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Nell’ottava di Mahler

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La notte avanza sulla città

e gravi si sentono le note di un violoncello

sotto le mani di un musicista che lacerato

interpreta il proprio dolore.

 

Aumentano gli archi sull’ottava di Mahler

con il suo roco suono nella notte profonda

come strido di gabbiano in alto mare

e giubilo di musica desolata.

 

La voce s’ingarbuglia alle corde del violoncello

si solleva fino a illuminare l’immensità

che esplode come l’amore

disintegrandosi.

 

Luz Mary Giraldo  Ibagué, Colombia 1950

da “Di arti e mestieri”

traduzione  di Martha Canfield e Alessio Brandolini

dal sito  Fili d’aquilone

 

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Atlantide

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Come diavolo sarà successo, mi sono sempre chiesta
che una città intera – arcate, pilastri, colonnati,
per non parlare di veicoli e animali – un bel giorno
sia del tutto sprofondata?

Insomma, mi sono detta, il mondo era piccolo allora.
Di una grande città si sarà certo sentita la mancanza.
Mi manca la nostra vecchia città –

pepe bianco, pudding bianco, il nostro incontro
sotto i lucernari e cieli bassi in cui rincasare. Forse
quel che è successo davvero è:

i vecchi cantastorie cercarono a lungo una parola
per esprimere che ciò che è andato è andato per sempre e
non la trovarono. E quindi, nelle migliori tradizioni del

luogo da cui veniamo, diedero a quel dolore un nome
e lo annegarono.
Eavan Boland, Dublino 24 9 1944
da “Domestic violence” in “Tempo e violenza”
traduzioni di Giorgio Sensi e Andrea Sirotti

Questa poesia è tratta da una raccolta che affronta temi femminili quali il ruolo della donna nella cultura, nella società, nel mito, nella storia ma anche temi domestici come il matrimonio, la famiglia, le tensioni quotidiane legate all’identità, alla violenza, al dolore, il tutto però, senza forzature, senza la rabbia storica di certo femminismo.
Le sue poesie, piuttosto, mi sono apparse come il modo per elaborare alienazioni e violazioni, attraverso il racconto, finalmente, della verità umana e poetica delle donne.
“…ora potevo raccontare la mia storia/ Era diversa dalla storia che si raccontava su di me.”


Voglio che il tempo passi..

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Tempo

Voglio che il tempo passi,
anche se scava rughe sul volto,
e sbrina argento sui capelli neri.
Ben lieve è questo male,
se si pensa alla limpidità che le visioni
nella distanza acquistano.
Solo l’aria lontana si fa azzurra,
e solo gli orizzonti sfumano in tinte tenui o glorïose.
Voglio che il tempo passi: da lontano
son più giusti i rapporti delle cose;
l’aria le fascia d’impalpabili bende e le inazzurra.
Voglio che il tempo passi,
che atrofizzi i nervi dolorosi,
che la materia,
e questa nostalgia strana, di lui, riposi….

Rina Pellegri, Àrcola in Liguria 1903 – La Spezia 1975

Alla prima lettura, non mi sembra così lontana la voce di questa che mi va di chiamare poetessa e non poeta.
Quell’anaforico, insistente “voglio” mi colpisce, penso all’urgenza di liberarsi dal dolore di una perdita, per non soffrire, per sopravvivere e poi quell’ “inazzurra”…… è stupendo.
Cerco notizie su di lei e la trovo citata in “Donne luce d’Italia: panorama della letteratura femminile contemporanea 1936″ dell’editore milanese Mario Gastaldi. Volume, più di settecento pagine, custodito nella sezione “Italian woman writers” della “The University of Chicago Library” Però!
In realtà, Rina Pellegri, organica al partito fascista per cui ricoprirà alte cariche, dopo la guerra, svolse attività di giornalista e curò negli anni 60 i programmi culturali della RAI. Autrice di sei raccolte poetiche e legata alla tradizione classica, forse proprio per il suo passato politico, è stata quasi del tutto ignorata nelle antologie liriche più autorevoli del Novecento, anche quelle dedicate alla poesia femminile del secolo breve, nonostante gli apprezzamenti di autori come Vincenzo Cardarelli, Francesco Flora, Giuseppe Lipparini, Ada Negri, Ettore Serra, Trilussa. Unica presenza è il volume di cui sopra.
E quel “da lontano son più giusti i rapporti delle cose”sembra quasi un monito.


Stato di grazia

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Ho invocato una volta gioia senza limiti,
ho invocato una volta dolore, senza fine come lo spazio.
Davvero la modestia cresce con gli anni?
Bella, bella è la gioia, bello è anche il dolore.
Ma più bello è stare sul campo della sofferenza
con cuore placato e vedere che il sole risplende.

Karin Boye, Göteborg, 26 ottobre 1900 – 24 aprile 1941
Da GÖMDA LAND, Terre nascoste, 1924
Traduzione di Daniela Marcheschi


Il denso delle cose

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di casupole
era fatta l’infanzia
di pareti bianche
di cortili gonfi di uccelli

e un lento dolore
da qualche parte
che né madre né padre
sapevano di notte cullare.

