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…..tra i tanti inverni c’è un inverno talmente infinito che, se il tuo cuore lo sverna, allora sopporta ogni cosa

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I Sonetti a Orfeo. Parte seconda

XIII
Sii oltre ogni addio, come se fosse già dietro
di te – come l’inverno che appunto se ne va.
Perché tra i tanti inverni c’è un inverno talmente infinito
che, se il tuo cuore lo sverna, allora sopporta ogni cosa.
Sii sempre morto in Euridice – innalzati cantando
e, nella pura relazione, ridiscendi celebrando!
Qui tra quelli che svaniscono, nel regno del declino,
sii risonante cristallo che già nel suono s’è infranto.
Sii – e insieme sappi la condizione del non-essere,
fondamento interminato della tua interna oscillazione –
che tu possa compierla appieno, quest’unica volta.
Alle risorse già usate, come a quelle oscure e mute
della natura ricolma, alle somme indicibili,
aggiungi con gioia te stesso, pareggia il conto!

Rainer Maria Rilke
(Praga, 4 dicembre 1875 – Montreux, 29 dicembre 1926)

traduzione di Franco Rella

 

Poesia alta, altissima per esprimere il confine  tra la vita e la morte, l’apparente incomprensibilità del  mondo e delle sue contraddizioni, il destino dell’uomo che, nonostante la morte, vive.


Verrà l’inverno, la più metafisica delle stagioni…

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[…] Verrà l’inverno, la più metafisica delle stagioni. La più propizia all’immaginazione e alle amicizie. La terra si farà bruna, i rami si faranno neri, le erbe e le stoppie, tutto il mondo piegherà le vertebre al sonno. Soltanto il vento taglierà le nuvole. Nevicherà, se farà abbastanza freddo: allora la terra e il cielo si confonderanno, la neve cancellerà siepi e muretti, i confini delle villette qua attorno. Dentro gli appartamenti c’è già chi si affiderà alle paraboliche per essere ancora più solo, io mi affiderò alle parole per raffigurare il suono della neve. Fra tutte sceglierò le lettere più morbide –la lettera a, la lettera e, la lettera o, la elle, la emme, la enne – e le parole che ne siano più ricche; cercherò di disporle con cura, in giaciture che ricordino le sinuosità distese di una donna in penombra, poi, scostando le tende della finestra, più ampia, confronterò il bianco del foglio col bianco dell’inverno e forse, nel farlo, mi commuoverò, perché commuoversi non significa piangere, ma muoversi insieme alle cose, averne il medesimo ritmo, il medesimo passo, il medesimo polso; forse lascerò lo sguardo andare nella neve, lo lascerò libero nel bianco, con la disposizione dell’amante che si lascia annientare dalle carezze di chi è amato, un piede, un nuovo piede nella neve e l’orma si farà ombra e tutto, per un istante, sarà dimenticato, alle mie spalle il primo – l’imo – lampo di carbonio che ci precipitò alla terra “nudi”.

 

Pierluigi Cappello, Gemona del Friuli 1967

dal racconto  “La mela di Newton”  in “Il dio del mare”

 

Qui    qualche altro stralcio di questo racconto,  in cui spazi esterni ed interiori si sovrappongono  in un vero e proprio manifesto di poetica. Non ho mai letto, infatti,  nulla che, così come questo testo, dagli occhi sia passato direttamente nel cuore, prima ancora di essere compreso. E non ho mai sentito, come in questo caso, definire ciò che è poesia con la poesia stessa.


La speranza

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Non a causa della vita,
bensì dell’aumento di leggende,
di canzoni e miti
di cui ho avuto bisogno per vivere,
ho imparato che l’inverno con le sue piogge metalliche
non sfocia mai
negli hotel della primavera,
solo nel fiore dell’autunno
di una passione completa.
Ma l’inverno ha segreti da conservare.
Mentre la nebbia della strada cancella
i limiti del mondo,
ci sono luci che si avvicinano dal retrovisore
come un ricordo
e mi sorpassano veloci
in cerca del futuro.
Non so,
semplice questione casuale
o forse ricompensa.
Ma nuovamente lì
la presagìta
luce d’aprile sulle campagne.

 

Luis García Montero, Granada 1958


….è inverno, anima, è inverno.

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Fili neri di pioppi –
fili neri di nubi
sul cielo rosso –
e questa prima erba
libera dalla neve
chiara
che fa pensare alla primavera
e guardare
se ad una svolta
nascono le primule.
Ma il ghiaccio inazzurra i sentieri –
la nebbia addormenta i fossati –
un lento pallore devasta
i dolori del cielo.
Scende la notte –
nessun fiore è nato –
è inverno – anima –
è inverno.

 

Antonia Pozzi
Milano, 13 febbraio 1912 – Milano, 3 dicembre 1938


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