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Cammino sotto le stelle lontane

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Cammino sotto le stelle lontane
come facevo da piccolo con mio fratello, come facevo
in quelle lunghe, fredde notti di S. Francisco,
che sembravano non avere limiti
solo viali di colonne e sempreverdi, senza muri.
E guardo in alto e vedo gli spazi tra le stelle
penso alle nebbie e alle miglia che le separano,
cosa attraverseremmo per essere insieme.
Così mi ritrovo a Churchill Street
tornando a casa dal negozio
gli occhi rivolti ai densi gruppi
che crepitano nella notte.
E sento di nuovo la domanda che dimora
nelle nostre menti
sull’idea che è dietro all’uomo
il suo posto nell’universo
e l’universo,
il suo posto nell’uomo.
E resto come quando avevo otto anni
con lo stupore di cos’è a creare tutto,
l’infinità tra ciascuna luce
e l’eternità di una.
E sono muto con la domanda

 

John Wieners, Milton 6-1-1934. Boston 1-3-2002

da Poesia degli ultimi americani, a cura di Fernanda Pivano.


La poesia attraversa la terra in solitudine…

Oggi tentavo di spiegare ai miei alunni che cosa è la poesia. A un certo punto ho smesso di parlare. Mentre li fissavo, ho pensato che sono quarant’anni circa che me lo chiedo anch’io. Iraida
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La poesia attraversa la terra in solitudine,
appoggia la sua voce sul dolore del mondo
e niente chiede
– nemmeno parole.
Arriva da lontano e senza orario, non avverte mai;
ha la chiave della porta.
Entrando si sofferma sempre ad osservarci.
Poi apre la sua mano e ci offre
un fiore o un ciottolo, qualcosa di segreto,
ma tanto intenso che il cuore palpita
troppo veloce. E ci svegliamo.

Eugenio Montejo
Caracas, 1938 – Valencia, 5 giugno 2008


Qualcuno sta osservando. E continua ad osservare.

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“La vedi quella finestra illuminata, laggiù? – disse Alejandra indicando con la mano. – Sono affascinata dalle luci nella notte, sarà una donna sul punto di partorire? O qualcuno che sta morendo? O uno studente povero che legge Marx? Com’è misterioso il mondo. Solo la gente superficiale non ci bada. Parli con il vigile all’angolo della strada e dopo un po’ scopri che anche lui è un mistero” (Sopra eroi e tombe)

Ernesto Sàbato.
Rojas, 24 giugno 1911 – Santos Lugares, 30 aprile 2011


Non giudicare felice nessuno finchè…



Edipo II di Henry Moonlock*

Non giudicare felice nessuno finché non è morto
mi disse la sfinge prima di cercare
e trovare la morte
solo perché le avevo detto che ero io
quello che lei cercava.
Io non capii
pensai che fosse il suo ultimo enigma
e che per sempre mi volesse consegnare
al destino di chi intuisce
senza mai averne la prova
che dietro le cose si muove un demone
che ci fa essere ciò che siamo.
Da quel giorno
molto ho amato e molto ho odiato
ho mentito tradito urlato le mie verità
come se fossi giuda che consegna
alla storia il maestro
perché non sa cosa farsene
né della storia né del maestro
e gli restano solo trenta denari
per pagarsi la sua morte.
Ho fatto a meno della sapienza
ho fatto a meno della stoltezza
ho fatto a meno di tutto ciò
che può dare felicità e dolore
Ma a modo mio anch’io ho sofferto
e anch’io sono stato felice
Ma di notte quando l’insonnia
ti fa scoprire che in cielo ci sono la luna
e le stelle e che dei sogni di cui fai a meno
non puoi fare a meno
ricordo ciò che mi disse la sfinge
il giorno della sua morte.
Mi chiedo se lei fosse felice
se domani lo sarò di nuovo anch’io.

*Henry Moonlock è un eteronimo di Emilio Piccolo
(Acerra, 13/05/51 – 23/07/2012)


Oggi.

Oggi un alunno mi ha chiesto come ero

quando avevo la sua età.

“Come te,

innamorata della vita tanto,

da non averne paura”

Annamaria S.


