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Caramelle

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Non ho forse chiuso i miei occhi con la ceralacca?

Non ho forse dimenticato di dirti che la faccia è per gli sciocchi?

Non ho forse battuto le mani per attirare la tua attenzione?

Non ho forse interrogato le stelle per sapere dove sono?

Devo a Peter se ho imparato a farmi questo tipo di domande.

Lui in ogni questione continua a essere sorprendente,

fa diventare vere le cose ovvie e ovvie le cose vere.

Dice che non gli costa fatica,

perché da sempre le cose ovvie e quelle vere si somigliano,

 come sanno bene gli stupidi e lo sappiamo tutti

quando siamo felici.

 

 

Luther Blissett, eteronimo di Emilio Piccolo

Acerra 13 5 1951 – Acerra 23 7 2012

da “Beatrice. My heart is full of troubles”

 

 

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il mondo esiste davvero, e per tutti, non solo per te

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T’eri tagliata i capelli, e avevi una camicia bianca,

la gonna grigia da tailleur.

Non te ne sei accorta, ma ti guardavo

come se non avessi mai visto il corpo di una donna.

Non ti sei accorta che avevo qualcosa nello stomaco.

Se t’avessi toccato i capelli, mi sarei perso in cose

che a volte è meglio solo averle lette. Io le ho scritte.

Questo è il punto.

Ho pensato: se capita.

Ma nulla accade a caso. È come quando giochi a bigliardo,

e la pallina miracolosamente va nella buca.

Ho fatto anche un altro pensiero:

l’amore, come la vita, non si spiega né spiega nulla.

E poi un terzo: che il mondo esiste davvero, e per tutti, non solo per te.

E ho avuto voglia di intenerirmi, ma non l’ho fatto.

 

 

Luther Blissett, eteronimo di Emilio Piccolo

Acerra 13 5 1951 – Acerra 23 7 2012

da “Beatrice. My heart is full of troubles”


Giornata mondiale della Poesia

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Tu sai che la poesia deve essere così com’è,

come l’albero che è secco e poi fa frutti,

che non significa niente,

che scriverla o leggerla sono la stessa cosa.

Insomma, uno si prova, in un modo o nell’altro,

a tracciare una retta di luce

tra due anonimi e intercambiabili mucchi di escrementi.

La poesia è respirare:

si prende l’aria da fuori e fuori la si butta.

 Ossido di carbonio più anidride carbonica.

Sai che qui pochi sanno che cos’è una poesia,

 pochi sanno che cos’è un poeta,

e tutti sono convinti

che il posto migliore per un libro è la biblioteca.

Quanto ai poeti, lo sai, ne farebbero a meno tutti.

 

E … quando quelli che ho amati sono tutti qui,

dentro di me,

polpa e buccia una sull’altra,

penso al tuo disincanto

come alla casa dell’infanzia dove ci abitano altri

e nulla più conserva dei nostri gridi

e dei nostri pianti,

 ma a te non importa

lentamente vivere e lentamente appassire

 ma i poeti, Beatrice, esistono

proprio perché troppi ne farebbero a meno.

 

 

Luther Blissett, eteronimo di Emilio Piccolo

Acerra 13 5 1951 – Acerra 23 7 2012

da “Beatrice. My heart is full of troubles”

 


E così, visto che non so che fine hanno fatto i miei sogni…..

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E così, visto che non so che fine hanno fatto i miei sogni,

faccio bene a starmene qui, accanto alla tenda,

ad osservare quelli che passano. C’è un cane, a farmi compagnia.

Lo lasciano solo tutto il giorno,

legato al palo. Anche lui non ha nulla da fare.

Abbaia, si lamenta, più spesso s’accuccia e chiude gli occhi.

Il resto è affar suo. Mi chiedo se sia mai disorientato.

Se sente che in questa vita ci sta rimettendo qualcosa.

Ma lui sarà contento quando torneranno

e lo porteranno a spasso.

Farà festa e muoverà la coda.

