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women of colour

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le nostre schiene

raccontano storie

che nessun libro

ha la spina dorsale per

portare

 

 

Rupi Kaur,   Punjab (India) 5 ottobre 1992 

da “Milk and Honey”

traduzione di  Maria G. Di Rienzo

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Le donne

E’ di una poeta irlandese,  Eavan Boland, questa poesia  tratta da una raccolta che affronta temi femminili quali il ruolo della donna nella cultura, nella società, nel mito, nella storia ma anche temi domestici come il matrimonio, la famiglia, le tensioni quotidiane legate all’identità, alla violenza, al dolore, il tutto però, senza forzature, senza la rabbia storica di certo femminismo.
La pacatezza della narrazione  sembra il modo per elaborare alienazioni e violazioni, in un  racconto della verità umana e poetica delle donne. 
“…ora potevo raccontare la mia storia/ Era diversa dalla storia che si raccontava su di me.”

 

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E’ questa l’ora che amo: l’ora intermedia
né di qui né di là della sera.
L’aria in giardino ha il colore del tè.
…………………………………
E’ questo il momento in cui lavoro meglio,
salgo le scale in due stati d’animo,
in due mondi, portando stoffa o vetro,
lasciando giù qualcosa,
prendendo con me qualcosa che avrei dovuto lasciare giù.

L’ora del cambiamento, della metamorfosi,
delle instabilità che mutano forma.
Il mio momento del sesto senso e della seconda vista
quando nelle parole che scelgo, nei versi che scrivo,
loro mi appaiono davanti come visioni:

donne di lavoro, di piacere, della notte,
vestite di seta del color della stufa, di pizzo, di nulla,
con aghi da ricamo, con libri, con gambe spalancate



Eavan Boland, Dublino 24 9 1944
da “The Journey”” in Tempo e violenza. Poesie scelte
traduzione di Giorgia Sensi e Andrea Sirotti


L’Odissea delle donne

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13.
Lei vegliava fino alla vetta
delle ombre e l’oscurità non lasciava
nemmeno una nota in più
della sua parte di chiarore.

L’infinito lo trascorreva
dipanando la storia
con il viso rivolto all’alba
e lui tornava sempre:
bambino dispotico
privo del suo sogno.

***
40.
Seduta sulla matassa del sogno
sta Penelope con il grembo cavo
seminando gli sguardi:
non precipita nella ferita del tempo
nell’isola devastata
o nel pozzo oscuro dei passi assenti.

Nel suo sorriso accerchiato da barche
sta un faro insanguinato:
non il taglio che canta il cieco
e dà gioia al telaio in spiaggia.

Sarà la ferita che duole
preistoria del sogno
che fa cadere a intervalli di rime
la sua sorda, chiassosa prigioniera:
la ferita che non sarà poesia
perché Ulisse non c’è
ed è già arrivato.

Juana Rosa Pita, L’Avana 1939
da “I viaggi di Penelope” 1980

[…] La mitica figura di Penelope ha riflesso, in quasi tutto il pensiero occidentale, l’archetipo dell’eroina, secondo la visione maschile della donna perfetta: sposata, fedele, immersa nella sua abnegazione…ha riflesso questa immagine di donna anche nella letteratura….Penelope come metafora ed immagine statica della protagonista femminile… Nelle poesie di Juana Rosa Pita, raccolte nel volume “I viaggi di Penelope” la protagonista, attraverso il viaggio simbolico che essa compie tessendo e disfacendo la tela nell’attesa di Ulisse….riesce a delineare la trama dei suoi viaggi, della sua odissea che rappresenta l’odissea di tutte le donne alla ricerca della propria identità…. è necessario capire i contrasti tra il viaggio maschile e quello femminile…..i viaggi femminili hanno una struttura che esprime questi contrasti perchè le donne, a differenza degli uomini, lottano per definire il senso dell’esperienza umana come coscienza invece di conquista […] da (I viaggi di Penelope. L’Odissea delle donne) di Brigidina Gentile

Nel documento da cui è tratto il brano, in realtà, la Gentile cita, oltre a Juana Rosa Pita, anche altre scrttrici latino-americane contemporanne, le quali propongono una Penelope che non aspetta più Ulisse, perchè nel caos del nostro mondo, altri e più dolorosi sono gli addii, i ritorni e gli esìli delle donne.

 

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Penelope

 

Non era possibile che non lo riconoscesse alla luce del focolare; non c’erano

 

i panni logori del mendicante, il travestimento, no; segni certi:

 

la cicatrice sul ginocchio, la forza, la furbizia nell’occhio. Terrorizzata,

 

appoggiando la schiena al muro, cercava una giustificazione,

 

ancora un intervallo di tempo di breve durata, per non rispondere,

 

per non tradirsi. Per lui, dunque, aveva speso vent’anni,

 

venti anni di attesa e di sogni, per quest’infelice,

 

per questo vecchio grondante sangue? Si lasciò cadere su una sedia

 

guardò lentamente i pretendenti morti sul pavimento, come se guardasse

 

i suoi propri desideri morti. E:”Bentornato”, gli disse,

 

sentendo estranea, lontana la sua voce. Sulle ginocchia il telaio suo

 

riempiva il soffitto di ombre a forma di grata; e quanti uccelli aveva tessuto

 

con cuciture rosse lucenti su fogliame verde, all’improvviso,

 

quella notte del ritorno, finirono in nera cenere

volando basso nel cielo piatto dell’estrema sofferenza.

 

Jannis Ritsos (Monemvasia, 1º maggio 1909 – Atene, 11 novembre 1990)

 

 

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Penelope

 

All’inizio, guardavo la strada

sperando di vederlo arrivare

camminando disinvolto tra gli ulivi,

un fischio al cane

che lo piangeva col muso caldo sulle mie ginocchia.

Sei mesi di questa storia

poi ho capito che passavano giornate intere

senza che me ne rendessi conto.

Presi ago e filo, forbici e tela

pensando di distrarmi,

invece mi ritrovai l’industria di una vita.

ricamai una ragazza

sotto una sola stella – punto a croce, seta argento

che rincorre la palla saltellante dell’infanzia.

Per l’erba scelsi tre toni di verde;

un rosa antico, un grigio ombra

per mostrare una boccadileone che gargarizza un’ape.

L’albero lo ricamai col filo nocciola,

il mio ditale come una ghianda

spuntava dalla terra bruna.

Nell’ombra

avvolsi una fanciulla in un profondo abbraccio

col ragazzo-eroe

e mi smarrii del tutto

in un folle ricamo d’amore, desiderio, perdita e rimpianto;

poi guardai lui salpare

nei lenti punti d’oro del sole.

E quando gli altri vennero a prendergli il posto,

a disturbare la mia pace,

presi tempo.

misi su una faccia da vedova, tenni la testa bassa,

facevo il lavoro di giorno e lo disfacevo di notte.

Sapevo a che ora della sera la luna

cominciava a sfilacciarsi,

la rammendai.

Fili grigi e marroni

inseguivano il pesce guizzante del mio ago

a formare un fiume che mai avrebbe raggiunto il mare.

Lo ingannai. Mi stavo disegnando

il sorriso di una donna al centro

del mondo, indipendente, intenta, soddisfatta,

e certamente non in attesa,

quando fuori dalla porta – troppo tardi – udii un passo ben noto.

Inumidii il mio filo scarlatto

e ancora una volta infilai il centro della cruna

 

Carol Ann Duffy,    Glasgow, Regno Unito  23 dicembre 1955


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