voglio, i fasci
di tempo allacciati a covone
nella memoria ristanno muti.

Ma se sopraggiunge il vento
di un evento inatteso, insperato –
o semplicemente ignoto e smuove
i pensieri a cui volto le spalle,
ecco volare ricordi.
Perché ogni sera ha il suo ritorno,
il suo chiamare e le ansie disattese
– a nulla rispondi, da vent’anni –
e i ricordi sono l’unico ritorno.

Fosca Massucco
L’occhio e il mirino

 


Avesse almeno un corpo la nostalgia, potrei buttarla giù dalla finestra!

 

 

E oggi

che ho avuto più coraggio delle altre volte,

non le ho richiuse le ante.

Le ho tenute spalancate con le mani.

In fila tutti i tuoi vestiti,

non ci sono più le cravatte,

le ho tagliate a pezzi una notte

per farne un plaid patchwork

una notte, che sbattevano più del solito

i rami della tuja contro le finestre

e mi sembrò di sentire la tua voce

provenire dalla direzione dei sogni.

O forse un giorno

spudorato e  impietoso

che si era svegliato presto quella mattina

a ricordarmi che non ci sei più.

 

 

 

Annamaria Sessa


Dimmi che ci ritroveremo……

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Dimmi che ci ritroveremo
da qualche parte.
Che contratteremo
il prezzo dell’esistenza
senza farci capire
da nessuno
e lasceremo la mancia
ai giorni peggiori.
Senza indugiare,
sceglieremo
l’inferno,
che abbiamo pregato
abbastanza
e in paradiso
nemmeno si balla.
Avrò di nuovo
capelli lunghissimi
e mani piene di anelli,
che cercheranno
di stringere la pioggia.

Sonia Tri nata nel 1969 a Pordenone.


Stamattina, intorno alle 6:00…….

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I ricordi mi vedono

Una mattina di giugno in cui era troppo presto
per svegliarmi ma troppo tardi per riprendere sonno,
devo uscire nel verde che è colmo
di ricordi, e mi seguono con lo sguardo.
Non si vedono, si fondono completamente
al paesaggio, perfetti camaleonti.
Sono così vicini che li sento respirare
benché il canto degli uccelli dia stupore.

Tomas Tranströmer
Stoccolma, 15 aprile 1931


Da lontano

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Qualche volta, piano piano, quando la notte

si raccoglie sulle nostre fronti e si riempie di silenzio,
e non c’è più posto per le parole,
e a poco a poco si raddensa una dolcezza intorno
come una perla intorno al singolo grano di sabbia,
una lettera alla volta pronunciamo
un nome amato
per comporre la sua figura;
allora la notte diventa cielo
nella nostra bocca, e il nome amato
un pane caldo, spezzato.

da “Mandate a dire all’imperatore” Premio Viareggio-Repaci 2010
Pierluigi Cappello
Gemona del Friuli (UD) 1967


Il vasto mare della dimenticanza

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Verso il mare della dimenticanza

Non è necessario che tu mi ascolti, non è importante che tu senta le mie parole,
no, non è importante, ma io ti scrivo lo stesso (eppure sapessi com’è strano, per me, scriverti di nuovo,
com’è bizzarro rivivere un addio…)
Ciao, sono io che entro nel tuo silenzio.

Che vuoi che sia se non potrai vedere come qui ritorna primavera
mentre un uccello scuro ricomincia a frequentare questi rami,
proprio quando il vento riappare tra i lampioni, sotto i quali passavi in solitudine.
Torna anche il giorno e con lui il silenzio del tuo amore.

Io sono qui, ancora a passare le ore in quel luogo chiaro che ti vide amare e soffrire…

Difendo in me il ricordo del tuo volto, così inquietamente vinto;
so bene quanto questo ti sia indifferente, e non per cattiveria, bensì solo per la tenerezza
della tua solitudine, per la tua coriacea fermezza,
per il tuo imbarazzo, per quella tua silenziosa gioventù che non perdona.

Tutto quello che valichi e rimuovi
tutto quello che lambisci e poi nascondi,
tutto quello che è stato e ancora è, tutto quello che cancellerai in un colpo
di sera, di mattina, d’inverno, d’estate o a primavera
o sugli spenti prati autunnali – tutto resterà sempre con me.

Io accolgo il tuo regalo, il tuo mai spedito, leggero regalo,
un semplice peccato rimosso che permette però alla mia vita di aprirsi in centinaia di varchi,
sull’amicizia che hai voluto concedermi
e che ti restituisco affinché tu non abbia a perderti.

Arrivederci, o magari addio.
Lìbrati, impossèssati del cielo con le ali del silenzio
oppure conquista, con il vascello dell’oblio, il vasto mare della dimenticanza.

Josif Aleksandrovič Brodskij
Leningrado 24 maggio 1940, Brooklyn 28 gennaio 1996


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