Sono felice per lui, e per me:

i suoi escrementi nel sentiero sono la prova

che si può vivere anche

così.

 

Emilio Piccolo, Acerra 13 5 1951 – Acerra 23 7 2012


ti guardavo quel giorno…

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XIX
ti guardavo quel giorno
come solo sanno guardare i manolesta
e chi canta nei pomeriggi di provincia
quando in sottana di cotonina
le donne fendono penombre e desideri
ed ora io dovrei ricordarti
come se fossi un poeta andaluso
con il gilé di raso
negli assolo e nelle scale ad otto corde
nei flamenchi importati sotto lune italiane
seduto fra gli aoristi immobili
ed equazioni gettate qui e là a caso
per dimostrarti che le mani di dio sono maldestre
e si sceglie quando si sceglie
senza avere una sola idea in testa
per cantate pari e dispari
tra un verso rubato ad omero o all’amico complice
o che anche i poeti sanno i congiuntivi
conoscono boschi e gilé di raso
canti che in gola sanno di polvere e di insetticida
come i garofani screziati della nonna
al tempo che l’italia aveva balconi
e calzoni troppo stretti
e scarpe di coppale
da andarci la domenica sul corso
tanto per guardarti
per esistere

 

Emilio Piccolo, Acerra 13 5 1951 – Acerra 23 7 2012

da “Les arrangements”

 


Le cose vengono, e vanno via….

Andrew Wyeth - Wind from the Sea, 1947

 

La farfalla si è posata sulle mie mani.
Poi è andata via. Il mio vicino di tenda mi ha detto:
buono, c’è qualcosa in arrivo per te.
Io volevo credergli, e gli ho creduto. Ovviamente,
ho pensato a te, a come è difficile scrollarsi di dosso
la sensazione che tutto è inutile. Poi al telefono
ho capito che è davvero così,
e non servono i tramonti
né le lune sul pelo dell’acqua, né le notti rancide
di ricordi e sogni. Accadono tante cose
quando si ama,
e non è detto che un uomo solo
sia meritevole per questo di simpatia.
Non è detto nemmeno che siamo sempre e comunque
fabbri di ciò che facciamo. Le cose vengono, e vanno via.
Senza merito né colpa. Come la farfalla.
Ci ho pensato tutta la notte.
Poi anche la notte è andata via.

 

Luther Blissett, eteronimo di Emilio Piccolo

Acerra 13 5 1951 – Acerra 23 7 2012

da “Beatrice. My heart is full of troubles”


Questo è il migliore dei mondi possibili

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Temo che da me non avrai mai né un romanzo con il tuo nome
né un libro dove si parli di te quasi fossi Lou Salomé. Temo anche
che a settant’anni – tanti me ne sono assegnati – me ne andrò
lasciandoti un pezzo di strada da fare da sola. Del resto,
fossi stato più saggio, o stolto, avrei già da tempo
provveduto a rendermi più credibile al cassiere della mia banca
o sarei preside in qualche scuola della papania
e avrei fatto anche due o tre passaggi in tv.
Invece, così, tutti pensano che sono uno che ha l’insonnia addosso
e avrebbe bisogno di un prete o di uno psichiatra.

Mi hanno detto che si chiama principio di realtà ciò che mi manca;
che sono dissipatore di soldi, sentimenti e donne, specie di quelle
altrui; che non ho capito ancora che la poesia non è la vita
e che come peter pan ho bisogno sempre di capitan uncino
per fare a meno de ll’eutanasia o del suicidio.

Bene, d’accordo: questo è il migliore dei mondi possibili
e ci sta bene anche che la poesia, una poesia ogni mattina,
sia solo un espediente un po’ raffinato per portarsi a letto
la moglie del dottore di turno. Ci sta bene anche
che mentre due torri crollano e l’antrace ci ricorda
come sono buoni e generosi gli yankee
c’è ancora chi per dimenticare ha tempo per le chiacchiere
e interessarsi ai fatti altrui.

