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….nell’orrore, di tutto questo non c’è forma di verso che mi basti..

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Aleppo, Calais, Lesbos, o, per altre parole

 

voglio parlare di quelle che una volta erano strade, viali
ricamati di case e palme, dei tappeti che una volta
nella nostra immaginazione, volavano di magia
e che adesso si sfumano in altre forme,
le più basse

O del tempo della poesia di prima, quando le navi
entravano magre, e la parola si faceva
nitidezza di immagine e della violenza e di questo tempo
porta di entrata in rozze barche per la violenza
adesso lungo i secoli

O ancora della gente in fila
sembrano oceani visti da lontano, grandi piani,
ma, ritagliate le persone in persone singolari, rivelano nomi
interi, con i loro gusti, con sofferenze diverse, muscoli
per sorridere tutti diversi,
                                       ah, se quella ampissima lente
si trasformasse, stretta, in un microscopio della vita

Di quello che vedo da lontano e su uno schermo,
non voglio parlare usando la redondilha,
versi rotondi, in una sintassi uguale e precisa

voglio queste righe in cui parlo di altre righe,
fatte di altra materia, reale e dura, esplosa, questa,
detenuta da giubbotti e armi color di fumo,
e, accanto agli oceani di gente,
i sedimenti vissuti da altre genti,
quelle vicine a me, l’odio costruito lentamente
che quasi tocca l’abominio

Di ciò che arriva allo sguardo, degli strati di secoli in cui tutto
sembra merce facile da dimenticare,
o allora l’espulsione ricordata
dentro i nostri geni, serve ad insistere nell’orrore,
di tutto questo non c’è forma di verso che mi basti
perché niente dona conforto o pace

Ma che il furore persista,
e in questo angolo in fondo all’Europa,
e senza vergogna di starsene caldo e lontano,
protetti da una lente ampissima
che lascia solo passare, sottilissime, mezza dozzina di immagini:
o, in altre parole, l’esser ciechi –

anche senza parole – il furore.

 

Ana Luísa Amaral. Lisbona, 1956

traduzione di Livia Apa

 

 

 

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La terra non si sorprende più del cielo e il cielo non si sorprende della terra.

 

ospedaleAleppo

…ci allertano le invasioni e la loro necessaria

collezione di cadaveri,

ci spaventa la presenza di qualche dio nelle guerre.

L’allarme è diventato uno stile di vita…

….ci allarmiamo quando guardiamo il volto impavido dei dittatori,

per i quali l’unica minaccia sono le rivoluzioni.

E dunque se vogliamo spaventarli,

anche solo un po’, dobbiamo costruire

i nostri modesti allarmi rivoluzionari,

di modo che almeno si guardino allo specchio

e si facciano schifo.

 

Mario Benedetti, Uruguay 14 9 1920, Uruguay 17 5 2009

da “Il diritto all’allegria”

traduzione di Stefania Marinoni


…o patria, sei ancora un grumo di sangue

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….. O storia, consuma le tue truppe,

unifica il corpo e la paglia,

l’occhio e il sasso,

e scrivi:

“Sei ancora un embrione, o patria,

sei ancora un grumo di sangue…”

 

 

Adonis, pseudonimo di Ahmad Sa’id

Qassabīn, Siria 1 gennaio 1930

da “Pagina di una storia segreta”

in “Singolare in forma di Plurale”

traduzione di Fawzi Al Delmi


Un giorno la guerra finirà e io tornerò alla mia poesia (Abu Attayyeb)

Scritta su un  muro di Damasco 

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Magari potessi andare contro i giorni
e tornare a dormire bambino tra le braccia di mia madre.
Dimenticare le lettere, disordinare i numeri
e parlare senza vocali.
Amarti senza poesie e senza ispirazione
e chiamare tutto col tuo nome.

Vorrei chiederti, Sham, com’è l’amore?
Se ogni giorno dentro di te mi vogliono uccidere
tra una barba che non conosce l’Islam
e un dittatore che ha rovinato il popolo.
Ho smesso di amarti, Sham, basta!
Ho cura di te, ma a te non interesso
ho smesso di amarti e nessuno mi biasimerà per questo.
Vorrei lasciarti finché non troverai…
una soluzione tra il figlio di mio padre e il figlio di mio zio.

Abu Attayyeb, eteronimo di Mahmud M. al Tawil, poeta siriano

traduzione dall’arabo di Caterina Pinto.

Unesco 1999, 21 marzo diciassettesima giornata mondiale della Poesia


8 settembre 1943. Mia madre di vent’anni*

02 - Mamma adolescente
Unafotografia.

Fu l’unica cosa che mia madre portò con sé,

quando scappò dalla sua casa in fiamme

nell’autunno del 1943.

