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…..infùriati, infùriati contro il morire della luce.

Non andartene docile in quella buona notte,
i vecchi dovrebbero bruciare e delirare al serrarsi del giorno;
infuria, infuria, contro il morire della luce.

Benché i saggi conoscano alla fine che la tenebra è giusta
perchè dalle loro parole non diramarono fulmini,
non se ne vanno docili in quella buona notte,

i probi, con l’ultima onda, gridando quanto splendide
le loro deboli gesta danzerebbero in una verde baia,
s’infuriano, s’infuriano contro il morire della luce.

Gli impulsivi che il sole presero al volo e cantarono,
troppo tardi imparando d’averne afflitto il cammino,
non se ne vanno docili in quella buona notte.

Gli austeri, prossimi alla morte, con cieca vista accorgendosi
che occhi spenti potevano brillare come meteore e gioire,
s’infuriano, s’infuriano contro il morire della luce.

E tu, padre mio, là sulla triste altura maledicimi,
benedicimi, ora, con le tue lacrime furiose, te ne prego.
Non andartene docile in quella buona notte.
infùriati, infùriati contro il morire della luce.

Dylan Thomas, Swansea 27 10 1914 – New York, 9 11 1953

Questa poesia è per Benedetto, un bel ragazzo di trent’anni che stanotte, in un incidente assurdo quanto inspiegabile, se n’è andato per sempre. Vent’anni fa la morte lo aveva sfidato una prima volta: la bicicletta sbalzata, un mese di coma ma alla fine aveva vinto la sua partita.
Lo conoscevo fin dall’infanzia, mite e gentile, due grandi occhi chiari e labbra naturalmente predisposte al sorriso.

Ma se i vecchi, i saggi, i probi, gli austeri prossimi alla morte
” s’infuriano, s’infuriano contro il morire della luce” allora tu, Benedetto, “infùriati, infùriati contro il morire della luce” perchè non c’è ingiustizia più grande della tua morte.


Non essendo che uomini….

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Non essendo che uomini, camminavamo fra gli alberi,
spauriti, pronunciando sillabe sommesse
per timore di svegliare le cornacchie,
per timore di entrare
senza rumore in un mondo di ali e di stridi.

Se fossimo bambini potremmo arrampicarci,
catturare nel sonno le cornacchie, senza spezzare un rametto,
e, dopo l’agile ascesa,
cacciare la testa al di sopra dei rami
per ammirare stupiti le immancabili stelle.

Dalla confusione, come al solito,
e dallo stupore che l’uomo conosce,
dal caos verrebbe la beatitudine.

Questa, dunque, è leggiadria, dicevamo,
bambini che osservano con stupore le stelle,
è lo scopo la conclusione.

 

Dylan Thomas
Swansea, 27 ottobre 1914 – New York, 9 novembre 1953

Tutte le volte che arrivo a scuola con una nuova poesia da studiare, per prima cosa, la faccio leggere a voce alta ad ognuno dei ragazzi. Una, due, dieci, venti volte….. Chi l’ha scritta , non è per il momento fondamentale. Quello che chiedo è di sottolineare la parola o le parole che, secondo loro, contengono una densità di significato particolare o che, intenzionalmente, l’autore, ha collocato in una posizione di rilievo rispetto alle altre, e anche quelle sulle quali la voce, loro o quella dei compagni, sembra indugiare. Certe volte ne troviamo più di una, altre volte una sola: quella è la parola-chiave, quella che racchiude il senso di un intero testo.
In questa poesia di Dylan Thomas, la parola chiave è un aggettivo: “immancabili” che si riferisce a stelle. Le stelle sono là, allo stesso posto, da sempre. Appaiono, scompaiono, ritornano sempre. Eppure le uniche creature che riescono ancora a stupirsi, a sorprendersi del loro “immancabile” ritorno, sono i bambini. Gli uomini si aggirano in un labirinto di paure, non osano salire sugli alberi (…camminano tra gli alberi..) non tragrediscono le “regole”, non le vedono le stelle anche se (….dalla confusione e dallo stupore …dal caos verrebbe la beatitudine), dallo stupore prenderebbe vita la leggerezza e la gioia di esistere.
Ma gli uomini “non essendo che uomini” camminano tra gli alberi e hanno paura di “svegliare le cornacchie”
Difficilmente li raggiunge la vertigine del piacevole e beato stupore per le “immancabili stelle”.
Iraida (Annamaria Sessa)


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