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…in punta di piedi, per scorgere le linee delle cose future

 

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la nebbia si è alzata

il mondo è come lavato di fresco dopo la pioggia

le nuvole si asciugano sulle corde dei fili elettrici

 

chissà, forse si tratta veramente di una via d’uscita

mantenere la tensione per un attimo, per un attimo e un altro ancora

 

sui talloni

o in punta di piedi, per scorgere le linee delle cose future

mentre ti togli dal volto le nebbie dei ricordi di cose trascorse

 

un pezzetto di arcobaleno si è conficcato in una nube vaporosa

guardo in basso, poi di nuovo verso l’alto

e non c’è più

 

Miłosz Biedrzycki     Capodistria,  6  agosto  1967

Traduzione in italiano di Jolka Milič 

 


Esplorando il “relitto”

200508-12-2g

Dopo aver letto il libro di leggende
e caricato la macchina fotografica
e controllato il filo del coltello,
indosso
l’armatura di gomma nera
le assurde pinne
la maschera solenne e goffa.
Devo farlo
non come Cousteau con la sua
squadra assidua
a bordo del veliero inondato di sole
ma qui da sola.

C’è una scaletta.
La scaletta è sempre là
a pendere innocente
sul fianco del veliero.
Sappiamo a cosa serve
noi che l’abbiamo usata.
Altrimenti è una scoria che galleggia sul mare
solo un pezzo di attrezzatura.

Scendo.
Piolo dopo piolo e tuttavia
l’ossigeno mi immerge
la luce blu
gli atomi sottili
della nostra aria umana.
Scendo.
Le pinne mi impacciano,

striscio come un insetto giù per la scala
e non c’è nessuno a dirmi
quando comincerà
l’oceano.
All’inizio l’aria è blu e poi
un blu più intenso e poi è verde poi
nera vedo nero eppure
la mia maschera è potente
pompa il sangue con forza
il mare è un’altra cosa
il mare non è una questione di potere
devo imparare da sola
a muovere il mio corpo senza sforzo
nell’ elemento profondo.

E ora: è facile dimenticare
perché sono venuta
tra i tanti che hanno sempre
vissuto qui
agitando le loro code merlate
tra gli scogli
inoltre
quaggiù il respiro è diverso.

Sono venuta a esplorare il relitto.
Le parole sono intenzioni.
Le parole sono mappe.
Sono venuta a vedere il danno compiuto
e i tesori che persistono.
Passo il raggio della torcia
lentamente sui fianchi
di una cosa più eterna
dei pesci e delle alghe
la cosa per cui sono venuta:
il relitto e non la storia del relitto
la cosa in sé, non la leggenda
il viso affondato rivolto sempre
al sole
i segni del danno
consumati dal sale e dal rollio in questa bellezza logora
le costole della rovina
che macerano la loro protesta
tra gli intrusi esitanti.

Questo è il luogo.
E io sono qui, la sirena e le onde nere
dei suoi capelli, il tritone nella sua armatura
Giriamo in silenzio
attorno al relitto
sprofondiamo nella stiva.
Sono lei: sono lui

il cui viso affondato a occhi aperti dorme
il cui petto sopporta ancora la fatica
il cui carico d’oro, argento e rame riposa
al buio nelle casse
sprofondate mezze marce
siamo gli strumenti semidistrutti
che una volta tenevano in rotta
il giornale di bordo smangiato dall’acqua
la bussola incrostata

Siamo, sono, sei
per viltà o coraggio

l’essere che ritroviamo la via sin qui
fino a questa scena,
con un coltello, una macchina fotografica,
un libro di leggende
in cui
il nostro nome non compare.

Adrienne Rich
Baltimora, 16 maggio 1929 – Santa Cruz, 27 marzo 2012
da “Esplorando il relitto”
traduzione di Liana Borghi

——————————-

(Dopo la lettura di “Esplorando il relitto” di Adrienne Rich)

Così mi pare di essere, a questo punto

della mia vita, una guerriera

che si arma fino ai denti per scendere,

piolo dopo piolo, ad esplorare “il relitto”

ciò che rimane di me stessa.

Sola, con il mio libro di leggende,

a constatare i danni,

a cercare i tesori rimasti incastrati

e lasciati a marcire.

