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Flash

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Lei è immobile come il silenzio

vorrebbe  dire quello che non sa.

Lui ha scarpe rotte e le ali chiuse

di un angelo che non vola più.

E in questo scatto allucinato

per un attimo

mi pare di capire 

qualcosa della vita.

 

Annamaria S.


Oggi pensavo…. non ci mette niente la vita a diventare solo una fotografia

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Nella fotografia non avevo più di tre

anni, ne sono certo. Vestivi un Principe

di Galles di buona fattura, capelli

lucidi, pettinati all’indietro, alla moda

di allora e dietro, nella posa, mi

sostenevi appena, leggermente,

porgendo soltanto due dita al mio

iniziale equilibrio. S’intuivano il senso

dei gesti e dei modi dell’epoca,

l’artifizio di luci voluto dal fotografo.

Ancora oggi siamo fermi a quell’epoca,

e continui a guardarmi.

 

Marco Fregni

da “Dialoghi con il padre”

 

 


Dal cassetto

 

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Volevo appenderla a un muro della stanza.

Ma l’umidità del cassetto l’ha guastata.

Non la metto in un quadro questa foto.

Dovevo conservarla con più cura.

Queste le labbra, questo il viso…

ah, per un giorno solo, per un’ora

solo tornasse quel passato.

Non la metto in un quadro questa foto.

Mi fa soffrire vederla così guasta.

Del resto, se anche non fosse guasta,

che fastidio badare a non tradirmi…

una parola, o il tono della voce…

se mai qualcuno mi chiedesse chi era.

 

Konstantinos Kavafis

Alessandria d’Egitto  29 4 1863 –  Alessandria d’Egitto 29 4 1933


Fotografie

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Non sono morto quasi mai,

eccetto in alcune fotografie:

il sorriso che in esse si immobilizzò ormai non esiste.

E le fotografie sono quasi certamente,

accidenti nella biografia del fotografo –

rivelano molto di più sul fotografo che

su ciò che ha fotografato.

 

Alberto Raposo Pidwell Tavares  detto ( Al Berto)

Coimbra,  11 1 1948 – 13 6 1997

traduzione di Mariangela Semprevivo

 

Ci pensavo oggi, guardando le meravigliose  fotografie  di  Gialloesse , un genio visionario che vorrebbe fotografare il suono.

La fissità degli scatti, effettivamente,  evoca la morte. Chissà che non  riesca davvero a fissare, al di là  dello spazio e del tempo, quella dimensione, quell’intervallo entro cui   abita il suono. Grande Gialloesse!!


Poésie sans les mots

Ho sempre pensato che la fotografia con lo scopo, all’inizio, di strappare al flusso della vita l’attimo e fissarlo per sempre, abbia acquisito via via, la funzione di cercare e mostrare in ciò che ha visto, nell’attimo irripetibile della contemporaneità, un frammento di senso al grande enigma della vita, del mondo. Come se tra le pieghe del reale, ci fosse un’intercapedine, un lampo di tempo che sfugge allo sguardo e alla comprensione umana, uno spazio dove abita il segreto dell’esistenza che la fotografia cerca di catturare.
Proprio come la Poesia che è conoscenza stra-ordinaria, “ulteriore”, direi, di tutto ciò che appartiene alla vita e forse anche di ciò che la trascende, la poesia, in cui ogni verso letto, credo sia una “rivelazione”.
A volte una fotografia è quella che Mallarmé chiamò “poésie sans les mots”, una poesia senza parole, un ritorno alla primordiale potenza dell’immagine, prerogativa della narrazione poetica.

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Una fotografia trovata in rete

in un lampo di luce

uno spazio poetico

dove si narra una storia.

Un vicolo di Napoli, certamente.

Anni settanta o forse ottanta, certamente

(è quello che dicono i manifesti elettorali)

un uomo e una donna

in atteggiamento confidenziale ma complice,

è come se volessero nascondersi agli occhi della gente

che li osserva con malizia.

Un sentimento contrastato? un amore impossibile?

In alto i panni stesi e il degrado di un quartiere popolare.

Più in là quadri di santi e di madonne

in una città dove, da sempre,

per l’amore o per i guai,

si spera in un miracolo del cielo.

 

Annamaria Sessa


….fammi tornare.

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La bambina con treccine e frangetta, col bavaglino e la borsa sulla schiena,
nella quale le foto dei miei mi insegnarono a riconoscermi,
oggi, davanti a me, compare in questo quaderno.
Felice coincidenza: da questa creatura venni
per giungere a lei dopo un lungo cammino.
Ti prego: continua a essere te stessa, o torna a godere i tuoi genitori ancora giovani,
l’agnello e l’acqua nel suo letto di pietra. Non preoccuparti:
sono una di quelle signore che a volte trovi in visita a casa
e il cui nome non riesci più a ricordare.

María Victoria Atencia, Malaga 1931
Traduzione: Raffaella Marzano

Questa poesia, in cui il presente e la memoria si intrecciano come fili di un tessuto inestricabile, mi riporta alla mente  un verso bellissimo  di Mahmoud Darwish:

 “Sono invecchiato, rendimi le stelle dell’infanzia /fammi tornare…..”


Ah, silenziosi ritratti…

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Ah, i silenziosi ritratti
senza più sapori e senza atmosfera,
dipinti con quel preciso odore che da sempre fu il colore del passato,
agrodolce evocazione di nomi dimenticati,
di date ormai ingiallite,
di una luna minore,
fotografie ingannevoli, di festeggiamenti vuoti,
che non entusiasmano più.
Non ci furono mai foto di attimi importanti,
del momento esatto dell’amore,
del preciso scenario delle ossessioni.
Non ho un ritratto di mio nonno
quando intrecciava fibre vegetali
parlandomi con una voce più antica di lui stesso
né esiste fotografia di scorci di una strada
che non ho mai più rivisto,
che alle volte credo di aver solo sognato.
Ah, i ritratti,
dipinti con la materia di un altro tempo,
documenti di un oblio unico e certo.

Dario Jaramillo Agudelo. Antioquia in Colombia 1947
da “La nostalgia”
trad. Ileana Di Maio


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