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Lettera al figlio

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Sarebbe difficile scrivere questa lettera senza evitare le giustificazioni
digressioni di caduta e vela soffiata verso il ponente
nel fosforo del Baltico un’alba di pioggia e lacrime
con il volto davanti alle pareti bianche di un ospedale-serra

Sarà difficile inventariare le lune gli incroci all’angolo
i cavalli estivi che galoppano su entrambi i lati della transiberiana
le notti di vodka intorno all’assenza priva dei tuoi passi?

Sarà duro il lottare degli eventi
i visti i passaporti gli aeroporti i non incontri
le callosità dell’anima l’inutilità degli abbracci

Sarà difficile annotare che ho patito bevuto sono fuggito
verso gli aghi del tempo nel cammino delle parole……….

Mi è molto difficile dirti figlio dirtelo senza venir meno al ricordo
perché anch’io cado piovo mi apro mi chiudo
mi parlo mi tremo mi tendo con le sferzate dei templi

del primo indizio la mezza carezza l’ultimo volo
per dirti così semplicemente figlio senza letteratura
così nella pura aria che tutti siamo viaggiatori e che per questo
malgrado tutto ciò che trascorre sotto la poesia
malgrado tutto ciò

che muoio

ti scrivo

e ti amo

 

Adriano Corrales, San Carlos in Costa Rica 1958.

da “Lettera al figlio” 

in “Ad ora incerta”

cura e traduzioni di Tomaso Pieragnolo

 

Se dovessi scrivere una lettera ai miei figli, vorrei farlo così, vorrei che fossero ben visibili i timori e le  fragilità che hanno caratterizzato il mio essere madre. E, con la medesima semplicità, esprimere il mio incondizionato amore verso di loro.

A. S.

 

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Buon viaggio!

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Le tue prime scarpe erano bianche e di pelle morbida.

Oggi sono un ninnolo appeso

alla porta della tua vecchia stanza,

 la tua bambina ogni tanto ci gioca.

Non si adattano più  all’impronta  (enorme) del tuo piede,

solo,   dondolano ogni volta che si entra.

Allora,   ti raccontavo il mondo così: 

il bosco,  il cavaliere coraggioso,

viaggi lunghi quanto una vita,

 terre lontane,  reami sconosciuti e poi  

la via del ritorno, sempre così facile  da percorrere!

Crescendo, i tuoi piedi hanno sempre avuto

voglia più di correre  che di camminare,

insaziabili di strada come le vele lo sono del  vento.

Sei partito tante volte per vedere come è fatto il mondo

e ogni volta sei ripartito con la stessa urgenza di andare.

 Anche ora parti, figlio,  vai con tutta la tua vita,

l’orizzonte negli occhi  e la sete  del remoto nel cuore,

vedrai mari mai visti, il mondo come dovrebbe essere,

senza confini,  respirerai il vento e le sue distanze,

 vedrai i mattini che sempre ricompaiono uguali

dopo notti scintillanti. E uccelli migratori   

che imparano ogni volta la via del ritorno.

Anche tu tornerai, alla tua casa. Al tuo cuore.

Perché, ricorda,  è da lì che sei partito ogni volta,

da  te stesso, ed è lì che troverai le risposte che cerchi

 intanto che in te nuove  domande  nasceranno  ancora e ancora e ancora……

Buon viaggio!

mamma


Ritorni

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E così sei ritornato.

Come se niente fosse successo.

Come se il campo di concentramento, niente.

Come se è 23 anni 

che non sento la tua voce e non ti vedo.

Sono ritornati l’orsacchiotto verde, il tuo

soprabito lunghissimo e io

padre di allora.

Siamo tornati al tuo esser -figlio incessante

fra queste catene che non finiscono mai.

Non mancherai mai di mancare.

Torni e ritorni

e ti devo spiegare che sei morto.

