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Un alunno mi ha chiesto come ero, quando avevo la sua età. Ho risposto “Come te: innamorata della vita tanto, da non averne paura” Annamaria S. (Iraida)

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CORAGGIO
Forse potrei trovare il mio
nelle impronte dell’erba falciata.
Forse potrei trovare il mio
nelle tracce del serpente o nel volo
a spirale di una farfalla smarrita.
Se mi lasciassi condurre dal sentiero
oltre il ponte decrepito, le schegge
pungerebbero solo il mio viso
fino al sangue.
Così le piante dei piedi rimarrebbero
morbide, pronte per la lama dell’infinito.
Ma io, ancora titubante, non me la sento
di camminare sui cocci aguzzi, perciò
mi sono fermata.

Magdalena Svetina Terčon, nata a Postojna nel 1968


La vita della gente non dovrebbe avere una morale allegata, dovrebbe essere una storia senza morale, raccontata soltanto per la gioia di farlo. Douglas Coupland


Nei panni di Pietro

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Modernissimo, si chiamava così la sala a due passi da via Toledo. Ci andavamo almeno una volta al mese, quando, di stare seduti per ore nei banchi, non avevamo proprio voglia. E poi il professore di storia e filosofia ci aveva detto che il cinema era, in ogni caso, una forma alternativa di conoscenza e che valeva quanto un’ora di lezione. Era il sessantotto e noi non ci sottraevamo: Un uomo da marciapiede, Zabrinski point, Il laureato, Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto, Non si uccidono così anche i cavalli, Fahrenheit 451…..Ricordo che uscivamo dalla sala buia un po’ intontiti, le orecchie fischiavano e la luce ci accecava. In strada discutevamo del film. Mai una volta che fossimo stati d’accordo tra di noi. Poi l’età, la spensieratezza e… la fame prendevano il sopravvento. Correndo e ridendo come matti, andavamo nella friggitoria di piazza Montesanto e mangiavamo ogni cosa. Solo più tardi ho avuto la piena consapevolezza della valenza culturale del cinema.
Così, per la prima volta, vidi “Un uomo venuto dal Cremlino” tratto dal libro “The shoes of the fisherman” dello scrittore australiano Morris West (1916-1999) . L’ho rivisto diversi anni fa e non l’ho mai dimenticato per il forte impatto che ebbe su di me una scena, in particolare. Il metropolita Kiril Lakota, arcivescovo di Leopoli, viene liberato dopo vent’anni passati in un gulag in Siberia, grazie a un accordo tra Santa Sede e Unione Sovietica. Viene portato a Roma e ricevuto dal Papa che lo fa cardinale. Alla morte del pontefice, viene eletto papa in conclave, sarà papa Kiril primo. Succede che il presidente della Cina comunista, Peng, è intenzionato a fare guerra ai paesi vicini, essendo il suo popolo alla fame. Il pericolo di un conflitto nucleare è reale. A questo punto il leader sovietico Kamenev invita Papa Kiril a fare da mediatore per riportare alla ragione Peng. E qui c’è la scena di cui parlavo. Un colloquio lungo, serrato e drammatico tra il presidente della Cina e il papa Kiril. Peng, senza mezzi termini, dice che nel momento in cui lui ha deciso di accettare l’incontro col pontefice, ha messo in gioco se stesso, la sua credibilità e la vita stessa del suo popolo, di contro, il capo della Chiesa non ha nulla da perdere, può permettersi di sostenere le idee che vuole senza doverne pagare alcun prezzo. Pretende perciò di sapere cosa il pontefice sia disposto a mettere in gioco per far prevalere la sua opinione. Il papa, molto turbato dalle parole di Peng, dice che gli risponderà il giorno stesso dell’incoronazione. E quel giorno il papa, a sorpresa, annuncia al mondo intero che metterà tutti i beni della Chiesa a disposizione dei poveri.
Un colpo di scena, non verosimile neanche alla lontana alla realtà. un’utopia. Quello che, però,  trovo sconvolgente è il richiamo alla coerenza: è facile predicare il bene per chi ha il dovere di farlo, ma cosa si è disposti a rischiare, a giocarsi, a sacrificare perchè chi ascolta ci creda e si convinca?
Annamaria Sessa.(Iraida)


Ciò che poteva essere e non è…..