Oggi ho da fare molte cose: devo uccidere fino in fondo la memoria, devo impietrire l’anima, devo imparare di nuovo a vivere. Anna Achmatova

E poi la sensazione,

che nella mia vita sia già tutto accaduto.

 I giorni assomigliano a stanze di rigattiere.

Sul soffitto, impiccati a testa in giù,

fisso mazzi di fiori senza vento.

A terra mucchi di fogli imbrattati

di desideri incompiuti e illeggibili pensieri,

ogni tanto ne raccolgo uno,

soffio sulla polvere e lo butto via.

Tante, troppe cose già vissute,

perdute o mai trovate,

 il mio nome e quello di chi una mattina,

senza ninne nanne, mi consegnò all’aria,

la prima che respirai.

Sul muro specchi senza più opinioni

e immagini di un passato,

menzognere come certi disegni di Escher.

Il buio in certi angoli costringe

ad accostare le palpebre,

se voglio indovinare ancora

che differenza c’è tra il dormire e sognare.

Ovunque, vestiti da cui sono andata via,

stracci che si credono abiti da sera.

Ma ora io so riconoscere gli inganni e le illusioni,

 ho vissuto quanto basta per sapere

che, come dice il poeta, “i ritorni non sono più possibili”

e i ponti, non importa se tagliati o se crollati,

 “inclinano le travi” in uno spazio sconosciuto.

Come pelle di serpente,

mi si è tolta  di dosso quella guaina

di inquietudine che avevo,

la voce è più pacata, il ritmo del cuore più lieve,

 ora coniugo più spesso, al futuro e in tutti modi,

 i verbi arrendersi, arretrare e rinunciare,

 sono immune dal contagio di passioni.

E’ scandalosa la passione, e colpevole, come la memoria.

Ora a correre è la vita, non io.

Io cammino. E dietro di me adesso,

lascio cadere domande dai buchi nelle tasche.

 

Annamaria Sessa


 

Perché potremmo non avere il tempo di spostare le montagne

e potremmo non essere arrivati fin qui per spostare le montagne,

ma abbiamo un po’ di tempo per scrivere poesie,

sul grande privilegio di essere quaggiù

sul grande privilegio di poter dire “No”.

 

Natan Zach (Israele 1930)


Quella sera, quando partii senza bagaglio. 2

” Lei” aveva scelto che si perdessero. Il perchè non aveva importanza. Il problema non era arrancare su domande che non avrebbero cambiato ciò che era . Il problema era un altro.

Se per chi  ti ha  messo al mondo  non  esisti,  rischi di convincerti anche tu che non esisti o di non sentirti  mai “tutta”.  Una volta trovò in una poesia un verso che sembrava scritto apposta per lei Siamo nati circondati da neve senza impronte”. Ecco il vero  problema!  “come era arrivata fin lì?” come? Nessun segno, nessuna traccia, nessun bagaglio.  Perciò,  come un segugio, incominciò ad annusare la sua stessa pelle, i contorni del suo viso,  la lunghezza delle ciglia, scandagliò la profondità dei suoi occhi,  ascoltò il suono della sua voce, contò  ad uno ad uno i nei sul suo collo. Era lei stessa la traccia, dovevano essere sul suo corpo le impronte. Si guardò allo specchio  “chissà se mi assomiglia” “chissà se si attorciglia  i capelli  mentre pensa” . Sentiva l’impellente necessità di darle un volto, delle connotazioni nelle quali poterla  riconoscere e, forse è vero che da certi mali non si guarisce mai,  ma quello era il rimedio che si era data.  Aveva bisogno di umanizzarla forse perché umanizzarla  avrebbe significato comprendere e anche  assolvere.  Non avrebbe saputo mai se la sua  assenza  aveva nuociuto alla vita che le aveva dato, non le importava.  “Lei” aveva permesso che le sue palpebre si aprissero, che i suoi polmoni si riempissero dell’aria. Lei aveva lasciato che  imparasse ad amare e a  odiare, a piangere e a ridere, a ricordare e a dimenticare, a stupirsi e a sognare, a sentirsi immortale o solamente un insignificante granello di polvere nell’universo.

E questo le bastava.
Iraida


…non la riconosco più…

Ieri era domenica. Tanta gente al centro commerciale. Ma poi cosa c’ero venuta a fare? Non osavo pensare cosa ci fosse ai parcheggi e all’incrocio mentre mi accodavo ad una fila interminabile alla cassa.

