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Flash

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Lei è immobile come il silenzio

vorrebbe  dire quello che non sa.

Lui ha scarpe rotte e le ali chiuse

di un angelo che non vola più.

E in questo scatto allucinato

per un attimo

mi pare di capire 

qualcosa della vita.

 

Annamaria S.


Cammina per il mondo con il cuore e gli occhi avanti…

Anno scolastico 1969/70, in piena contestazione studentesca, con i miei compagni, mi avviavo all’esame di maturità. Il nostro professore di filosofia, un marxista leninista con la passione del cinema e della poesia, ci insegnava a riflettere sulla vita, sull’uomo e sul significato del suo stare al mondo, attraverso la narrazione cinematografica di capolavori come Zabriskie Point, Easy Rider, Il Laureato….E poi un giorno ci fece leggere Evtušenko.   Allora non sempre tutto ci era  chiaro,  ma  credo volesse dirci “…..osserva, ascolta cerca, cerca…” incoraggiandoci  a camminare “…per il mondo a testa alta, con il cuore e gli occhi avanti…”

Che maestri abbiamo avuto!!!!

 

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Da “La stazione di Zima’”

 

….Abbi pazienza, osserva, ascolta

cerca, cerca. Percorri tutta la terra

Sì, la verità è buona, ma la felicità migliore

eppure non c’è felicità senza verità.

Cammina per il mondo a testa alta

con il cuore e gli occhi avanti

e sul viso l’umida sferza delle  nostre conifere

e sulle ciglia lacrime e tempesta

tra gli uomini e saprai capirli.

Ricordati, io ti seguo.

Va’!

E io andai

E sono in cammino…

 

Evgenij  Evtušenko

Russia 18 luglio 1932 – 1 aprile 2017

La mia solitudine mi coglie di sorpresa come una presenza: come un essere invisibile

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Ho letto le poesie di Prados

in un libro che era di mio marito:

c’è il suo nome, il luogo, la data

e segni di matita accanto ai versi

che gli sono piaciuti.

“Quien roba luz en las ramas

del arbol?”

Si sarà tolto gli occhiali,

avrà guardato fuori.

Mi tolgo gli occhiali, guardo fuori,

segno con la matita altri versi.

“Mi soledad me ha sorprendido

como una forma humana”.

Lui è morto da undici anni,

e il libro di Prados è del sessantasei.

 

 

Alida Airaghi, Verona  1953

da “Frontiere del tempo”

 

Sul mio comodino c’è sempre più di un libro,  per via dell’abitudine che ho, fin dall’adolescenza,  di leggerne due, a volte anche tre,  contemporaneamente. Mio marito, invece, negli ultimi anni  aveva ammassato, sul suo,   libri e libri  e ciò era spesso motivo di battibecchi tra di noi, perché nell’operazione di rispolvero, cadevano e lui si lamentava del confuso riordino da parte mia. Trattavano tutti di un unico argomento: la genetica, una materia per me di difficile lettura. Ora che non c’è più,  li ho riposti nella libreria dello studio. Quando mi capita di fare pulizia,  li sfoglio, leggo qualche titolo, mi soffermo alle sottolineature a matita,  li richiudo, con la mano percorro  i loro margini e sfioro lentamente  la superficie delle pagine, quasi fossero carezze.

Iraida (Annamaria S.) 

 


Come svanito treno

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Sai dirmi l’età di questo treno, il suo rumore di velocità inafferrabile, tutto il metallo che dal fondo delle miniere viaggiò sui suoi carri, il grano che giunse dai paesi senza nome, il bestiame ammassato e l’uomo con lui sotto qualunque cielo.

Sai dirmi il primo legno trasportato, le regioni innevate e la borsa d’acqua calda per ogni viaggiatore, l’olio delle lampade appese al soffitto dei vagoni, il primo letto che volò sulle rotaie, il primo ristorante che fuggì ad Oriente.

Sai dirmi a che ora giunse nelle capitali nebbiose, o sulla costa trasportando estati, il primo treno che tagliò il deserto, che si arrampicò sulle cime del mondo. O solo il primo treno che, solo, sotto le strade delle città sprofondò.

Perché è in lui che alcuni andarono; per altri fu mani, congedo, bagaglio. Ma in tutti il tempo sospeso, fino a dimenticare i fogli, la consuetudine, l’esistenza. E il bisogno improvviso d’essere passeggeri solo. Qualunque sguardo o nome, solo passeggeri.