Ci fissiamo attraverso i vetri delle porte automatiche che, un attimo prima del suo arrivo, si sono chiuse e sulle quali ora lui tiene incollate le palme, come a trattenere il treno che inesorabilmente si muove. Inclino la testa e guardo lo sconosciuto, mentre sul marciapiede della metro fa un mezzo giro sui piedi, posa una mano su un fianco e l’altra dietro la nuca. Partito, perduto! Ancora una volta l’ha delusa. Non serviranno fiori a rimediare silenzi e assenze. Il convoglio sfreccia nel buio della galleria, a quest’ora lei avrà ormai preso l’aereo e la sua decisione. Stretto nell’impermeabile bianco, risale lungo le scale mobili, si ferma al bar per un caffè. Fuori, un ragazzo con cento piercing, percuote uno strano strumento che sembra una padella. Il suono che produce è celestiale. Tornerà a casa, mangerà un panino, penserà che nessun treno sarà lo stesso di quello che ha perduto, penserà a quello che poteva essere e non è. Ma non si chiederà se quell’angoscia nel petto che dirada, è calma ritrovata o coraggio assopito. Iraida

POTREBBE ESSERE ANCHE

Un bar. Di notte, è evidente.
Potrebbe essere anche un cabaret, o un teatro.
Musica di pianoforte. O un bandoneón. Chissà una chitarra.
Forse, pure, una canzone. Dipende:
un tango, un bolero, una nostalgia greca,
qualcosa di impalpabile, come un blues, irraggiungibile
come le cosce di questa ragazza di Venezia
che ti guarda dal fondo del tuo bicchiere.
Ricordare, quando uno è o sta solo, fa più male
che immaginare: questo è quello che vogliamo dimostrare.
Il microfono amplifica la vera voce, l’assenza:
si tratta del viaggio a una donna come a una città
alla quale non si giunge da invisibile, da lontano.
E se uno giungesse e stesse lì, in lei,
si tratterebbe, con questa musica, di una separazione
che sarà per sempre, come sempre.
A chi dare la colpa? Sono destino il paese
che non avesti, la donna in cui non entrasti?
Una compagnia – qualsiasi–, più o meno coniugale,
o da poco incontrata, dico più o meno duratura,
mai l’amata non cercata, mai la presentita,
distruggerebbe questa sensazione agrodolce o dolceamara
di ciò che non è, ciò che non fu, senza che importi
la voce o il volto che le appartengono,
né l’età che le sue gambe sostengono:
ciò che non può essere perché se fosse non sarebbe.
E in fondo, farebbe male che non facesse male.
Persino che non facesse male più di quanto fa male.

Jorge Enrique Adoum
(Ambato, Ecuador 1926)


Le parole sono azioni. Ludwig Wittgenstein

Ancora dal “Dizionario affettivo della lingua italiana” di Matteo Bianchi

Coraggio

Ho pochi anni e cammino in bilico su un muretto. Mia madre si sposta di fronte a me con le braccia pronte ad afferrarmi, mi insegna le prove di coraggio. Ce ne sono molte ma questa è la mia preferita. Mi ha aiutato a salire sul muretto via via sempre più alto e ha esclamato: prova di coraggio numero uno! Poi ha lasciato le mie mani. Non so descrivere l’emozione. La produco dentro il mio piccolo corpo, la trasmetto ad ogni centimetro di pelle, la dono a mia madre in un sorriso impavido, sprezzante del rischio.

Vent’anni dopo e prima di andarsene, mia madre lascia ancora una volta le mie mani. Non sappiamo a che numero di prova siamo arrivate. C’è un vento forte che mi spinge ma non cado. Lei osserva il mio equilibrio con una certa soddisfazione. Dice: sai che la parola “coraggio” deriva da cor-cordis, ti ricordi cosa significa? Sostantivo neutro, terza declinazione, cuore. Scendo dal muretto  con un salto il più ampio del dovuto.

E’ una prova solo mia. Adesso

(Ester Armanino, autrice di “Storia naturale di una famiglia”)


Verso dove, non so ancora.

