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A quest’ora

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Il sole lentamente si sposta

sulla nostra vita, sulla paziente

storia dei giorni che un mite

calore accende, d’affetti e di memorie.

A quest’ora meridiana

lo spaniel invecchia sul mattone

tiepido, il tuo cappello di paglia

s’allontana nell’ombra della casa.

 

 

Attilio Bertolucci

San Prospero Parmense, 18 11 1911 – Roma, 14 6 2000

da “Lettere da casa

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E viene un tempo…..

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E viene un tempo che la tua persona
si fa maturando più dolce, si screzia
il tuo volto di bruna come i fiori
che ami, i garofani e i gerani
dell’umida primavera di qui.
Gli anni sono passati, sull’intonaco
inverdito di muffa luce e ombra
si baciano, a quest’ora che volge,
con tale disperata tenerezza
il tempo prolungando dell’addio.

 

Attilio Bertolucci

Parma 18 11 1911 – Roma, 14 6 2000

da “Lettere da casa”


Le mattine dei nostri anni perduti…

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Le mattine dei nostri anni perduti
i tavolini nell’ombra soleggiata dell’autunno,
i compagni che andavano e tornavano, i compagni
che non tornarono più, ho pensato ad essi lietamente.
Perché questo giorno di settembre splende
così incantevole nelle vetrine in ore
simili a quelle d’allora, quelle d’allora
scorrono ormai in un pacifico tempo,
La folla è uguale sui marciapiedi dorati,
solo il grigio e il lilla
si mutano in verde e rosso per la moda,
il passo è quello lento e gaio della provincia.

 

Attilio Bertolucci. Parma 18 11 1911 – Roma, 14 6 2000


Giorno te ne vai e non sai nulla di me….

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Un cielo così puro
un vento così leggero
non so più dove sono
dove ero.
O gaggia nuda,
bruna violetta
che nel calore fugace
appassisci….
Giorno te ne vai
e non sai nulla di me e della violetta
che tanto amo
e del ramo nudo della gaggia,
giorno, non andar via.

 

Attilio Bertolucci

da “La capanna indiana”


eppure vita era anche il giorno che muore

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Sopravvivenza: anch’essa. Essa, la vecchia campagna,
ritrovata, quassù, dove, per noi, è più eterna.
Sono gli ultimi giorni, o, è uguale, gli ultimi anni,
dei campi arati con le file dei tronchi sui fossi,
del fango bianco intorno ai gelsi appena potati,
degli argini ancora verdi sulle rogge asciutte. […]
Un nuovo tempo ridurrà a non essere tutto questo:
e perciò possiamo piangerlo: con i suoi bui
anni barbarici, i suoi romantici aprili.
Chi non la conoscerà, questa superstite terra,
come ci potrà capire? Dire chi siamo stati?

Pier Paolo Pasolini. Bologna, 5 3 1922 – Roma, 2 11 1975
da “La religione del mio tempo”

A PASOLINI
(in risposta)

Sopravvivenza, la nostra terra? Ma durano a lungo
questi crepuscoli, come d’estate che mai, mai
viene l’ora della lampada accesa, di quelle
falene irragionevoli che vi sbattono contro,
attratte e respinte dal chiarore che è vita
(eppure vita era anche il giorno che muore).
Soltanto ci sia dato, in un tempo incerto
di trapasso, ricordare, ricordare per noi
e per tutti, la pazienza degli anni
che i lampi dell’amore ferirono – e si spensero.

Attilio Bertolucci. Parma 18 11 1911 – Roma, 14 6 2000
da “Viaggio d’inverno”

Meraviglioso questo confronto di due sensibilità al cospetto di un mondo che cambia o, più in generale, di tutto ciò che muore.
Per Pasolini: la consapevolezza amara che la realtà contadina, con la sua cultura, i suoi modelli millenari, la sua lingua, non sopravviverà alla storia.
Per Bertolucci: stare al mondo, con il suo inarrestabile flusso di contemporaneità, è inevitabile ma accettabile e perfino affascinante. E anche se la morte ci fa paura, la salvezza è nel vivere nella sua interezza l’amore, ciò che abbiamo e ciò che perdiamo, perché è “vita” anche il giorno che muore.


Per un bel giorno

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Un cielo così puro
un vento così leggero
che non so più dove sono
dove ero.

O gaggìa nuda,
bruna violetta
che nel calore fugace
appassisci…

Giorno che te ne vai
e non sai nulla di me e della violetta
che tanto amo
e del ramo
nudo della gaggìa,
giorno, non andar via.

Attilio Bertolucci
San Prospero Parmense, 18 11 1911 – Roma, 14 6 2000
da “Lettera da casa” 1951


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