In ogni caso, a nulla serve uccidere gli angeli e i demoni
che sono in noi o scordare che a dire ti amo ci vuole
tenerezza e crudeltà quanto basta per restare bambini
anche se i capelli sono ormai bianchi.
Perciò non scriverò mai né un romanzo con il tuo nome
né un libro dove parlo di te quasi fossi la mia Lou Salomé.
Mi limiterò a dirti ti amo mentre ti guardo negli occhi.
E a settant’anni me ne andrò
lasciandoti un pezzo di strada da fare da sola.

 

Emilio Piccolo,  Acerra, 13/05/51 – 23/07/2012

da “Oroscopi”

 


Ulisse

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Io non sono mai partito da Itaca né ad Itaca sono mai tornato.
Non ho visto Priamo piangere sul corpo del figlio, né odorato
il profumo del legno con cui erano fatte le assi del cavallo
da cui sbucarono a notte i guerrieri che avrebbero distrutto
una città e fondato l’impero di una civiltà. Non ho rubato le armi
di Aiace né mai ho convinto Circe o Calipso a donarmi
per amore il corpo o la giovinezza, l’estasi o l’oblio.
A casa non ho mai avuto Penelope ad attendermi né Telemaco
ha mai cercato il padre che non sono mai stato.
Sono arrivato qui per caso,
qui dove non fioriscono gli ulivi e le mandorle non hanno il sapore
dell’estate e della sete. Ho visto molto, ho visto troppo
o troppo poco. Quanto basta per capire che in quel poco di spazio
che c’è tra un pianeta e le stelle c’è posto per tutto,
e che ogni giorno è felice se vuoi che lo sia;
e pieno di dolore, se non sai farne a meno.
Ora sogno di varcare un giorno le colonne d’Ercole
e d’incontrare, su una montagna bruna che esce dal mare,
un uomo che abbia il mio volto, le mie mani, i miei occhi
e mi dica: eri tu che io aspettavo, eri tu.
Non incontrerò mai quell’uomo, eri tu.
Non incontrerò mai quell’uomo, lo so,
ma a notte, mentre una donna che somiglia a Penelope
mi carezza con una tenerezza che Penelope non ha mai avuto,
sento che quell’uomo, nel buio, mi guarda
e mi parla di un’isola lontana, dove non sono mai stato,
dove non andrò mai perché è tempo ormai
di essere felice, qui, in questa via chiassosa di Manhattan
dove guardando un fast food intuisci
che il tempo è un’invenzione degli dei
che hanno invidia per gli uomini che muoiono.

Emilio Piccolo (Acerra, 13/05/51 – 23/07/2012)


Potresti insegnarmi……

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potresti insegnarmi
a misurare la vita a cucchiaini di caffé
ma i poeti amano le stelle e i burroni, si dice,
e non sanno andare per strade e autostrade
dove c’è sempre un autogrill con ristorazione sigarette
e una toilette che, tutto sommato, non è male

potresti insegnarmi a leggere fra le tue rughe
il dolore e la stanchezza di chi dal sogno
al mondo ci ritorna come alla casa che ha abbandonato
ma i poeti, amore, hanno mille occhi e mille case
così che tornare è sempre più difficile

potresti insegnarmi
a non dire nemmeno a te la mia follìa
e a nascondermi nelle parole
come in una cassapanca da spedire al fronte
ma i poeti scivolano nudi dentro la vita
senza nemmeno chiedersi perché
e perché la vita è una cosa qualunque

potresti insegnarmi
che giovanazza e giovinezza non sono la stessa cosa
e il buon senso di chi sa fare a meno di entrambe
ma i poeti amano chi li ama e non li ama più
perché è così
così va il mondo, amore,
così va che se solo sorridi
ho voglia di strade e autostrade e autogrill
e case dove passarci i prossimi millenni
e di lasciare la follìa a chi è folle davvero
e di chiedermi solo ma che mangiamo oggi?
e di avere il buon senso che ha chi sa
che non è vero che c’è sempre tempo per tutto
e dirti addio, a mai più

ma i poeti, amore, non sanno mai
se ciò che dicono e scrivono e sentono è vero.