 

Juan Gelman

Buenos Aires, 3 5 1930 – Città del Messico, 14 1 2014

da “Valer la pena”

 traduzione di Laura Branchini

 

Juan Gelman, poeta, scrittore e giornalista argentino, è vissuto a lungo in esilio, perchè impegnato nella lotta legale contro il regime di Videla, che negli anni 70, gli uccise il figlio Marcelo e la nuora. Quest’ultima, prima di essere giustiziata, aveva partorito una bambina, che fu data subito in adozione. Gelman iniziò quindi una lunga e difficile ricerca che finì nel 2000, quando il poeta riuscì a rintracciarla in Uruguay. Insieme a lei ha continuato a battersi, per il riconoscimento dei diritti dei familiari dei desaparesidos, fino alla fine. Gran parte della sua poesia trae spunto dalla vicenda biografica e politica che ha attraversato tragicamente la sua storia. Il suo stile è caratterizzato da una originale libertà idiomatica , neologismi,  inversioni sintattiche e semantiche…


Figlio

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Se piangi 
il mio cuore s’intristisce
e come un flauto
tende a ripetere il gesto inutile
di nasconderti questo secolo
che perfeziona il crimine

se sorridi
o accendi l’aria col tuo riso
la mia anima diventa un sole benefico
dove non entra il dubbio
ed è preciso e certo il futuro.

 

Osvaldo Sauma, Costa Rica 1940

Dall’antologia “Utopia del solitario”

traduzione di Zingonia Zingone

 


Il destino di una madre

Viaggio-della-Vita

 

 

…Dormono a volte nei nostri letti e li proteggiamo

dal dolore come  figli che non avremo mai

perché non ci rassegniamo a perderli.  E,  un giorno,  partono,  vanno.

 

Colpevoli, non arrivano a spiegare ciò che li trascina via. Scrivono

delle lettere dopo – una o due per alleggerirsi di questa spada.

E noi rimaniamo, eternamente, senza vergognarci, in attesa che ritornino.

 

 

Maria do Rosário Pedreira.  Lisbona  1959

da “La casa e l’odore dei libri”.

traduzione Mirella Abriani

—————————————

 

Aspetti i figli

quando ancora non sono nati,

li aspetti all’uscita della scuola,

al ritorno dal loro primo viaggio con gli amici.

Trepidi

nell’attesa di  una telefonata da chissà dove,

quando sono grandi abbastanza,

per  andare a scoprire com’è fatto il mondo.

 Aspetti ogni volta

di trovare  nelle parole che dicono,

in ciò che sono  e che fanno,  

quel sentimento della vita

che è passato insieme al tuo latte

e alla prima aria che hanno respirato

e che speri  

abbia insegnato loro 

come si fa ad amare…

Annamaria Sessa


Mi è molto difficile dirti figlio….

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Mi

è molto difficile dirti figlio dirtelo senza venir meno al ricordo

perché anch’io cado piovo mi apro mi chiudo

 mi parlo mi tremo mi tendo con le sferzate dei templi

del primo indizio la mezza carezza l’ultimo volo

per dirti così semplicemente figlio senza letteratura

così nella pura aria che tutti siamo viaggiatori e che per questo

malgrado tutto ciò che trascorre sotto la poesia

malgrado tutto ciò che muoio ti scrivo e ti amo.

 

Adriano Corrales, San Carlos in Costa Rica 1958.

da “Lettera al figlio” 

in “Ad ora incerta”

cura e traduzioni di Tomaso Pieragnolo

Se dovessi scrivere una lettera ai miei figli, vorrei farlo così, vorrei che fossero ben visibili i timori e le  fragilità che hanno caratterizzato il mio essere madre. E, con la medesima semplicità, esprimere il mio incondizionato amore verso di loro.


Elegia per mio padre

 

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L’ho baciata sulla guancia, andando via, e lei mi ha detto piano “Trova per me una poesia, ti prego”  Suo padre è morto e la sua richiesta non mi è sembrata strana.  La poesia non cambia ciò che ci succede , solo, lo rende più sopportabile.  Per te Marina, amica dolcissima!

 

Non sei più.

Non ci vedrai più

non ti vedremo più, padre,

non sei più.

Il tuo nome, l’ha preso questa pietra.

La morte, perché morte,

è sempre lacerante

sempre livida.

Con un nastro ci lega al cuore

mazzi di ricordi

mazzi di ricordi e di elegie.

Sono triste e pieno di nostalgia e  tristezza….

Quali parole mi dirai

che t’erano rimaste in gola?

Quali parole nuove

ti dovrei dire ancora?

da questa tomba, padre

che mi darai ancora?……

Da questa tomba sono venuto a prendere

ciò che mi spetta: ricordi amari

dolori di cui siamo fieri.

E non mi dire: figlio, son tristi…

Senza di essi

sarei ancora più triste.

