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..e cammini tu traghettatrice di sponde.

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tu conti
senza stancarti
le nuvole
che separano la tua finestra
dall’alba
tu cerchi sul greto
le parole della madre
quelle che faceva sgusciare e scorrere
nella matassa delle sue lingue….

 

Cécile Oumhani, Namur Belgio 12 12 1952

i primi versi di “Traghettatrice di sponde”

traduzione di  Viviane Ciampi


Abiti

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Sguardi insabbiati nella bruma
s’inabissano sull’asfalto
dove urtano tanti passi sconosciuti
la stoffa solo la stoffa
pieghe e contropieghe a iosa
tu tagli le tue garzature segni col gesso
i pezzi di stoffa sagomati sul metro dei tuoi sogni
imbastiscili pazientemente con un filo bianco ben visibile
poi assembla rappezza
ciò che il tempo e gli altri hanno sfilacciato
punta con il tuo ago e stira con mano ferma
l’ampiezza con cui ti avvolgerai
forte di notte e di sogni
con cui hai intessuto la tua veste
un dado riempito di speranza per spingere il tuo ago.

Cécile Oumhani. Namur, Belgio 12 dicembre 1952
Traduzione di Viviane Ciampi
dal sito Fili d’aquilone

Passiamo il tempo che ci è dato a cucire e ricucire le nostre vite. Aggiustamenti. Correzioni. Tira qua, taglia lì. Stira le pieghe, adattale al metro dei tuoi desideri, copri con trine e ricami gli squarci che altri hanno lasciato. E cosa importa se le toppe sono evidenti come bugie?
Devi sperare se vuoi continuare a “spingere il tuo ago”


Fu così che la Poesia mi salvò.

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Viaggiatore d’inchiostro
Cerchi
sull’orlo delle pagine
questi viali di parole
dove freme
un battito d’ali
smarrito sotto il cielo
chiarità d’acqua abbagliata
al tuo sguardo assetato
lenta parola
alla notte del fiume
dove stregato di parole
che frantumano la tua voce
leggi il mondo
tracciato sul palmo rovesciato
della poesia.

Cécile Oumhani. Namur, Belgio 12 dicembre 1952
Traduzione di Viviane Ciampi
dal sito Fili d’aquilone

Era un mattino di dicembre di sei anni fa. All’improvviso, la telefonata concitata di mio figlio, l’aria ovattata della sala di rianimazione e mio marito in un limbo dal quale non sarebbe più tornato. Dalle mattinate a scuola, tra letteratura e declinazioni latine, mi ritrovai, per un tempo che durò due anni, ad avere a che fare con aspiratori tracheostomici, pompe di alimentazione, cateteri e terapie farmacologiche complesse ed estenuanti. Non dimenticherò mai il rumore continuo del motore del materasso antidecubito e quello del bip bip del saturimetro che risuonavano nella casa e nella mia testa. Scandivano i miei giorni e le mie notti, senza soluzione di continuità. Mio marito era in quello che, in termini medici, si chiama: stato vegetativo permanente. Il suo corpo era lì, congegno perfetto che continuava a funzionare a ritmi regolari: il cuore batteva, i reni filtravano, la bocca sbadigliava, e io, a chiedermi dove fossero le sue emozioni, i suoi desideri, l’amore per i nostri figli, le sue risate e tutti i baci che mi aveva dato. Sfinita e disperata, frugavo nei suoi occhi persi e trovavo solo il vuoto di un mondo senza tempo, senza luoghi, un buco nero di dolore, dove sarei annegata di sicuro. Avevo smarrito ogni contatto con la realtà ma , soprattutto, con me stessa: non mi “sentivo” più, non sentivo i miei pensieri, le mie emozioni, ero accartocciata nella mia disperazione. Leggevo un libro dopo l’altro, incapace di concentrarmi, divoravo pagine e pagine di parole che neanche ricordavo, dopo averle lette.
Poi, fu come un’illuminazione: non mi serviva leggere storie inventate, romanzi che “interpretavano” la realtà, avevo bisogno della realtà stessa, quei “viali di parole” lasciate, come scie nell’aria, dai “Viaggiatori d’inchiostro”, i poeti. Volevo capire quello che mi era accaduto, volevo riprendermi quello che avevo dimenticato, poter avere ancora passioni, immaginazione, emozioni, volevo “sentire” con tutti i miei sensi, di nuovo il mondo, la vita e me stessa, volevo essere libera.
Fu così che la Poesia mi salvò.
Iraida (Annamaria)


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