Un tempo hanno orientato la mia rotta,

strumenti ormai inservibili

sono venuta per scoprire il relitto in sè,

non la leggenda del relitto

(i ricordi raccontano sempre

qualcosa che è “altro” da quello

che siamo diventati

Siamo, per viltà o coraggio l’essere che ritroviamo“).

Altre parole dovrò trovare,

per costruire mappe che orientino

un nuovo cammino.

Annamaria S.


La speranza

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Non a causa della vita,
bensì dell’aumento di leggende,
di canzoni e miti
di cui ho avuto bisogno per vivere,
ho imparato che l’inverno con le sue piogge metalliche
non sfocia mai
negli hotel della primavera,
solo nel fiore dell’autunno
di una passione completa.
Ma l’inverno ha segreti da conservare.
Mentre la nebbia della strada cancella
i limiti del mondo,
ci sono luci che si avvicinano dal retrovisore
come un ricordo
e mi sorpassano veloci
in cerca del futuro.
Non so,
semplice questione casuale
o forse ricompensa.
Ma nuovamente lì
la presagìta
luce d’aprile sulle campagne.

Luis García Montero, Granada 1958


Ah, che sarà?

Questa canzone è un interrogativo sul mistero della vita, anche quella più assurda e miserabile, quella senza regole, senza decenza, senza governo, quella che non ha ragione e che, suo malgrado, perfino il Padreterno dovrà benedire.
Ma nelle parole si legge anche il coraggio che ha l’umanità, nell’affrontare e viverla questa vita, con emozione e spontaneità, comunque sia.
Iraida


Come una farfalla

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Una farfalla, proprio

come una farfalla, spiegherai le ali e volerai via.
Mi scorderai. Oh sì, mi scorderai.

Mi fermerò dietro di te e ti guarderò andare

fino a quando non distinguerò più il prima dal dopo.
Ma per un tratto ancora ti vedrò,

mentre costruirai fiori di carta e desideri.

E poi ti guarderò resistere al vento

che ti soffia tra le ali.

Non riuscirà a sparigliare i tuoi sogni e i tuoi pensieri.

Giuro che potrai sentirmi:

prova ancora, ancora e ancora, spera, vola… riprenditi il cielo!


Iraida(Annamaria S.)


Se è per amore….

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Se è per amore, ci verrà perdonato,
resteranno dopo di noi letti sfatti e città
iniziate, tende schiuse, oggetti appena
sfiorati e un po’ di stoviglie sporche. Se è per amore,
non resterà dopo di noi il vuoto, c’è una tale innata
discordanza grammaticale, il vuoto non può abitare
in luoghi segnati dai nostri corpi, usciranno
da essi piuttosto bambini, paesi e tutti i colori.
Se è per amore, dalla nostra parte ci saranno animali,
cani abbandonati. Loro ci perdoneranno l’immobilità
e lo sguardo perso in qualche punto in noi. Saremo sdraiati
e ci cammineranno sopra giorni e correnti. Costruiranno su di noi
una città e liberi elettroni si affolleranno su di noi, ronzeranno,
e i sogni, i sogni saranno nostri per sempre.

Tomasz Różycki, Opole (Polonia) 29 maggio 1970
da “Antimondo”
Traduzione di Leonardo Masi e Alessandro Ajres


Fino a quando i musicisti guideranno i taxi, fino a quando i poeti faranno i camerieri, fino a quando i migliori dovranno essere pagati dai peggiori…allora stiamo andando dritti verso l’apocalisse. dal film “L’arte della felicità”


Che bel regalo mi sono fatta stasera!
L’arte della felicità è un film d’animazione, realizzato da un gruppo di ragazzi tutti trentenni e tutti napoletani. E’ la storia di due fratelli. Il maggiore diventa buddista e va in India, il secondo resta a Napoli, sceglie di fare il tassista, voltando le spalle alla sua passione, la musica. Un evento sconvolgente lo ha toccato profondamente e lui gira, senza sosta, in una Napoli sommmersa dalla spazzatura, sferzata da una pioggia che non smette mai. Ha l’aria di aver perso non solo la strada ma anche e soprattutto se stesso……..
Questo film colpisce direttamente al cuore e credo debba assolutamente essere visto dai giovani, dai nostri ragazzi, quelli che vivono al sud,perchè parla del passato, del presente, del futuro ma soprattutto di energie, di coraggio e di speranza. Annamaria


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