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Il bimbo ristette, lo sguardo era triste e poi disse al vecchio con voce sognante: “Mi piaccion le fiabe, raccontane altre!” (F. Guccini)

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Il bambino smise di giocare
e parlò al vecchio come un amico.
Il vecchio lo udiva raccontare
come una favola la sua vita.

Gli si facevano sicure e chiare
cose che mai aveva capite.
Prima lo prese paura poi calma.
Il bambino seguitava a parlare.

 

Franco Fortini

Firenze, 10 settembre 1917 – Milano, 28 novembre 1994

da “Il falso vecchio” in “Questo muro”

Nei versi  di Fortini come  nel testo di una canzone di Guccini (Il vecchio e il bambino),  le generazioni si incontrano e, in un certo senso, si riconciliano grazie alla narrazione che è uno  straordinario collettore di ricordi ma anche di sogni e aspirazioni.


Molto chiare si vedono le cose

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Puoi contare ogni foglia dei platani.
Lungo il parco di settembre
l’autobus già ne porta via qualcuna.
Ad uno ad uno tornano gli ultimi mesi,
il lavoro imperfetto e l’ansia,
le mattine, le attese e le piogge.

Lo sguardo è là ma non vede una storia
di sé o di altri. Non sa più chi sia
l’ostinato che a notte annera carte
coi segni di una lingua non più sua
e replica il suo errore.
È niente? È qualche cosa?
Una risposta a queste domande è dovuta.
La forza di luglio era grande.
Quando è passata, è passata l’estate.
Però l’estate non è tutto.

 

Franco Fortini. Firenze, 10  9 1917 – Milano, 28 11  1994

da “Paesaggio con serpente”


Per il nostro cuore non c’è una primavera sola

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Non credere che tutto sia finito,
ragazzo. Spera, fatti una ragione
della tua pena. Per il nostro cuore
non c’è una primavera sola. Torna
agli anni alti l’aprile, un altro aprile.
Non disperarti oggi.
 

Franco Fortini

Firenze, 10 settembre 1917 – Milano, 28 novembre 1994

 


Lettera

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Padre, il mondo ti ha vinto giorno per giorno
come vincerà me, che ti somiglio.

Padre, i tuoi gesti sono aria nell’aria,
come le mie parole vento nel vento.

Padre, ti hanno umiliato, tradito, spogliato,
nessuno t’ha guardato per aiutarti.

Padre di magre risa, padre di cuore bruciato,
padre, il più triste dei miei fratelli, padre,

il tuo figliuolo ancora trema del tuo tremore,
come quel giorno d’infanzia di pioggia e paura

pallido tra le urla buie del rabbino  contorto
perdevi di mano le zolle sulla cassa di tuo padre.

Ma quello che tu non dici devo io dirlo per te
al trono della luce che consuma i miei giorni.

Per questo è partito tuo figlio; e ora insieme ai compagni
cerca le strade bianche di Galilea.

 

Franco Fortini

Firenze, 10 settembre 1917 – Milano, 28 novembre 1994


La poesia non muta nulla. Nulla è sicuro, ma scrivi. (F. Fortini)

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Un grande temporale
per tutto il pomeriggio si è attorcigliato
sui tetti prima di rompere in lampi, acqua.
Fissavo versi di cemento e di vetro
dov’erano grida e piaghe murate e membra
anche di me, cui sopravvivo. Con cautela, guardando
ora i tegoli battagliati ora la pagina secca,
ascoltavo morire
la parola d’un poeta o mutarsi
in altra, non per noi più, voce. Gli oppressi
sono oppressi e tranquilli, gli oppressori tranquilli
parlano nei telefoni, l’odio è cortese, io stesso
credo di non sapere più di chi è la colpa.

Scrivi mi dico, odia
chi con dolcezza guida al niente
gli uomini e le donne che con te si accompagnano
e credono di non sapere. Fra quelli dei nemici
scrivi anche il tuo nome. Il temporale
è sparito con enfasi. La natura
per imitare le battaglie è troppo debole. La poesia
non muta nulla. Nulla è sicuro, ma scrivi.
Franco Fortini
Firenze, 10 settembre 1917 – Milano, 28 novembre 1994

[…] il lavoro del poeta, un prestito che egli fa con la sua
fatica a chi voglia avere la pazienza di saperlo leggere, perché ciascuno
possa vedere quel che egli ha veduto, amare quel che egli ha amato e
dirselo, il lettore, esprimerlo a se stesso tutto questo, con quelle sue
medesime parole; e quindi chiudere la pagina divenuto per quel suo
regalo più ricco di coscienza, che è come dire: più uomo.[…]

Franco Fortini

da Il Politecnico, numero 8, 17 novembre 1945


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