 

 *Luther Blissett è un eteronimo di Emilio Piccolo
(Acerra, 13/05/51 – 23/07/2012)


La scuola di Beslan

Il 3 settembre del 2004 ebbe fine l’occupazione della scuola di Beslan da parte di terroristi ceceni.  Si concluse con il massacro di 300 persone, tra di loro 186 bambini.  Lo strazio per un dolore difficile da contenere, in questa struggente poesia di Emilio Piccolo.

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Io sono uno che ha passato la sua vita in una scuola

e ha pagato per le cose in cui credeva

ma ora vengo a te, Beslan,

 per imparare davanti alle rovine della tua scuola.

 

Beslan, non lo so se sono un buon padre io, ma davvero dovrò assistere

 alla fine dell’unico mio figlio sopravvivendo nella vecchiaia per castigo?

 Lo so, non sono in una città straniera

mentre cerco il mio cuore tra i fiotti del dolore

 inciso goffamente col coltello

in quell’ultimo banco bruciato della scuola

 

Che cosa sarai mai in Italia, tu, o poeta?

paragonato al tritolo sei un moscerino.

E non abbiamo oggi scusa alcuna

se sulla terra tutto questo accade

 

Come ad un tratto là a Beslan tutto si fonde ancora:

 l’inafferrabilità, il caos, l’orrore

 l’imperizia di saper salvare senza fare vittime

e al tempo stesso tutte quelle storie di coraggio.

 

E il passato guardandoci trema

 e il futuro, promessa innocente,

tra i cespugli si sottrae al presente

che gli spara alla schiena.

 

Ma la mezza luna abbraccia la croce.

Tra i banchi bruciati e tra i cespugli

come fratelli vagano Maometto e Cristo

 raccogliendo dei bambini i pezzi.

 

Oh Dio da tanti nomi, abbracciaci tutti!

 Che davvero dovremo seppellire senza gloria

 accanto ai bambini di ogni credo

 noi stessi nel cimitero di Beslan?

 

Quando andavano i convogli in Kazakistan,

 stracolmi di ceceni ammassati l’uno sull’altro,

 il terrore futuro si stava generando là,

nel liquido amniotico di quei nascituri.

 

Laggiù, in quella prima culla sempre più cattivi,

 si stringevano loro, felici di nascondersi così,

 eppure sentivano attraverso il grembo della madre

il calcio dei fucili sulle teste,

e certo non pregavano Mosca

 che li confinava alla steppa, dove tutto è piatto e spoglio,

come se per incanto sulla terra

Satana avesse cancellato i monti antichi.

 

Ma la lama ricurva della luna, là

 tra le fessure nei tetti delle case di terra

 ricordava loro il segreto dell’Islam

 tra gli slogan sovietici dell’inganno

 

E l’arroganza plebea di Eltsin,

 e la fanfaronata di Gorbaciov su quella “guerra lampo”

 li spinsero poi verso i primi attentati

 e allora alla guerra non ci fu più scampo

 

Le kamikaze cecene portavano esplosioni sul petto,

 alla vita e al posto della collana, al collo,

 e come sempre tanti più morti si lasciano alle spalle

 tanto più basso è il prezzo della vita.

 

Com’è cambiato il volto del firmamento,

 la tenebra a Beslan esplode solo per i tank,

e ha sussultato al pensiero della fine

 in quella scuola e in quel campo di basket laggiù

 la mina innescata da Stalin.

 

Ma a niente serve la vendetta.

Salvaci, Dio dai molti nomi, dalla vendetta

 Finché ci sono ancora bimbi vivi,

non ci dimentichiamo la parola “insieme”

 

Nessuno di noi è eroe da solo

 ma dinnanzi alla nuda verità tutti noi siamo nudi.

 

Io sto insieme ai bambini bruciati.

Sono anch’io uno di loro… Uno della scuola di Beslan.

 

Emilio Piccolo

Acerra 13 5 1951 – Acerra 23 7 2012


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