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Un mondo che non può essere migliore

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La bambola seria

Le cose in generale sono più importanti della
cosa singola, per quanto lo specifico sia estremamente
interessante. Giusto? Mentre ogni particolare
scivola dentro una botte verso le cascate del Niagara ci si potrebbe
chiedere a ragione: e questo, da dove viene?
Fino a che punto mi riguarda? Quello che indossavi
è sparito assieme ad altri concetti.
Sono appesi alla ringhiera del ballatoio della fabbrica
contro il cielo blu con alcune goffe nuvole di carta bianca
incollate sopra. Dov’è che l’est incontra l’ovest?
Al tramonto la scelta è tra due sorrisi: discreto o serio.
In questo migliore dei mondi possibili, basta.

John Ashbery, Rochester 1927 – 3 9 2017

da “Syringa e altre poesie” 1999
(Traduzione di Edoardo Albinati)

John Lawrence Ashbery è considerato il più celebre e importante poeta americano. Dicono che la sua sia una poesia “difficile” “volutamente complessa”, una poesia fatta di significati nascosti, di sensazioni irriproducibili. Dicono che dietro i suoi versi non sia mai possibile individuare un soggetto preciso o un tema perchè il nucleo centrale è un sentimento che prende forma in maniera imprevedibile etc. etc. etc.
Dicono anche, e questo mi è piaciuto molto, che ha sempre ricercato un genere di poesia che sia una “sfida”, una poesia che sfugga all’ interpretazione conclusiva della critica, per lasciare il lettore spiazzato ma estasiato. E in fondo, a leggere le sue poesie, al di là del senso e non senso che ognuno vi trovi, si ha l’impressione che l’unico intento del poeta sia quello di evidenziare il valore evocativo ed espressivo della parola che non si limita a spiegare il mondo ma lo costruisce dal nulla. Annamaria Sessa

Ieri John Ashbery è morto a New York, aveva 90 anni.

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Certi alberi

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Foto di Poetella

Questi sono stupefacenti: accosto
ciascuno al vicino, come se il discorso
fosse una messa in scena silente.
Dandoci stamane casualmente

appuntamento così tanto via
dal mondo quanto in armonia
con esso, io e te
siamo d’improvviso ciò che

gli alberi cercano di dirci
che siamo: che il loro mero esserci
ha significato; che potremo toccare
presto, e amare e spiegare.

E lieti di non avere inventato
noi tale grazia, ne siamo circondati:
un silenzio già colmo di rumori,
una tela su cui affiori

un coro di sorrisi, d’inverno, un mattino.
Posti in una luce sconcertante, e in cammino,
i nostri giorni indossano una tale reticenza
che questi accenti paiono la loro
stessa resistenza.

John Ashbery, Rochester 1927
da ” Certi alberi” in “Un mondo che non può essere migliore”
traduzione di Damiano Abeni, Moira Egan

Con la poesia di Ashbery è così. Tu pensi “ bene, è una poesia sugli alberi!” poi ti accorgi che lui parla di “certi” alberi. Utilizza elementi di una natura, che non abbiamo creato noi, per una riflessione sul nostro stare al mondo.
“Questi [alberi]sono stupefacenti” questi e non altri! Questi alberi, in relazione fra loro, in un mattino d’inverno, sono lì e significano qualcosa. Sono e vivono, semplicemente, in un tempo che è presente e cercano di dirci che il nostro “esser-ci” ha un significato che potremo spiegarci, non adesso e non di certo ma potremo. Dobbiamo sentirci alberi……..
La poesia di Ashbery è davvero aperta ad ogni tipo di interpretazione!!


Syringa

E’ qui che Orfeo ha commesso l’errore.
Euridice, ovvio, è svanita nell’ombra;
sarebbe svanita anche se non si fosse voltato”

John Ashbery, Rochester 1927
da ” I giorni della casa galleggiante”
in “Un mondo che non può essere migliore”
traduzione di Damiano Abeni, Moira Egan

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Siringa o flauto di Pan è il caratteristico strumento musicale del dio dei boschi. Prende il nome da una ninfa dell’Arcadia, Siringa che, spaventata dall’aspetto di Pan e da questo inseguita, preferì mutarsi in canna sulle rive del fiume Ladone. Il dio allora, tagliò sette canne di lunghezze decrescenti e le unì tra loro, creando un flauto, siringa, appunto. Il suo nome dà il titolo alla poesia.
Nel suo lungo componimento, Ashbery evoca il mito di Orfeo, spostando la narrazione dall’infelice cantore di Euridice al tema più generale di cosa sia la poesia. Ashbery sembra ammonire che l’arte trascende i suoi artifici, Orfeo è ridotto in brandelli, il suo canto è un piccolo frammento, non è più materia per la Poesia che, come la musica, va ascoltata nel suo fluire nel tempo, non potendo “isolarne una nota e dire che è buona o cattiva”. Così, il canto di Orfeo non è altro che “ciò che accadde tanto tempo prima, in un piccolo paese, un’estate come un’altra”
La poesia, insomma, vive oltre il contesto del suo farsi e la sua storia procede.