 

Vera Lúcia de Oliveira, San Paolo del Brasile 1958
da “Uccelli convulsi” in ” Il denso delle cose” 2001


“Caminante, no hay camino se hace camino al andar……” Antonio Machado

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“Dovremmo tutti preparaci un posto dove accogliere il dolore che, prima o poi, colpisce le nostre vite. Ma questa è una precauzione che pochi mettono in pratica…. Lei conosce Machado? Caminante no hay camino se hace camino….Machado era un maestro di scuola e sposò una giovane bellissima ragazza. L’amava moltissimo ma lei morì e allora lui diventò un grande poeta. Machado avrebbe dato ogni parola, ogni poesia, ogni verso che aveva scritto, per avere anche solo un’altra ora con la donna che amava. Ma quando entra in gioco il dolore, le normali leggi dello scambio non si applicano, perchè il dolore trascende il valore. Un uomo darebbe via intere nazioni per togliersi il dolore dal cuore e, tuttavia, non possiamo comprare niente col dolore, perchè il dolore non ha alcun valore….”

dal film ” The counselor” di Ridley Scott 2013


Nulla!

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Riconosco questa rabbia.

Lo sento ogni momento nelle orecchie,

l’urlo che viene su

da un profondo cavo e nero e dolente

che riempi nel tempo,

un giorno dopo l’altro.

Oggi una badilata di rancore,

domani rovesci di lacrime e

groppi inestricabili

rimasti a mezza gola ,

un giorno dopo l’altro,

quintali di risentimento

provato fino in fondo.

E chiodi, chiodi lunghi e acuminati

per fissarlo bene il dolore,

contro il muro,

e guardarlo dritto negli occhi

e dirgli

“non sei niente. Guarda, non mi fai più male”

fino a che ti accorgi

che ciò che vedi è la tua faccia riflessa nello specchio

sei tu stessa il tuo dolore

e, per paura di sentirlo,

non senti più nulla.

Nulla! 

Annamaria S.


Diavolo di un prete!

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Quella sera ero proprio stanca. Mancava un quarto all’una e, come ogni notte, chiusi la pompa dell’alimentazione, guanti monouso e, con l’aspiratore, attraverso il tracheostoma aspirai i muchi, sperando che il bip bip del saturimetro non suonasse più volte nella notte. Lui aveva gli occhi chiusi, non c’era più già da due anni. Il suo corpo era lì, congegno perfetto che continuava a funzionare a ritmi regolari: il cuore batteva, i reni filtravano, la bocca sbadigliava, e io, ogni volta a chiedermi dove fossero le sue emozioni, i suoi desideri, l’amore per i nostri figli, le sue risate e tutti i baci che mi aveva dato.
Ero sfinita e disperata.
Prima di andare a dormire controllai la mia posta. Un nuovo messaggio.
Diavolo di un prete! Aveva risposto alla mia mail! Lo avevo ascoltato in TV, avevo letto qualche suo libro sulla Comunità di San Benedetto al porto di Genova, approdo di tossici, ex prostitute, ex ladri, uomini e donne in “transito”, A’ Lanterna, i suoi “drogati di merda”. (Solo lui però, diceva, li poteva chiamare così). Quaranta anni di attività sulla strada a camminare con “gli ultimi”. Amatissimo e criticatissimo, ostinato come chi sa di essere nel giusto. Semplice, diretto.
Diavolo di un prete! pensai, mentre leggevo le sue parole, e il groviglio di disperazione, di rabbia e di dolore che mi portavo dentro da due anni, si scioglieva insieme alle mie lacrime. Un Padre che consola una figlia? Forse, ma più ancora, sentii rompersi, come fa il ghiaccio in primavera, il vuoto di senso in cui ero annegata o in cui mi stavo lasciando annegare. O forse, più semplicemente, quella sera capii quello che mi era successo.
Ma fu tutto più sopportabile.

Iraida (Annamaria Sessa)


La vita non sempre fa male…..

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RISARCIMENTO

La vita non sempre fa male,
può stracciarti le vele, rubarti il timone,
ammazzarti i compagni a uno a uno,
giocare ai quattro venti con la tua zattera,
salarti, seccarti il cuore
come la magra galletta che ti rimane,
per regalarti nell’ora
dell’ultimo naufragio
sulle tue vergogne di vecchio
i grandi occhi, il radioso
innamorato stupore
di Nausicaa.

Gesualdo Bufalino
(Comiso, 15 novembre 1920 – Comiso, 14 giugno 1996)


Bella addormentata

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Flavia* tornò a casa dopo un anno e otto mesi da che era nata. L’unico viaggio della sua vita fu da Roma alla sua città, dalla stanza sterile dell’ospedale alla sua cameretta.
La sua mamma e il suo papà l’avevano riempita di peluches, lampade e carillons colorati ma poi dovettero fare spazio all’autoclave dell’ossigeno, alla pompa dell’alimentazione, agli aspiratori per il tracheostoma, al saturimetro e così tutte quelle nuvole colorate finirono in ripostiglio.
Flavia oggi ha tre anni e sei mesi, dorme nel suo pigiamino rosa, non ha mai sentito il profumo di un fiore, né il rumore della pioggia, non ha visto il mare e non saprà mai che, in certi giorni, il suo colore si confonde con il cielo. Flavia dorme, non sa niente del presente e del passato, del piangere e gioire, dorme e non sa che in lei ci sono tutte le domande che da secoli si fa l’umanità intera. Perchè la vita? perchè il dolore e la sofferenza? perchè il coraggio e la speranza?
Flavia dorme, non si farà mai domande, non avrà mai risposte e non saprà mai perchè le è costato tanto essere al mondo. Iraida

*Flavia è nata con gravi malformazioni all’apparato digerente, cardiaco e neurologico. Ha subìto quattro complicati interventi chirurgici e tre arresti cardiaci che le hanno devastato il cervello. Non parla, non piange, non vede. Abita al di là del giardino della mia casa e, da che è venuta al mondo, l’unica esperienza da lei conosciuta è la sofferenza.


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