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“..quando un uomo muore, muore  con lui la sua prima neve, il primo bacio e la prima battaglia…” con lui muore il suo mondo.

Una poesia di Evgenij Evtušenko che dedico a Prince Jerry 25 anni, sotto un treno per un asilo negato. Sensibile, colto, una laurea in chimica e il sogno di un futuro migliore. Ma la sua vita, per l’intolleranza e l’indifferenza dei nostri tempi, valeva meno di niente.

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Non esistono al mondo uomini non interessanti.
I loro destini sono come le storie dei pianeti.

Ognuno ha la sua particolarità
e non ha un pianeta che gli sia simile.

E se uno viveva inosservato 
e amava questa sua insignificanza,

proprio per la sua insignificanza 
egli era interessante tra gli uomini.

Ognuno ha il suo segreto mondo personale.
In quel mondo c’è l’attimo felice.

C’è in quel mondo l’ora più terribile,
ma tutto ci resta sconosciuto.

Quando un uomo muore,
muore con lui la sua prima neve,

e il primo bacio e la prima battaglia…
Tutto questo egli porta con sé.Rimangono certo i libri, i ponti,
le macchine, le tele dei pittori.

Certo, molto è destinato a restare,
eppur sempre qualcosa se ne va.

È la legge d’un gioco spietato.
Non sono uomini che muoiono, ma mondi.

Ricordiamo gli uomini, terrestri e peccatori,
ma che sapevamo in fondo di loro?

Che sappiamo dei fratelli nostri, degli amici?
Di colei che sola ci appartiene?

E del nostro stesso padre
tutto sapendo non sappiamo nulla.

Gli uomini se ne vanno… e non tornano più.
Non risorgono i loro mondi segreti.

E ogni volta vorrei gridare ancora
contro questo irrevocabile destino.

 

 

Evgenij  Evtušenko

Zima(Russia) 18 luglio 1932 – USA 1 aprile 2017

 

 


Particelle elementari.

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A volte penso che siamo diventati come le foglie di Stevens, incapaci di trascendere noi stessi.
E’ sempre più difficile immaginarci parte di un tutto e ogni grido “riguarda qualcun altro” e alla fine “non riguarda più nessuno” Iraida.

Il corso di un particolare

Oggi le foglie gridano. Pendono dai rami che il vento agita.
Eppure il nulla dell’inverno si annulla leggermente.
È ancora pieno di ombre gelide e neve modellata.
Le foglie gridano. Ci si ritira, ci si limita a ascoltare.
È un grido assorto e riguarda qualcun altro.
Ma per quanto si dica che uno è parte di tutto
c’è un conflitto implicito, c’è una resistenza;
essere parte è uno sforzo che declina:
si sente la vita di ciò che dà la vita così com’è.
Le foglie gridano. Non è un grido
di attenzione divina, il fumo di eroi tronfi o un grido umano.
È il grido di foglie che non trascendono se stesse
In assenza di immaginazione, senza significare più di ciò che sono
nell’ultima percezione dell’udito, nella cosa stessa,
finché il grido, alla fine, non riguarda più nessuno.

Wallace Stevens
(Reading, 2 ottobre 1879 – Hartford, 2 agosto 1955)

Da The Auroras of Autumn 1950.


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