Citare più frammenti della poesia Syringa, non avrebbe, pur volendo, agevolato la sua comprensione, vista la complessità dei testi di Ashbery. Ho preferito riportare pochi versi, la risposta a una domanda, quella che la poesia di tutti i tempi si è sempre posta: perchè si è voltato?

Qui nel blog altre riletture del mito Orfeo ed Euridice


Musicanti di strada

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L’uno è morto, e l’anima è stata strappata
all’altro ancora vivo, lui che, percorrendo le strade
avvolto in un’identità come un cappotto, vede ripetutamente
gli stessi angoli, volumetrie, ombre
sotto gli alberi.Più lontano di quanto chiunque sia mai stato
chiamato, attraverso arie e modi vieppiù
da quartieri alti, con l’autunno che cade su ogni cosa:
le foglie sfarzose un mucchio di armi e bagagli
di un’oscura famiglia che viene sfrattata
e gettata nel mondo in cui era, ed è.L’altro tirava in secca
fugaci squarci di quello che l’altro faceva: rivelazioni, alfine. Così giunsero a odiarsi e a dimenticarsi.

Così cullo questo violino mediocre che conosce
solo motivi scordati di varietà, ma sostiene
la possibilità del libero esercizio retorico ancorato
a un ritornello tedioso, l’anno che ruota su stesso
a novembre, con gli intrstizi tra i giorni
più letterali, la carne più visibile sull’osso.
Il nostro interrogativo su un luogo d’origine aleggia
come fumo:il modo in cui facevamo scampagnate in pineta,
in vallette dove l’acqua affiorava sempre, e lasciavamo
i nostri rifiuti, sperma ed escrementi ovunque, spalmati
sul paesaggio, per fare di noi quello che potevamo.

John Ashbery, Rochester 1927
da ” I giorni della casa galleggiante”
in “Un mondo che non può essere migliore”
traduzione di Damiano Abeni, Moira Egan

John Ashbery è uno dei grandi della poesia americana contemporanea. Post- moderno, post-surrealista, nella sua vita ha ricevuto riconoscimenti e premi importanti, ma ancora oggi ci si chiede se le sue poesie “significhino” qualcosa. Molta critica si è spesa più sulle costruzioni sintattiche che sui contenuti. Per leggere una poesia di Ashbery, con l’intento di spiegarne il senso tradizionale, bisogna far un atto di fede semantica.
Ad ogni prima lettura, man mano che vai avanti, ti sembra di inoltrarti in una selva di immagini generalizzate, di riferimenti a tempi imprecisati, di pronomi senza antecedenti, la notte, il giorno, specchi e clessidre, alberi fiumi, montagne…..Parti di nuovo daccapo, pensando di non ricordare, ogni altro elemento ti manda in confusione e perdi ogni speranza di capirne il significato. E’ un labirinto testuale, dove il linguaggio supera la realtà che vuole rappresentare. Eppure, dopo aver letto le sue poesie, rimangono nella testa, come un’eco, parole, espressioni, frasi nelle quali ti sembra di riconoscere i tuoi pensieri. A poco a poco, scopri che il suo argomentare, a tratti strano e disarmante, irridente, bizzarro, ironico e filosofico, ti è familiare. E ti viene da pensare che il poeta voglia dirti che, in fondo, accade così anche nelle nostre vite: la coscienza umana è un mistero grande, siamo circondati da tanti significati, la realtà con la sua complessità, ci confonde, cerchiamo in tutti i modi di dare un senso a tutto ma, nonostante i nostri sforzi, non ci riusciamo. Ed allora, è inutile piangere sulle aspettative deluse, forse l’equilibrio sta nell’abitudine alla “pluralità” di interpretazione di ogni fenomeno, di ogni esperienza, perchè abbiamo fatto il massimo “ per fare di noi quello che potevamo”