Tempo fa sulla home del mio blog, sulla sinistra, c’era l’immagine di una stazione ferroviaria e, lungo i binari, la figura di una donna con in mano una valigia. Una volta un’amica mi chiese “ma questa donna,  parte o  arriva dove voleva?”

Ed io “che importanza ha? tutte le strade sono uguali,  sei tu a decidere se un percorso sia un arrivo piuttosto che  un ritorno. Sei tu stessa il viaggio che non ha inizio né fine e  qualsiasi strada non porta da nessuna parte: in fondo  sei tu che parti da te stessa e  l’unico punto in cui arrivi  sei sempre  tu”

E poi ho pensato che mi riconosco parecchio in quella donna che, bagaglio in mano, ha l’aria di riprende la sua strada. Verso dove non so ancora.

Una mattina di dicembre di due anni fa la mia vita è stata scaraventata in un” vuoto di senso” al di là del quale sono rimasti il mondo delle cose, gli altri e quello che ero. Per due anni   ho cercato  in un “corpo”  violato ed indolente  i  pensieri, i ricordi  e i desideri  e tutti  i baci  di chi scandiva il ritmo dei miei giorni. Per due lunghi anni ho frugato nei suoi  occhi persi e  ho trovato solo il vuoto  di un universo senza tempo, senza luoghi, senza rumori, un buco nero  dove sono annegata io stessa con  il mio sentire.

Da un mese, quella che apparentemente era una morte è diventata lo strazio  del vedersi portare  via anche ciò che restava di quel corpo:  il viso, gli occhi, le mani, il respiro.
Non so dove andrò adesso, so solo che dovrò riprendere i passi su vecchie orme, ritornare nella terra del

” prima” e oltrepassare il confine con i miei giorni futuri. Ho letto  da qualche parte che esiste un “tempo atteso” ed è quello in cui siamo capaci di alleggerirci del tempo passato per poter più agevolmente guardare al cammino  che ci aspetta.

Ecco cosa dovrò fare. Ma ho bisogno di riprendere fiato e…. coraggio.


…dovrò diventare io stessa il fischio di un treno…

Questa poesia mi riporta a una lettura degli anni dell’ università “Il deserto dei Tartari” di Dino Buzzati. Il tenente Drogo in cima alla torre della fortezza scruta l’orizzonte,  aggrappato all’attesa di un qualcosa che dia senso alla sua vita. Ma consumerà il suo tempo e la sua stessa vita, senza che nulla accada, in un’attesa che equivale a una rinuncia e perciò a una sconfitta.

Gli ultimi versi della Dimitrova, invece, si aprono alla fiducia  e alla speranza: il tempo dell’attesa ha una scadenza e solo noi possiamo infrangere con il coraggio quell’ “aria inchiodata” che si impossessa dei nostri giorni. Solo noi.

SALA D’ASPETTO    
L’intero spazio della mia vita
fu una sala d’aspetto da soglia a soglia,
racchiusa da vetri con aria in cornici d’acciaio
sotto le picche incrociate
di lancette d’orologio.

Stare in ascolto. Sussurrare. Trattenere il respiro.
Attendere un qualche segnale.
Ritardo. E di nuovo.
Ancora un poco. Già domani. Ancora
un attimo di pazienza infinita.

Se sbattevo l’ala contro l’aria vitrea,
invece di infrangerla,
era l’aria a spezzare la mia ala.

Sono già trascorsi i miei secondi.

Non saprò aspettare. Ma confuso
come in un sogno apparve
attraverso i vetri sporchi,
quasi in uno specchio nella nebbia,
il mio volto riflesso.

Era il volto stesso dell’attesa,
giunto al punto di pietrificazione.

E ho capito, all’improvviso:
c’è sempre un’ultima scadenza
per infrangerlo col naso –
per smuovere quest’aria inchiodata.

Non arriverà più un treno da altri luoghi.
Non più.

Dovrò io stessa diventare
il fischio di un treno lontano,
e un ritmo affannoso
sempre più veloce, sempre più vicino,
sempre più qui!

Blaga Nikolova Dimitrova (2 January 1922 Byala Slatina – 2 May 2003)