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…….aspettare che chiuda i nostri occhi il cielo sconfinato delle favole ( G.Q.)

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Poesia per ricordare Alice allo specchio


Ecco il leggendario e il reale
La nostra storia risulta simile
a quella della ragazza meravigliosa che entrò nello specchio.
Era sempre sul punto di scomparire
ma nessuno pronunciò la formula che la avrebbe restituita alla polvere
né Tweedledum né Tweedledee né la Regina né il Re Rosso
ché l’unica cosa che doveva fare era svegliarsi.
Forse siamo una storia
forse senza arrivare mai a capirlo
la nave di Ulisse
o l’usignolo di Keats
(quell’uccello non destinato alla morte)
diciamo allora che ciò che è stato un canto dell’Odissea
sarà per sempre noi
senza cessare per quello di essere il paese delle meraviglie
e qualcuno potrà riconoscerci
mentre ascolta la storia non ancora scritta
dentro la storia castello
la storia luna molteplice
la storia giocattolo distrutto
la storia infine di quando una nuvola passò sopra Alice
Forse siamo l’ombra di quel blu sulla sua mano.

Giovanni Quessep, San Onofre (Colombia) 1939

Traduzione: Martha L. Canfield


Libera rappresentazione della favola di Cappuccetto rosso. Asia (mia nipote) anni 4.

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Ma se volti pagina………ogni cosa è “merce”

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questo è Il gatto con gli stivali, questa è la pace di Barcellona
fra Carlo V e Clemente VII, è la locomotiva, è il pesco
fiorito, è il cavalluccio marino:
ma se volti pagina, Alessandro,
ci vedi il denaro:

questi sono i satelliti di Giove, questa è l’autostrada
del Sole, è la lavagna quadrettata, è il primo volume dei Poetae
Latini Aevi Carolini, sono le scarpe, sono le bugie, è la scuola di Atene, è il burro,
è una cartolina che mi è arrivata oggi dalla Finlandia, è il muscolo massetere,è il parto:
ma se volti foglio, Alessandro, ci vedi
il denaro:

e questo è il denaro,
e questi sono i generali con le loro mitragliatrici, e sono i cimiteri
con le loro tombe, e sono le casse di risparmio
con le loro cassette di sicurezza,
e sono i libri di storia con le loro storie:
ma se volti il foglio, Alessandro, non ci vedi niente.

 

da: Purgatorio de l’Inferno

 

Edoardo Sanguineti
Genova, 9 dicembre 1930 – Genova, 18 maggio 2010


Sembrava facile…c’era il sole, il vociare del vento, c’era l’infanzia con le altalene a filare il tempo…

Erano mattine come queste, calde e luminose. La scuola era finita e noi ci sedevamo al fresco, sui gradini della scala. In  mano, il nostro pane con lo zucchero. Allora non c’erano  fieste né pinguì. La nutella, nelle botteghe dei piccoli paesi di provincia, arrivava in latte di stagno ed era venduta a cucchiaiate in coni di carta oleata.

Eravamo  sui gradini, i più piccoli avevano da subito già leccato lo zucchero dal pane, mentre noi, più smaliziati, addentavamo le nostre fette, mostrando agli stupidelli di sapere il fatto nostro. Ogni tanto ci fermavamo. Il pane, tenuto a mezz’aria, attirava qualche mosca di passaggio ma chi ci faceva caso? Non un fiato,  non una mossa mentre Dora, adesso, bisbigliava. Le parole erano scandite, il tono era grave, la narrazione era a un punto estremo di drammaticità e la mosca, coraggiosamente, si era ormai posata sui baffi di zucchero che incorniciavano le nostre bocche, spalancate per la paura e lo stupore.

Mia madre, quando ero piccola, non mi raccontava mai  le favole, le piaceva parlarmi della sua famiglia, della sua giovinezza,  della prima volta che aveva visto il mare. Ora che ci penso, detestava le favole e tutto ciò che non fosse, in qualche modo, verosimile. Lei era così, dolcissima e, però, ben piantata sulla terra.

Tutti pendevamo dalle labbra di Dora, quando, in cima alla gradinata cominciava.. “c’era una volta…”  e non c’era biancaneve, cappuccetto o la bella addormentata. Le sue storie  nascevano lì, davanti ai nostri occhi sgranati e raccontavano di un bambino prigioniero in labirinti senza uscita,  sotterranei e luoghi sconosciuti, abitati dal buio e dal mistero. Nessuno di noi avrebbe voluto essere quel bambino e Dora sapeva tenerci sulla corda. Poi…. poi arrivava la magia,  il bambino cantava una filastrocca e il suono della sua voce vinceva la paura e orientava i suoi passi, la luce tornava e il bambino era salvo. Mia madre ci mise un po’ a capire perché ogni volta che mi mandava in cantina, cantavo a squarciagola tutto il tempo.

Erano mattine come queste, c’era la luce, c’era la scala e c’era il nostro pane zuccherato da finire.

Dora condivideva con noi il cortile e il quotidiano. Era alta e imponente, col viso dolce e triste di chi porta  ferite antiche. Un giorno la vidi piangere in giardino. Con le dita, tormentava le foglie di un povero geranio ed io, nascosta  dietro un angolo di muro, con gli occhi chiusi, le ripetevo piano “ canta Dora, canta…canta la filastrocca!”.

Allora non sapevo ancora che la vita, a volte, può diventare un groviglio inestricabile, nel quale è difficile orientarsi, se prima della strada abbiamo perso noi stessi.

Oggi, perciò, ancora le direi “canta Dora, canta… .canta!”

*******

Sembrava facile pensare che potesse essere tutto lì.
C’era il sole, il vociare del vento, c’era l’infanzia con le altalene
a filare il tempo, c’erano i prati, gli alberi, il loro verde
materiale e mutevole e c’era un poco d’ombra
per non socchiudere troppo gli  occhi.
 
Sembrava facile, sì, pensare che potesse essere tutto
in quella luce a strati, nel desinare chiaro della rondine,
nel lavorio della formica, nella liturgia della morte,
nella sua sonora pietra. Felice di nulla edificare.

Lucianna Argentino (Roma 1962)
(dalla raccolta inedita “L’ospite indocile”)


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