nel blog altre poesie di Ashbery


L’interesse d’amore

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Lo potevamo vedere arrivare dal sempre,
poi semplicemente fu qui, parallelo
al passeggio del giorno. A quel punto eravamo noi
a essere scomparsi, nella galleria di un libro.
Alzandoci tardi la sera, ci uniamo alla corrente
delle notizie di domani. Perché no? Diversamente
da alcuni altri, non abbiamo niente da chiedere né
da prendere in prestito. Siamo solo pezzi di geometria solida:
cilindri o romboidi. Una certa qual soddisfazione
ci è stata concessa. Certo, continuiamo a tornare
a richiedere ancora – è parte dell’aspetto “umano”
della parata. E ci sono territori più scuri
aggiunti a matita, che dovremmo esplorare prima o poi.
Per ora basta che questo giorno sia finito.
Ha portato il suo carico di freschezza, l’ha scaricato
e se n’è andato. Quanto a noi, noi siamo ancora qui, no?

John Ashbery, Rochester 1927
da “Un mondo che non può essere migliore”
traduzione di Damiano Abeni, Moira Egan


Un mondo che non può essere migliore

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La bambola seria

Le cose in generale sono più importanti della
cosa singola, per quanto lo specifico sia estremamente
interessante. Giusto? Mentre ogni particolare
scivola dentro una botte verso le cascate del Niagara ci si potrebbe
chiedere a ragione: e questo, da dove viene?
Fino a che punto mi riguarda? Quello che indossavi
è sparito assieme ad altri concetti.
Sono appesi alla ringhiera del ballatoio della fabbrica
contro il cielo blu con alcune goffe nuvole di carta bianca
incollate sopra. Dov’è che l’est incontra l’ovest?
Al tramonto la scelta è tra due sorrisi: discreto o serio.
In questo migliore dei mondi possibili, basta.

John Ashbery, Rochester 1927
da “Syringa e altre poesie” 1999
(Traduzione di Edoardo Albinati)

John Lawrence Ashbery è considerato il più celebre e importante poeta americano vivente. Dicono che la sua sia una poesia “difficile” “volutamente complessa”, una poesia fatta di significati nascosti, di sensazioni irriproducibili. Dicono che dietro i suoi versi non sia mai possibile individuare un soggetto preciso o un tema perchè il nucleo centrale è un sentimento che prende forma in maniera imprevedibile etc. etc. etc.
Dicono anche, e questo mi è piaciuto molto, che ha sempre ricercato un genere di poesia che sia una “sfida”, una poesia che sfugga all’ interpretazione conclusiva della critica, per lasciare il lettore spiazzato ma estasiato. E in fondo, a leggere le sue poesie, al di là del senso e non senso che ognuno vi trovi, si ha l’impressione che l’unico intento del poeta sia quello di evidenziare il valore evocativo ed espressivo della parola che non si limita a spiegare il mondo ma lo costruisce dal nulla. Annamaria Sessa


Qualcosa riluce, qualcosa viene azzittito.

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Questa stanza
La stanza in cui entrai era il sogno di questa stanza.
Certo tutti quei piedi sul sofà erano miei.
Il ritratto ovale
di un cane ero io in piú tenera età.
Qualcosa riluce, qualcosa viene azzittito.
A pranzo mangiavamo pastasciutta tutti i giorni
tranne la domenica, quando una quaglia veniva indotta
a esserci servita. Perché ti dico questo?
Nemmeno sei qui.

John Ashbery, Rochester 1927
da “Un mondo che non può essere migliore”

John Ashbery è uno dei maggiori poeti statunitensi viventi. Siccome è difficile collocarlo in una corrente particolare, viene definito” autore molto vicino al canone postmoderno”(sic!) La sua scrittura attinge al linguaggio quotidiano e colloquiale ed è irridente e parodistica. Ashbery è convinto che la poesia non debba per forza esprimere l’inconscio visionario del poeta o disvelare il senso delle cose, ma creare essa stessa un senso. Damiano Abeni e Moira Egan, traduttori in Italia della poesia di Ashbery, danno una lettura particolarissima della poesia sopra pubblicata.
In poetica, la stanza è sinonimo di strofa, i piedi sono l’unità metrica. Le parole “pastasciutta” “ quaglia” sarebbero figure retoriche……..insomma il poeta non sta parlando di una stanza qualsiasi, sta parlando della Poesia. E la domanda finale ”Perché ti dico questo? / Nemmeno sei qui” sarebbe l’eterna domanda che si fa il poeta di fronte alla consapevolezza della “inutilità” della poesia.

Qui, l’articolo di Abeni su Minima&Moralia


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