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In un libro di versi…

 

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In un libro di versi schizzato

dall’amore, dalla tristezza, dal mondo,

i miei figli hanno disegnato signore gialle,

elefanti che avanzano sopra ombrelli rossi,

uccelli trattenuti sul bordo di una pagina,

hanno invaso la morte,

il grande cammello azzurro riposa sulla parola cenere,

una guancia scivola sopra la solitudine delle mie ossa,

il candore vince sul disordine della notte.

 

Juan Gelman

Buenos Aires, 3 5 1930 – Città del Messico, 14 1 2014

Da Gotán, 1962

traduzione di Emilio Coco

 

Ricordo  i tanti libri di poesie che, tra  minestrine e  merende, lasciavo in giro quando i miei figli erano piccoli. Armati di penne e pastelli,  ricoprivano le pagine con i loro disegni. Allora mi arrabbiavo, oggi sfogliando quelle “opere d’arte”,  provo tanta tenerezza e mi torna in mente un pensiero del poeta Mario Quintana che dice più o meno così I libri di poesie devono avere margini spaziosi e molte pagine in bianco e sufficienti spazi vuoti nelle pagine stampate, perché i bambini possano riempirli di disegni – gatti, uomini, aeroplani, case, comignoli, alberi, lune, ponti, automobili, cani, cavalli, buoi, trecce, stelle – che saranno anch’essi poesie…”


L’impaginazione

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I libri di poesie devono avere margini spaziosi e molte pagine in bianco e sufficienti spazi vuoti nelle pagine stampate, perché i bambini possano riempirli di disegni – gatti, uomini, aeroplani, case, comignoli, alberi, lune, ponti, automobili, cani, cavalli, buoi, trecce, stelle – che saranno anch’essi poesie…

da “Sapato florido”
Mario Quintana, poeta brasiliano
Alegrete, 30 7 1906 – Porto Alegre, 5 5 1994


Piove…..


Oggi piove, guardo questo video.
Se esco dovrò portarmi l’ombrello, mettere l’impermeabile e gli stivali. Ora che ci penso, dovrò chiudere le imposte e mettere a riparo la biancheria stesa.
I bambini, invece, non hanno paura di bagnarsi, non hanno paura della pioggia, sono gli unici a sentire ancora di essere un tutt’uno con il mondo naturale che li circonda: l’albero, l’animale, il vento, la pioggia. I bambini , per un tempo breve ahimè, mantengono ancora il legame primordiale tra l’essere umano e la sua “madre” naturale. Poi anche loro patiranno il distacco e l’abbandono. Anche loro dimenticheranno di essere un frammento piccolissimo di una vita più grande della loro esistenza.
E impareranno a soffrire di solitudine.
Iraida


Libera rappresentazione della favola di Cappuccetto rosso. Asia (mia nipote) anni 4.

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Non essendo che uomini….

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Non essendo che uomini, camminavamo fra gli alberi,
spauriti, pronunciando sillabe sommesse
per timore di svegliare le cornacchie,
per timore di entrare
senza rumore in un mondo di ali e di stridi.

Se fossimo bambini potremmo arrampicarci,
catturare nel sonno le cornacchie, senza spezzare un rametto,
e, dopo l’agile ascesa,
cacciare la testa al di sopra dei rami
per ammirare stupiti le immancabili stelle.

Dalla confusione, come al solito,
e dallo stupore che l’uomo conosce,
dal caos verrebbe la beatitudine.

Questa, dunque, è leggiadria, dicevamo,
bambini che osservano con stupore le stelle,
è lo scopo la conclusione.

 

Dylan Thomas
Swansea, 27 ottobre 1914 – New York, 9 novembre 1953

Tutte le volte che arrivo a scuola con una nuova poesia da studiare, per prima cosa, la faccio leggere a voce alta ad ognuno dei ragazzi. Una, due, dieci, venti volte….. Chi l’ha scritta , non è per il momento fondamentale. Quello che chiedo è di sottolineare la parola o le parole che, secondo loro, contengono una densità di significato particolare o che, intenzionalmente, l’autore, ha collocato in una posizione di rilievo rispetto alle altre, e anche quelle sulle quali la voce, loro o quella dei compagni, sembra indugiare. Certe volte ne troviamo più di una, altre volte una sola: quella è la parola-chiave, quella che racchiude il senso di un intero testo.
In questa poesia di Dylan Thomas, la parola chiave è un aggettivo: “immancabili” che si riferisce a stelle. Le stelle sono là, allo stesso posto, da sempre. Appaiono, scompaiono, ritornano sempre. Eppure le uniche creature che riescono ancora a stupirsi, a sorprendersi del loro “immancabile” ritorno, sono i bambini. Gli uomini si aggirano in un labirinto di paure, non osano salire sugli alberi (…camminano tra gli alberi..) non tragrediscono le “regole”, non le vedono le stelle anche se (….dalla confusione e dallo stupore …dal caos verrebbe la beatitudine), dallo stupore prenderebbe vita la leggerezza e la gioia di esistere.
Ma gli uomini “non essendo che uomini” camminano tra gli alberi e hanno paura di “svegliare le cornacchie”
Difficilmente li raggiunge la vertigine del piacevole e beato stupore per le “immancabili stelle”.
Iraida (Annamaria Sessa)


Le voci dei bambini impollinano il tempo….

 

Mia nipote  Asia ha tre anni e le idee già ben chiare:

da grande vuole fare la “pinpipessa” e la ballerina.

Da quando è nata,  ogni volta che la guardo

è come  se qualcosa di prodigioso avvenisse sotto i miei occhi.

Ieri non si dava pace, aveva perso un giochino

e girava dentro casa, ripetendo

“dov’è naccotto nonna? “

Mi è venuto da pensare, in quel momento, 

alle tante cose che  dovrà cercare nella vita….

per essere felice.

Annamaria Sessa

——————

C’è qui – mentre le voci dei bambini
impollinano il tempo – come una nostalgia
simile a quella che del corpo hanno i morti.
Acqua acqua fuoco fuoco – giocano
a chi trova ciò che è nascosto
un gioco che durerà ancora,
a lungo.

Lucianna  Argentino

La poesia è tratta da  http://www.vicoacitillo.it/


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