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Più invecchio anch’io, più mi accorgo che l’infanzia e la vecchiaia non solo si ricongiungono, ma sono i due stati più profondi in cui ci è dato vivere. Marguerite Yourcenar

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Quando sarò vecchia mi vestirò di viola
con un cappello rosso che non si intona e non mi dona.
E spenderò la mia pensione in brandy e guanti estivi
E in sandali di raso, e poi dirò che non abbiamo soldi per il burro.
Mi siederò sul marciapiede quando sarò stanca
E arrafferò assaggi di cibo nei negozi, suonerò tutti i campanelli
Farò scorrere il mio bastone sulle ringhiere
E mi rifarò della sobrietà della mia giovinezza.
Uscirò in pantofole sotto la pioggia
E raccoglierò fiori nei giardini degli altri
E imparerò a sputare.
Si potrà indossare orribili camicie ed ingrassare
mangiare tre chili di salsicce in un volta
o solo pane e sottaceti per una settimana
ammassare penne, matite, sottobicchieri e cianfrusaglie nelle scatole.
Purtroppo ora ci tocca vestirci per mantenerci asciutte
e pagare l’affitto e non bestemmiare per strada
e dare il buon esempio per i figli.
Avere amici a cena e leggere i giornali.
Ma non posso impratichirmi già un po’ ora?
Così chi mi conosce non rimarrà scioccato
quando improvvisamente invecchierò, e vestirò di viola.

 

Jenny Joseph, Birmingham 7 5 1932

traduzione di Loredana Magazzeni


Di una bambina

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“…vorrei vivere nella tua voce, nei tuoi gesti, nei tuoi occhi
anche quando mi avrai dimenticato”

Angelo Maria Ripellino
da “Notizie dal diluvio”


A una bambina che danza nel vento

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E’ rosa il tutù della mia nipotina, rosa.

Come le sue scarpette e

come il mondo che le gira intorno.

Tutta la musica oggi

è accordata al ritmo del suo cuore.

 

Annamaria Sessa

 

 


“cosa può crescere senza pioggia? cosa può ardere per molti anni? cosa può bramare e piangere senza lacrime?”


E’ un vecchio canto popolare yiddish della Russia o della Polonia, parla d’amore, sembra quasi un indovinello ma a me ricorda quelle ninne nanna che da bambina mi cantava mia madre.


Longtemps, je me suis couché de bonne heure….


Usciamo dal bar, un abbraccio e sto per andarmene, quando lei, trattenendomi per un braccio, mi dice “ e adesso non sparire, mi raccomando, non isolarti! So come vivi, sempre in solitudine, non deve essere divertente!”
Ma io non sono una che vive “in solitudine” !! io sono una solitaria, è diverso. Ed essere una solitaria non equivale necessariamente a sentirsi sola. Io ci sto bene in questo spazio interiore, lo frequento molto spesso, è un punto d’osservazione privilegiato: sto attenta, osservo, ascolto, penso. Nulla di quello che mi sta intorno mi sfugge.

Nell’aula dove le suore ci portavano per l’ora di canto, c’era tanto spazio per salti e rincorse, quelle degli altri, perchè io in quel marasma assordante mi sentivo persa e confusa. Tre enormi e altissimi finestroni davano su ampie e gelate geometrie di campi. In quegli inverni, in cui tutto mi pareva smisuratamente grande, alzandomi sulle punte, mi aggrappavo al davanzale e restavo a fissare un omino lontano su un albero. Riuscivo a vedere la sua lunga scala a pioli e i rami che lanciava lontano dopo averli tagliati. Ogni volta restava a fissarli come se quelli, da un momento all’altro, potessero scappar via. Ogni tanto si sedeva sul tronco più grosso, si sfregava le mani ed alitava sulle palme. Con uno scatto risaliva di qualche ramo e ricominciava. Il fatto che io lo guardassi mentre lui non sapeva neanche che esistevo, mi riempiva di ingenuo stupore.
“Sù, sù anche tu al tuo posto!” Dietro di me i bambini erano già tutti in fila, perciò suor Eleonora mi tirava per il braccio, per portarmi tra di loro. Con la testa girata, continuavo a guardare in direzione del finestrone e pensavo a quanto si sarebbe sentito solo l’omino dell’albero  senza me che lo guardavo.
Forse allora avrò imparato che essere soli, vuol dire semplicemente non essere nei pensieri di un altro.
Iraida (Annamaria Sessa)


Sembrava facile…c’era il sole, il vociare del vento, c’era l’infanzia con le altalene a filare il tempo…

Erano mattine come queste, calde e luminose. La scuola era finita e noi ci sedevamo al fresco, sui gradini della scala. In  mano, il nostro pane con lo zucchero. Allora non c’erano  fieste né pinguì. La nutella, nelle botteghe dei piccoli paesi di provincia, arrivava in latte di stagno e venduta  a  cucchiaiate  in coni di carta oleata.