 

di Tomaso Piaragnolo e Rosa Gallitelli

da”Nell’imminenza del giorno”

 

Mio padre era ferroviere e da piccola mi portava a guardare i treni che passavano nella piccola stazione del mio paese. Non volevo mai tornare a casa.
Da adolescente, mi piaceva sedermi sulla panchina, lungo i binari. Il treno si fermava ed io osservavo un’umanità sconosciuta dietro ai finestrini, ferma, in attesa, col suo bagaglio di inquietudini e di speranze. Davanti ai miei occhi vedevo la vita svolgersi, senza che niente fosse compiuto. Il treno ripartiva verso chissà dove.
All’università, nelle sale d’aspetto della grande città o sui marciapiedi dei binari, non sentivo più il disagio di non sentirmi mai nel “posto giusto”.
Con gli anni ho capito. E tutto ciò che di precario e passeggero e indefinito può significare una stazione per molti, per me è l’esatto contrario.
In questa vita, forse scopro la mia più grande aspirazione: essere un passeggero, solo un passeggero.
In quel “nulla di definitivo”, in quella “esistenza sospesa”, dove tutto deve ancora avvenire, mi sento al sicuro. Non ho bisogno di pensare. Devo solo aspettare. E una stazione è l’unico posto dove, se vuoi, riesci a perderti. Puoi lasciarti ingoiare dalla marea di facce, di occhi, di gambe e di braccia tutt’intorno.
Sei invisibile!
Iraida (Annamaria Sessa)


In un libro di versi…

 

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In un libro di versi schizzato

dall’amore, dalla tristezza, dal mondo,

i miei figli hanno disegnato signore gialle,

elefanti che avanzano sopra ombrelli rossi,

uccelli trattenuti sul bordo di una pagina,

hanno invaso la morte,

il grande cammello azzurro riposa sulla parola cenere,

una guancia scivola sopra la solitudine delle mie ossa,

il candore vince sul disordine della notte.

 

Juan Gelman

Buenos Aires, 3 5 1930 – Città del Messico, 14 1 2014

Da Gotán, 1962

traduzione di Emilio Coco

 

Ricordo  i tanti libri di poesie che, tra  minestrine e  merende, lasciavo in giro quando i miei figli erano piccoli. Armati di penne e pastelli,  ricoprivano le pagine con i loro disegni. Allora mi arrabbiavo, oggi sfogliando quelle “opere d’arte”,  provo tanta tenerezza e mi torna in mente un pensiero del poeta Mario Quintana che dice più o meno così I libri di poesie devono avere margini spaziosi e molte pagine in bianco e sufficienti spazi vuoti nelle pagine stampate, perché i bambini possano riempirli di disegni – gatti, uomini, aeroplani, case, comignoli, alberi, lune, ponti, automobili, cani, cavalli, buoi, trecce, stelle – che saranno anch’essi poesie…”


….come una costellazione

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………sorrido.

Ti provi il cerchietto nuovo che ti ho portato,

scintilla e questo ti fa impazzire

come tutte le cose che sbriluccicano,

i piccoli strass sulla  maglietta

l’iridiscenza luminosa dei tuoi pennarelli glitterati  

le mille e mille luci di Berlino che nel nostro ultimo viaggio

 abbiamo guardato di sera dall’aereo.  

Ancora non sai di quanta opacità

è ricoperto il mondo

ancora non puoi sapere che gli uomini

sanno accendere bagliori capaci di spegnere

la luce negli occhi di altri uomini come loro  

o spegnerlo del tutto questo mondo

e lasciarlo al buio

come quando all’improvviso va via la  luce ed hai paura.

Ma tu piccolina,   splendi

ti guardi col tuo cerchietto scintillante

indaghi la tua immagine allo specchio

muovi  gli  occhi

due guizzi smaniosi come la fretta di crescere che hai

e ti sorprendi di tutto lo splendore intorno a te.  

Ti sia sempre chiaro  il cammino  

che il cielo ha per te deciso  

piccolina mia

 e la strada  che percorrerai

 come una costellazione  

sia sempre illuminata dalle stelle più splendenti!  

 

Annamaria Sessa


Mi è molto difficile dirti figlio …..

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Mi è molto difficile dirti figlio dirtelo senza venir meno al ricordo

perché anch’io cado piovo mi apro mi chiudo

 mi parlo mi tremo mi tendo con le sferzate dei templi

del primo indizio la mezza carezza l’ultimo volo

per dirti così semplicemente figlio senza letteratura

così nella pura aria che tutti siamo viaggiatori e che per questo

malgrado tutto ciò che trascorre sotto la poesia

malgrado tutto ciò che muoio ti scrivo e ti amo.

 

Adriano Corrales, San Carlos in Costa Rica 1958.

da “Lettera al figlio” 

in “Ad ora incerta”

cura e traduzioni di Tomaso Pieragnolo

 

Se dovessi scrivere una lettera ai miei figli, vorrei farlo così. Vorrei che fossero ben visibili anche i timori e le fragilità che hanno caratterizzato e caratterizzano il mio essere madre. E, con la medesima semplicità, esprimere il mio incondizionato amore verso di loro.   Annamaria S.


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