E quando morirò

voglio una tomba come questa

una semplice pietra

là sulla riva, dove

i cipressi conversano

la notte con le stelle

dove il mare dice parole in azzurro , e le disperde

lontano. Parole che conosciamo

che comprendiamo

io e mio padre.

 

Fatos Arapi,  Valona  1929 

Traduzione di  Joyce Lussu

 

 


“Le navi sono tranquille e sicure nel porto ma non sono costruite per rimanere lì”.

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Nella foto, in camice rosso mio figlio Gabriele, partito con la 14° Missione in Bangladesh con l’Interethnos Interplast Italy – 3i, associazione di volontari in chirurgia plastica ricostruttiva che organizza spedizioni nei paesi in via di sviluppo, dove mancano le più elementari strutture sanitarie.
Il loro motto è:
“the boats are save in the harbour, but they are not made to stay there”

“le navi sono tranquille e sicure nel porto ma non sono costruite per rimanere lì”

Per loro che sono medici vuol dire: “non restare fermi nel porto, comodi nelle proprie case, ma andare dove la necessità chiama per offrire tempo e professionalità”
Iraida (Annamaria)


La terra dei fuochi

Questo è un fiore di zafferano. Mio figlio ha piantato mesi fa dei bulbi in questo campo che, da un centinaio di anni, è una proprietà di famiglia. Mio marito ha amato questa terra martoriata con tutto se stesso, riconoscendovi le sue radici e la sua storia. Lo stesso accade per mio figlio che in essa ritrova e riconosce il padre che non c’è più. Oggi questa terra è detta Terra dei fuochi.

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Dal centro della sua  vita

schiacciato da un terriccio crudo e rappreso

smanioso del cielo luminoso

tenace e caparbio come chi

un giorno l’ha immaginato nel suo seme

è spuntato un mattino

intrecciandosi all’erba selvatica.

E’ spuntato nella terra.

Si è fatto largo tra la scempiaggine e il disprezzo

di chi  quella terra  ha ferito e violato

di chi le ha sottratto la vita.

Ed ora  è là

piccolo fiore di zafferano

sotto il tremolìo del sole

afferrato strettamente alla terra

che ha già stabilito il suo tempo.

Quanto durerà? Ora non importa.

Anche quando su questa  disgraziata terra

non resterà che il sole e la luna

finchè ci sarà una mano

che con un seme nella terra

lascerà la traccia di un sentimento

non avremo perduto l’eden

e nemmeno la speranza.

Annamaria Sessa


Al figlio

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Io non potrò farci nulla quando il dolore ti colpirà
e farà con te come il mare fa con le alghe, la sabbia e gli scogli.
Starò male perché tu stai male ma attenderò vicino a te
che abbia prima o poi fine la notte in cui tutte le vacche sono nere.
Non potrò farci nulla neanche quando sentirai
che questo mondo, comunque sia, è stato fatto proprio per te
e la felicità ti renderà stupido come un animale
che per la prima volta vede un’eclissi di luna.
Sarò felice perché tu sarai felice e chiederò al primo dio
che accetterà la mia preghiera di perdonarti
se crederai che quell’attimo è l’eternità.
Mi chiederò qualche volta che ne sarà di te
quando non ci sarò più. E immaginerò quelli che verranno
dopo di noi, nati da noi, fra cento e mille anni.
Se saranno biondi, e se avranno occhi chiari o scuri,
e se saranno crudeli o teneri, come a seconda delle circostanze,
lo sono stato io, e lo sarai anche tu.
Fingerò di sapere anche che la morte non è la fine di tutto,
come vogliono i poeti, i santi e gli innamorati.
Giocherò con i tuoi figli e mi ci proverò a insegnare anche a loro
che si possono chiudere le stelle nelle mani e poi aprirle
e fare
paff!
e la stella è lì davanti a te, tutta tua,
prima di perdersi nel buio della notte.
Ma io non potrò farci nulla quando sarà l’ora di andare.
Ti lascerò solo con il tuo dolore. E con i ricordi
che mi faranno vivere ancora per trenta o sessant’anni
ogni volta che ti sembrerà di sentirmi vicino a te.
Poi sarà come se non fossi mai vissuto.
Lo stesso accadrà a te.
Fra due o trecento anni solo noi sapremo
d’essere vissuti, ma non potremo raccontarlo a nessuno.

Henry Moonlock, eteronimo di
Emilio Piccolo Acerra 13/05/51 – Acerra, 23/07/2012.


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