Eravamo  sui gradini, i più piccoli avevano da subito già leccato lo zucchero dal pane, mentre noi, più smaliziati addentavamo le nostre fette, mostrando agli stupidelli di sapere il fatto nostro. Ogni tanto ci fermavamo. Il pane, tenuto a mezz’aria, attirava qualche mosca di passaggio ma chi ci faceva caso? Non un fiato,  non una mossa mentre Dora adesso bisbigliava. Le parole erano scandite, il tono era grave, la narrazione era a un punto estremo di drammaticità e la mosca, coraggiosamente, si era ormai posata sui baffi di zucchero che incorniciavano le nostre bocche spalancate per la paura e lo stupore.

Mia madre, quando ero piccola, non mi raccontava mai  le favole, le piaceva parlarmi della sua famiglia, della sua giovinezza,  della prima volta che aveva visto il mare. Ora che ci penso, detestava le favole e tutto ciò che non fosse, in qualche modo, verosimile. Lei era così, dolcissima e però ben piantata sulla terra.

Tutti pendevamo dalle labbra di Dora, quando, in cima alla gradinata cominciava.. “c’era una volta…”  e non c’era biancaneve, cappuccetto o la bella addormentata. Le sue storie  nascevano lì, davanti ai nostri occhi sgranati e raccontavano di un bambino prigioniero in labirinti senza uscita,  sotterranei e luoghi sconosciuti, abitati dal buio e dal mistero. Nessuno di noi avrebbe voluto essere quel bambino e Dora sapeva tenerci sulla corda. Poi…. poi arrivava la magia,  il bambino cantava una filastrocca e il suono della sua voce vinceva la paura e orientava i suoi passi, la luce tornava e il bambino era salvo. Mia madre ci mise un po’ a capire perché ogni volta che mi mandava in cantina a prendere il vino, cantavo a squarciagola tutto il tempo.

Erano mattine come queste, c’era la luce, c’era la scala e c’era il nostro pane zuccherato da finire.

Dora condivideva con noi il cortile e il quotidiano. Era alta e imponente, col viso dolce e triste di chi porta  ferite antiche. Spesso la vedevo  piangere, non osavo avvicinarmi e così la osservavo, nascosta  dietro un angolo di muro  che separava il suo giardino dal nostro. Anche quella mattina Dora, rossa in viso,  tormentava le foglie di un povero geranio mentre piangendo  discuteva  con suo marito.  Poi, fu un attimo. Mi vide. Mi ritrassi di scatto e  con le spalle attaccate al muro, chiusi gli occhi e con un fil di voce  ripetei come un mantra “ canta Dora, canta…canta….canta la filastrocca!”

Allora non sapevo che un uomo può diventare l’inferno in terra per una donna, ero troppo piccola per capire che nessuna filastrocca al mondo sarebbe bastata a scongiurare la paura che Dora aveva di quell’uomo o far  sparire i lividi che spesso  aveva in viso . 

Non sapevo ancora che la vita, a volte, può diventare un groviglio inestricabile, dove anche la più dolce delle melodie non può bastare ad orientare i passi e trovare una via d’uscita al dolore e alla paura.

Annamaria S.

 

*******

Sembrava facile pensare che potesse essere tutto lì.
C’era il sole, il vociare del vento, c’era l’infanzia con le altalene
a filare il tempo, c’erano i prati, gli alberi, il loro verde
materiale e mutevole e c’era un poco d’ombra
per non socchiudere troppo gli  occhi.
 
Sembrava facile, sì, pensare che potesse essere tutto
in quella luce a strati, nel desinare chiaro della rondine,
nel lavorio della formica, nella liturgia della morte,
nella sua sonora pietra. Felice di nulla edificare.

Lucianna Argentino (Roma 1962)
(dalla raccolta inedita “L’ospite indocile”)


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