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Come se tu non fossi mai partito. Come se tu non fossi mai tornato.

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E un giorno ti decidi

di ritornare:

vicino a un fiume più stretto,

a ponti più modesti,

a chiese più umili.

Non sei il signor Cogito,

non torni in carcere –

quei tempi sono passati.

Ritorni tra le radici

dell’infanzia,

alla radice della lingua.

Ossia, detto diversamente: ti è venuta

la nostalgia di chiacchierare

senza sforzi mentali.

E già intravedi:

il castello,

e, sotto, la città

sprofondata nella neve.

Gli amici,

con le facce simili a quelle nei quadri

fiamminghi del sedicesimo secolo,

irreali,

in un caffè.

Senza difficoltà

t’inserisci nel discorso.

Come se tu non fossi mai partito.

Come se tu non fossi mai tornato.

 

Peter Semolič, Ljubljana 1  2  1967

traduzione di Jolka Milič

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……perciò disegno la pioggia

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È faticoso avere il corpo
sempre con me,
specialmente quando la fuga si accumula
e la tristezza si addensa, allora strani
simboli velano il cielo
e mi smarrisco in me stesso,
perciò disegno la pioggia,
moltiplico le acquerugiole infantili
affinché il giorno non soffochi

 

Janez Bernik,  nato a Lubijana  nel 1933

traduzione  di Jolka Milič


Ciò che abbiamo perduto

 

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…… e chi saprà che una volta

le parole erano possibilità e delusioni,
erano cassetti odorosi pieni di lettere d’amore
e ricordi e lavanda serbata in
sacchetti di mussola, a profumare il letto;

e sete esotiche e le tonalità del cotone
teso in camiciole, che il respiro dolcemente modella;
erano le stanze dell’infanzia con la loro pace senza pena,
le loro mani, i sussurri, le candele che piangono luminose?

 

Eavan Boland, Dublino 24 9 1944
ultimi versi della poesia “Ciò che abbiamo perduto”
da “Outside History” in Tempo e violenza. Poesie scelte
traduzione di Giorgia Sensi e Andrea Sirotti


….fammi tornare.

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La bambina con treccine e frangetta, col bavaglino e la borsa sulla schiena,
nella quale le foto dei miei mi insegnarono a riconoscermi,
oggi, davanti a me, compare in questo quaderno.
Felice coincidenza: da questa creatura venni
per giungere a lei dopo un lungo cammino.
Ti prego: continua a essere te stessa, o torna a godere i tuoi genitori ancora giovani,
l’agnello e l’acqua nel suo letto di pietra. Non preoccuparti:
sono una di quelle signore che a volte trovi in visita a casa
e il cui nome non riesci più a ricordare.

María Victoria Atencia, Malaga 1931
Traduzione: Raffaella Marzano

Questa poesia, in cui il presente e la memoria si intrecciano come fili di un tessuto inestricabile, mi riporta alla mente  un verso bellissimo  di Mahmoud Darwish:

 “Sono invecchiato, rendimi le stelle dell’infanzia /fammi tornare…..”


Orologio senza lancette

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Ho il biglietto per un viaggio che promette il Giardino come destino,
l’abitudine di vagare sulle ceneri per non dimenticare il fuoco
e la voce di mia madre che di sera mi avvolse con un fruscio di palme.
Ho anche l’obbligo di restare viva, di preservare l’intoccabile
affinché il mondo continui ad essere ciò che non sono.
Ma vivere in cerchio come una lancetta di orologio finisce per stancare.
Quanta ironia: dover invecchiare per riprendersi alla fine l’infanzia,
dover morire affinché nessuno possa rubarmela.

Lauren Mendinueta
Barranquilla, Colombia 1977
Da “Del tiempo, un paso ” 2011
Traduzione di Alessio Brandolini


Il denso delle cose

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di casupole
era fatta l’infanzia
di pareti bianche
di cortili gonfi di uccelli

e un lento dolore
da qualche parte
che né madre né padre
sapevano di notte cullare.

 

Vera Lúcia de Oliveira, San Paolo del Brasile 1958
da “Uccelli convulsi” in ” Il denso delle cose” 2001


Ci fu un tempo….

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Ci fu un tempo ed ero bambina,
perché anche io lo sono stata,
in cui mi turbava che un atomo cadesse
mentre il cielo 
resisteva.
Il Cielo pesava di gran lunga di più
eppure era lì, azzurro, immobile
senza catene, così a me sembrava.
Lo sapevano forse i Giganti?
Poi la vita mi impose ben altri problemi
alcuni li tengo in serbo, li risolverò
quando, lassù, l’algebra
sarà o sembrerà più facile.
Allora anche quello mi toccherà capire
il problema che più mi tormentava
perché mai non si liberasse il Cielo
e si rovesciasse, azzurro, su di me.

 

Emily Dickinson

Massachusetts, 10 12 1830 –  Massachusetts, 15 5 1886

Le domeniche…

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Le domeniche non hanno più odori
non hanno rumori
mi riempivano le narici l’aroma
del caffè e dello zucchero sulla ciambella
lì cuoceva un pollo – dalla casa a fianco
saliva un profumo di ragù sul fuoco
poi quattro chiacchiere in piazza
e incontravi l’amichetta di banco
la sua mamma quel compagno briccone
che ti tirava le trecce se a tiro
c’era un vocio buono nell’andare
l’uno verso l’altro e dirsi di affari
di donne godute di piaceri alimentari
le domeniche di oggi sono vuote silenti
e frettolose – aspirano alla corsa verso
una costellazione di eventi senza peso
perché ne scriva è simbolo della pochezza
che non saranno i miei versi a fare santa.

Narda Fattori
da “Cambiare stato, morire di natura”


Più invecchio anch’io, più mi accorgo che l’infanzia e la vecchiaia non solo si ricongiungono, ma sono i due stati più profondi in cui ci è dato vivere. Marguerite Yourcenar

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Quando sarò vecchia mi vestirò di viola
con un cappello rosso che non si intona e non mi dona.
E spenderò la mia pensione in brandy e guanti estivi
E in sandali di raso, e poi dirò che non abbiamo soldi per il burro.
Mi siederò sul marciapiede quando sarò stanca
E arrafferò assaggi di cibo nei negozi, suonerò tutti i campanelli
Farò scorrere il mio bastone sulle ringhiere
E mi rifarò della sobrietà della mia giovinezza.
Uscirò in pantofole sotto la pioggia
E raccoglierò fiori nei giardini degli altri
E imparerò a sputare.
Si potrà indossare orribili camicie ed ingrassare
mangiare tre chili di salsicce in un volta
o solo pane e sottaceti per una settimana
ammassare penne, matite, sottobicchieri e cianfrusaglie nelle scatole.
Purtroppo ora ci tocca vestirci per mantenerci asciutte
e pagare l’affitto e non bestemmiare per strada
e dare il buon esempio per i figli.
Avere amici a cena e leggere i giornali.
Ma non posso impratichirmi già un po’ ora?
Così chi mi conosce non rimarrà scioccato
quando improvvisamente invecchierò, e vestirò di viola.

 

Jenny Joseph, Birmingham 7 5 1932

traduzione di Loredana Magazzeni


Di una bambina

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“…vorrei vivere nella tua voce, nei tuoi gesti, nei tuoi occhi
anche quando mi avrai dimenticato”

Angelo Maria Ripellino
da “Notizie dal diluvio”


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