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Tu pensi che…


Immagine, La caduta di Icaro Pieter Brueghel *

Tu pensi che, quando cresce il tuo male,
si spengano i fuochi, le barche non prendano il mare,
si proibisca ai cani di latrare,
i figli si incantino come sculture di sale.

Oh no, lascia perdere. Osserva
la ghiandaia azzurra che ruba
il tuo ultimo cucchiaino d’argento.
Ferma lo sguardo sgomento
sull’estranea bellezza di questa caraffa in cui luccica
tutto il ghiaccio del mondo.

Angelo Maria Ripellino
(Palermo, 4 dicembre 1923 – Roma, 21 aprile 1978)
da Notizie dal diluvio

*Questo quadro fu fonte di ispirazione per Wystan Hugh Auden che scrisse “Musée des beaux arts”. Nei suoi versi, la storia di sempre: la vita continua.
William Carlos Williams, poeta americano morto nel secolo scorso, scrisse una raccolta di poesie dal titolo “Quadri da Brueghel”


I’m a fool to want you

 

 

E oggi

che ho avuto più coraggio delle altre volte,

non le ho richiuse le ante.

Le ho tenute spalancate con le mani.

In fila tutti i tuoi vestiti,

non ci sono più le cravatte,

le ho tagliate a pezzi una notte

per farne un plaid patchwork

una notte, che sbattevano più del solito

i rami della tuja contro le finestre

e mi sembrò di sentire la tua voce

provenire dalla direzione dei sogni.

O forse un giorno

spudorato e  impietoso

che si era svegliato presto quella mattina

a ricordarmi che non ci sei più. 

 

Annamaria Sessa

 


……ma il dolore un giorno si trasforma, la vanità e il risentimento, insiti nella mancanza, si prosciugano al fuoco purgatoriale della sofferenza, e rimane il ricordo, che può essere maneggiato, addomesticato, riposto da qualche parte. E’ quel che accade ad ogni idea e passione umane.” (Sàndor Màrai – Il gabbiano)

Nel giugno del 1976 ero, da un mese, diventata madre per la prima volta.  Dall’altro capo del mondo, in  Argentina , in quegli stessi giorni, a tante  madri  venivano sottratti con la violenza i propri figli.  Allora non  immaginavo nemmeno lontanamente di incontrare 36 anni dopo e di parlarle, tenendole la mano, una di quelle madri, Vera Vigevani Jarach. A Roma, ci ritroviamo sedute vicine nel backstage di uno  studio televisivo. 84 anni, minuta, sul petto la foto di una ragazzina giovane e sorridente, in testa il fazzoletto distintivo delle madri di “Plaza de Mayo, le madri dei 30.000 desaparecidos, quelle madri  che caparbiamente continuano a chiedere quale sia  stato  il destino dei loro figli.  Vera ha cercato per quasi quarant’anni di sapere della figlia Franca, diciotto anni, l’età giusta per ribellarsi, insieme ai suoi coetanei,  al crescendo di repressione della dittatura militare che in  Argentina,  dal 76 all’83,  sterminò un’intera generazione. Il 25 giugno del 1976 Franca viene sequestrata e fatta scomparire, insieme ad altri suoi compagni di classe. Da quel giorno non se ne saprà  più nulla, fino a poco tempo fa, quando  una donna, sopravvissuta alle torture e agli orrori del regime militare, acconsente di parlare a Vera. La prigionia di Franca è durata un mese, torturata, uccisa, è stata poi buttata giù da un aereo in mare. Gli occhi di Vera ci vedono poco, a chiunque le parli, chiede “chi sei?”,  ma quegli occhi hanno conservato una vivacità inspiegabile. E’ sempre sorridente, parla speditamente, mi racconta il suo quotidiano. Lei, ex giornalista dell’ANSA, scrittrice, in giro per il mondo “ ieri ero a Bruxelles” mi dice, continua la sua battaglia,  per la creazione di una memoria condivisa.

