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poi………

 

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Poi arriva la sera, così,

dolcissima.

E con questi occhi annegati

scorgo gli uccelli che solcano

il verde tempio del raccoglimento

da dove tu ancora mi guardi

da dove ancora non ti decidi

a lasciarci

…………………………

Ha cominciato a piovere.

Forse i tuoi ultimi passi sono le ali

che agitano l’aria;

forse sei il trino che unisce le note

e fa tremare i rami.

 

 

Carmen Yanez, Santiago del Cile 1952

da “Latitudine dei sogni”

traduzione di Roberta Bovaia.

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Le stelle

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Le stelle

forse illusione della retina

eppure così belle di sogno.

Insondabili, misteriose.

 

Io non ne parlo

non ne conosco il contorno

di fuoco.

 

Posso invece parlare di quest’erba fine,

della sua proprietà curativa,

del suo intreccio e del sapore.

Vicina alle mie mani

nell’orto che coltivo

sotto la luce enigmatica

dell’inesplorato.

 

Carmen Yanez, Santiago del Cile 1952

da “La latitudine dei sogni”

traduzione di Roberta Bovaia


Ciascuno porta il proprio tempo tra le ciglia

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Ciascuno 

porta un ricordo palpabile,

un sasso, una libellula disseccata,

un pezzo di legno di una nave

naufragata da tempo.

Ciascuno

porta il proprio tempo

tra le ciglia,

un dolore accumulato

tra le cornici dell’esistenza.

 

 

Carmen Yanez,  Santiago del Cile 1952

da “Latitudine dei sogni”

traduzione Roberta Bovaia

 

 


..incommensurabilmente sola.

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Davanti a questo mare acceso di malve crepuscolari

io e la tua diserzione.

Parliamo?

 

Lontano

sibillina vacuità della morte

bosco imperscrutabile

nebbia spessa dell’arcano.

 

Dove la tua voce smorzò il suo messaggio?

Ah, mio caro,

a che distanza si spezza il legame tra i vivi e morti?

E quando arriva la famosa forza d’animo?

La frivolezza del riso, la banalità dell’abbandono?

La nuova abitudine di non nominarti, non chiamarti,

non comporre il tuo numero di telefono?

 

Io e questa finestra davanti alla sera triste di malve

nello sforzo solitario di continuare a parlare con te

di questo mondo senza mai menzionare l’altro.

Interstizio tra il mio fiato e la tua assenza

incommensurabilmente sola.

 

 

Carmen Yanez, Santiago del Cile 1952

da “Latitudine dei sogni”

traduzione Roberta Bovaia

 


Tanta vita camminata!

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Una se ne sta tranquilla
in un alberghetto di Saint-Maló
la costa smeraldo di antichi corsari
davanti al mare, insomma, esposta.
E di colpo batte il Pacifico splendido
la brezza alimentata di eucalipti
sulla riva di un ricordo indelebile
dove albergò la piccola felicità
che regge le vertebre della vita.
Dove si conserva il mare che ci apparterrà per sempre?
In quale organo si occulta dopo tanti viaggi?
In quale viscera ulula la bestia dei ricordi?
L’infanzia che sgorga tra le onde
dalla finestra di un esilio che incessantemente ci avvolge
con le sue piccole mani ora.
Sassolini che raccoglievo con tutto quello che trovavo
nelle piccole tasche rotte.
Una se ne sta tranquilla
a camminare sulla sabbia,
ma le scarpe rallentano col loro peso.
Tanta vita camminata!
Anche se i piedi vogliono staccarsi da terra
confondersi con il blu.
E in fondo uno sa
che tutto è illusione
il qui e il là nel corpo.
L’unica verità è il dolore,
il taglio fastidioso
che ha fatto il filo di un ciottolo nella scarpa sinistra,
il tallone ferito che impedisce talora di avanzare
che va e viene
come l’onda che morde
malgrado la sua bellezza implacabile.

 

Carmen Yanez, Santiago del Cile 1952

da “Latitudine dei sogni”

traduzione Roberta Bovaia


L’ordine delle cose

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L’albero del susino,
laggiù le gardenie a sinistra,
più in là il blù.
Il mare.
Dove, amore,
metteremo il mare?
Gli anni in quaderni gialli
e la risata dorata quando badiamo ai gatti.
In quale cofanetto dell’inverno
metteremo il temporale?
In solaio le ore della tua assenza.
Gli allori, i gerani,
la menta ai piedi
di questa promessa.
Vedrai
com’è imprevedibile la terra, amore,
se solo esisti.

Carmen Yanez
Santiago del Cile 1952

Quando ho letto questa poesia mi sono venute in mente le scatole di Cornell, opere create con la tecnica del collage, un collage scultoreo o a tre dimensioni.qui e qui le ho già citate.
Joseph Cornell, artista eclettico americano della prima metà del secolo scorso, costruisce delle scatole su misura nelle quali racchiude oggetti stravaganti ma anche ordinari, raccolti durante i suoi viaggi: fotografie, animali, copie di vecchi film, pipe, un bicchiere con un uovo, bussole, cucchiai, carte di viaggi e molto altro ancora. Alla fine ogni scatola diventa un mondo in miniatura, fatto di frammenti di una storia che l’autore ricompone attraverso le cose, le innumerevoli cose che, mute, fanno parte delle nostre vite.
E se si potesse avere una “scatola” dove conservare, per esempio, quel momento lì, sì proprio quello, che era bellissimo solo mentre lo vivevi? quel brivido lungo la schiena ? i baci di tua madre? il senso d’immortalità quando hai messo al mondo un figlio? un dolore indimenticabile e tuttavia dimenticato? un pensiero irripetibile? il riso, il pianto e le ore in cui siamo stati quello che non siamo più?

Annamaria Sessa


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