Aveva vent’anni,

nel suo quartiere i tedeschi avevano ucciso

civili inermi e bruciato ogni loro cosa.

La guerra attraversava la sua giovinezza,

distruggendone progetti e desideri.

Aveva voluto salvare quel cartoncino spiegazzato,

perché dimenticare l’orrore

sarebbe stato più facile che ricordare

che era stata bella ed incosciente

come lo sono i giovani e i loro sogni.  

Annamaria S.

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Tutto su mia madre

Si affaccia da una cornicetta
che ne circoscrive il volto puro
e guarda la finestra
che ritaglia il cielo
mia madre di vent’anni,
mia madre che sognava ancora
e le nascevano voli tra i capelli
mia madre occhi di marzo
con le tasche piene di paure,
lei che non cantava mai.
– Com’è che te ne innamorasti?-
-Fu il suo modo di incedere…-
Lui, principe di sabbia e pioggia,
lei, corolla spalancata in un deserto.

Blumy
La poesia è tratta dal sito lettere senza destinatario

*A neanche un mese dalla firma dell’armistizio dell’8 settembre del 1943, ad Acerra un gruppo di partigiani del luogo tentò di bloccare, con povere masserizie e carri agricoli, i potenti mezzi dei tedeschi in fuga. Fu una carneficina, i tedeschi bruciarono le case. I morti, tra uomini, donne e bambini, furono 75, 15 donne e 60 uomini. Sette di loro avevano da 1 a 9 anni e, 18, da 13 a vent’anni. Tutto ciò, lungo la via dove abitava mia madre con la sua famiglia. Da allora quella strada si chiamò Corso della Resistenza. Acerra è Medaglia d’oro al valor civile. Annamaria S.


Preghiera

bambini.guerra
“Traité sur la tolérance” (1763) dal cap. XXIII
Voltaire

Non è agli uomini che allora mi rivolgo; è a te, Dio di tutti gli esseri, di tutti i mondi e di tutti i tempi: se è permesso a delle deboli creature perdute nell’immensità e impercettibili al resto dell’universo osare domandarti qualche cosa […]
Tu non ci hai dato un cuore per odiarci e mani per sgozzarci: fa’ che ci aiutiamo a sopportare il fardello d’una vita penosa e passeggera; che le piccole differenze tra le vesti che coprono i nostri deboli corpi, tra tutti i nostri linguaggi insufficienti, tra tutti i nostri usi ridicoli, tutte le nostre leggi imperfette, tra tutte le nostre opinioni insensate […] che tutte le minime sfumature che distinguono gli atomi chiamati “uomini” non siano segni di odio e di persecuzione.
Che coloro che accendono ceri in pieno mezzogiorno per celebrarti, sopportino quelli che si contentano della luce del tuo sole[…..]
[….] che quelli, il cui abito è tinto di rosso o di violetto, che dominano su una particella di un mucchietto del fango di questo mondo e che hanno qualche frammento arrotondato di un certo metallo, godano senza orgoglio di ciò che chiamano “grandezza” e “ricchezza”[….]
Se i flagelli della guerra sono inevitabili, non odiamoci, non straziamoci gli uni con gli altri nel seno della pace, ma impieghiamo l’istante della nostra esistenza a benedire parimente in mille linguaggi, dal Siam alla California, la tua bontà che ci ha dato questo istante.


Mia madre di vent’anni…


Questa fotografia fu l’unica cosa che mia madre portò con sé, quando scappò dalla sua casa in fiamme nell’autunno del 1943. Aveva vent’anni, nel suo quartiere i tedeschi avevano ucciso civili inermi e bruciato ogni loro cosa. La guerra attraversava la sua giovinezza, distruggendone progetti e desideri. Aveva voluto salvare quel cartoncino spiegazzato, perché dimenticare l’orrore sarebbe stato più facile che ricordare che era stata bella ed incosciente come lo sono i giovani e i loro sogni. Iraida

Tutto su mia madre

Si affaccia da una cornicetta
che ne circoscrive il volto puro
e guarda la finestra
che ritaglia il cielo
mia madre di vent’anni,
mia madre che sognava ancora
e le nascevano voli tra i capelli
mia madre occhi di marzo
con le tasche piene di paure,
lei che non cantava mai.
– Com’è che te ne innamorasti?-
-Fu il suo modo di incedere…-
Lui, principe di sabbia e pioggia,
lei, corolla spalancata in un deserto.

Blumy
La poesia, tenera e struggente come lo sono certi ricordi, è tratta dal sito http://letteresenzadestinatario.wordpress.com/2012/01/19/tutto-su-mia-madre/