“Un attimo, ci metto un attimo, devo assolutamente comprarlo, amore, torno subito!”

Lei. Sui trent’anni, minuta, jeans attillati su tacchi altissimi.

Lui. Alto, moro, rosso in viso.

“Ma è il nostro turno,  è un’ora che aspettiamo,  ma dove vai, vieni qua, è il nostro tur….!”

Lei. In trance, scarica  sul carrello, stracolmo all’inverosimile, la sua grossa borsa di pelle bianca con frangia ed è già  lontana.

Lui. In braccio  il bambino, in mano una lattina di coca cola, al dito medio il ciuccio, nell’altra mano un sacchetto di patatine aperto che come una bocca spalancata semina briciole ovunque. Tra l’imbufalito e l’imbarazzato scuote la testa, si risistema sul braccio il pupo che si agita e ci guarda abbattuto e rassegnato  mentre mormora, non si sa se a noi, che gli accenniamo un sorriso di solidarietà o a se stesso

“non era così, non la riconosco più”

In quell’attimo mi è venuto da pensare a un film degli anni cinquanta che avrò visto mille volte “L’invasione degli ultracorpi”, mi pare di Siegel. Racconta di  una città americana nella quale  molti  sono convinti che le persone a loro più vicine, le mogli, i figli, le madri… non siano più essi stessi, insomma li sentono degli “estranei”. In realtà gli alieni stanno sostituendo alle persone dei sosia senza più sentimenti ed emozioni che ubbidiscono solo alla loro volontà.

Grande metafora  della massificazione e del consumismo, nel quale l’individuo, come dice Zygmunt Bauman,  non riesce a conservare  la propria “forma”.

Mi guardai intorno. Mi sembrò tutto surreale,  la fiumana   di volti inespressivi verso una sola direzione, la voce metallica ad intervalli regolari, l’uomo che si rigirava tra le mani un cavolo, la donna che parlava con uno scaffale, il commesso che sfrecciava su un coso elettrico a due ruote, un numero indefinito di mani concitate  all’assalto di un ‘enorme pila di scatoloni, il bip ininterrotto e penetrante del lettore di codici alla cassa….

E se questa mutazione fosse un processo  iniziato da tempo? E se tutti noi fossimo già  alieni  ma non lo sappiamo?


Quella sera, quando partii senza bagaglio.1

Il destino con lei si era impegnato parecchio per farla sentire “estranea” alla vita che viveva da 58 anni. Piccolissima, era stata adottata e una parte della sua esistenza, sia pure breve, le era sconosciuta. Sul suo certificato di nascita compariva un nome di battesimo che era quello dei documenti ufficiali ma  l’avevano poi chiamata, per tutta la vita, con un nome diverso. Si portava  addosso una sensazione strana,  si sentiva un’intrusa o meglio, le pareva di vivere la vita di un’altra . E così certe volte aveva la sensazione di essere spettatrice di una storia che scorreva suo malgrado.

La curiosità di sapere da dove veniva non l’aveva mai avuta,  solo una volta chiese all’anagrafe l’estratto di nascita. Lo lesse per strada come si leggono le analisi del sangue dopo che le hai ritirate in laboratorio, con la  paura  di  scoprirvi qualcosa di grave. Lesse e rilesse per giorni quel pezzo di carta,  il mese, il giorno, l’ora, la via, la levatrice, i testimoni . Pensò, sarà stata una sera piovosa in uno di quei vicoli stretti del quartiere San Lorenzo. Nella stanza appena illuminata, bocche mute. Strani parenti le girano intorno, ignorando il suo pianto. Mani frettolose avvolgono un insieme grinzoso di carne e di nervi. Un viso  si gira  altrove, non c’è tempo per fare conoscenza. Qualcun altro chiederà “Nome della madre?” “Nessuno”.

Non aveva mai saputo niente di lei ma  per tutta la vita si era chiesta come portasse i capelli, se le piaceva ballare, se si specchiava nelle vetrine quando camminava per strada, se sulla guancia destra le comparisse una fossetta ogni volta che sorrideva. Nient’altro.

Annamaria S.


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