“Dov’è finito il tuo dolore?” le chiedo. “lo porto con me in giro per il mondo. Ora però serve a qualcosa, serve a impedire che venga dimenticata la storia dei nostri figli ma soprattutto la storia del loro impegno, che diventi un messaggio per i giovani a non essere indifferenti e a impegnarsi per la verità e la giustizia”

“Il posto”  di Franca Jarach

Al mattino passo
nei pressi di un posto circondato da muri
grigi, alti, tristi,
sporchi di manifesti, un voto alla lista blu.
Un giorno guardo dentro
è una baraccopoli.
Gente
tanta gente
vestita in tessuto a buon mercato
privata della felicità.
Una ragazza mi offre limoni
“cento la dozzina, compramele!”.
Ha tredici anni o meno
la mia età.
Un magazzino fatiscente,
ratti, sporcizia
germi mortali.
E’ un posto circondato da mura
sporche di crimini umani
che sono solo nostri.


…il suono della schiuma sugli scogli

Oggi pensavo.  Che parole abbiamo detto  l’ultima volta che ci siamo parlati?  Quali parole ci siamo sussurrati  quel giorno appena  svegli, con gli occhi ancora chiusi e le  mani  ad esplorare  il  tepore dei nostri corpi?  Quali parole  sono state la sostanza di un altro giorno insieme? Quali quelle che  abbiamo lasciato scivolare inascoltate,  per non farci male?  Quante se ne sono perse  tra il tuo caffè e il mio  yogurt, tra  i polsini da abbottonare e i libri,  infilati  in borsa in tutta fretta?  Avrò forse detto  “bisognerà parlarne..” avrai risposto “ne parliamo al ritorno”

Da quel momento, per due anni,  ho condiviso con te  solo il  silenzio. In quella stanza , abitata dal suono del tuo respiro, certi giorni mi è parso di vederlo  il silenzio,  insopportabile,  inesorabile,  mentre si insinuava tra noi, tra il tuo torpore opaco e me che contavo lo stillicidio dei giorni. L’ho sentito nell’aria diventare,  giorno dopo giorno,  una paratoia fredda,  spessa,  insormontabile dove le mie inutili  parole si schiantavano, ogni volta, col lo stesso suono della schiuma sugli scogli. Lui, il silenzio, un guscio duro, inviolabile, da cui avrei voluto  tirarti fuori o io stessa scivolarvi, se solo avessi trovato un varco. Ma ogni tentativo aveva il senso di un’imposta  sbattuta al vento.  Tu non eri lì dove cercavo. Nell’involucro del corpo  non  c’eri  tu e nemmeno i tuoi pensieri, i ricordi  e i desideri  e tutti  i baci che mi davi. Nei tuoi occhi persi solo il vuoto inconsistente di un universo senza tempo, senza luoghi, senza parole.
E io  non saprò mai con quali parole ci saremmo, quel giorno,  ritrovati.

Annamaria S.


Il profumo della vita.

Viviamo le nostre vite, facciamo qualunque cosa e poi dormiamo – è così semplice e ordinario. Pochi saltano dalle finestre o si annegano o prendono pillole; più persone muoiono per un incidente; e la maggior parte di noi, la grande maggioranza, muore divorata lentamente da qualche malattia o, se è molto fortunata, dal tempo stesso. C’è solo questo come consolazione: un’ora qui o lì, quando le nostre vite sembrano, contro ogni probabilità e aspettativa, aprirsi completamente e darci tutto quello che abbiamo immaginato, anche se tutti tranne i bambini (e forse anche loro) sanno che queste ore saranno inevitabilmente seguite da altre molto più cupe e difficili. E comunque amiamo la città, il mattino; più di ogni altra cosa speriamo di averne ancora.   Solo il cielo sa perché lo amiamo tanto.

Michael Cunningham, Le ore.

 


Giorni, anni, vite ….naufragate


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