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Assenza

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Dovrò innalzare la vasta vita
che ancora adesso è il tuo specchio:
ogni mattina dovrò ricostruirla.
Da quando ti allontanasti,
quanti luoghi sono diventati vuoti
e senza senso, uguali
a luci nel giorno.
Sere che furono nicchie della tua immagine,
musiche in cui sempre mi attendevi,
parole di quel tempo,
io dovrò frantumarle con le mie mani.
In quale profondità nasconderò la mia anima
perché non veda la tua assenza
che come un sole terribile, senza tramonto,
brilla assoluta e spietata?
La tua assenza mi circonda
come la corda la gola
il mare a chi sprofonda.

Jorge Luis Borges


….sull’incerta luna dimorano i sogni, l’inafferrabile, Il tempo che si perde, il possibile o l’impossibile, che è la stessa cosa

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Racconta la storia che in quel passato
tempo in cui accaddero tante cose
reali, immaginarie e dubbie,
un uomo concepì lo smisurato

progetto di cifrare l’universo
in un libro e con impeto infinito
innalzò l’alto e arduo manoscritto
e limò e declamò l’ultimo verso.

Stava per ringraziare la fortuna
quando alzando gli occhi vide un lucido
disco nell’aria e capì, stupito,
di essersi dimenticato della luna.

La storia che ho narrato benché finta,
può ben raffigurare il maleficio
di noi che esercitiamo il mestiere
di trasformare in parole la nostra vita.

Si perde sempre l’essenziale
……………………….

Jorge Louis Borges
dalla raccolta “Il creatore” 1960
trad.Livio Bacchi Wilcock

Il componimento continua. Il poeta dice di non ricordare più se ha scoperto la luna nella realtà o nei libri “più che le lune delle notti, posso ricordare quelle del verso“. E così, rievoca la dragon moon di antiche ballate inglesi, quelle “sanguinanti” del poeta Francisco de Quevedo e dell’Apocalisse. Procede quindi con una serie di richiami letterari che risaltano per l’eleganza delle citazioni: dalla luna della mitologia greca e germanica alla suggestione degli specchi di Pitagora, che ” con il sangue scriveva su uno specchio e gli uomini leggevano il riflesso in quell’altro specchio che è la luna“; dalla poesia del Lunario sentimentale di Leopoldo Lugones alla lezione di Ariosto che “mi insegnò che sull’incerta luna dimorano i sogni, l’inafferrabile, Il tempo che si perde, il possibile e l’impossibile…. Dalla “luna celestiale di ogni giorno” allo splendore della falce d’oro di Hugo e la dark moon di Yeats.
Alla fine si ha l’impressione di essere di fronte ad un mosaico che, nella composizione dei suoi pezzi, ricostruisce una “storia universale” della luna.


Ringraziare desidero…per il mistero della rosa che prodiga colore e non lo vede….

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Ringraziare desidero il divino
labirinto delle cause e degli effetti
per la diversità delle creature
che compongono questo universo singolare,
per la ragione, che non cesserà di sognare
un qualche disegno del labirinto,
per il viso di Elena e la perseveranza di Ulisse,
per l’amore, che ci fa vedere gli altri
come li vede la divinità,
per il saldo diamante e l’acqua sciolta
per l’algebra, palazzo di precisi cristalli,
per le mistiche monete di Angelus Silesius,
per Schopenhauer,
che forse decifrò l’universo,
per lo splendore del fuoco
che nessun essere umano può guardare
senza uno stupore antico
per il mogano, il sandalo e il cedro,
per il pane e il sale,
per il mistero della rosa
che prodiga colore e non lo vede,
per certe vigilie e giorni del 1955,
per i duri mandriani che nella pianura
aizzano le bestie e l’alba,
per il mattino a Montevideo,
per l’arte dell’amicizia,
per l’ultima giornata di Socrate,
per le parole che in un crepuscolo furono dette
da una croce all’altra,
per quel sogno dell’Islam che abbracciò
mille notti e una notte,
per quell’altro sogno dell’inferno,
della torre del fuoco che purifica,
e delle sfere gloriose,
per Swedenborg,
che conversava con gli angeli per le strade di Londra,
per i fiumi segreti e immemorabili
che convergono in me,
per la lingua che secoli fa parlai nella Northumbria,
per la spada e l’arpa dei sassoni,
per il mare, che è un deserto risplendente
e una cifra di cose che non sappiamo,
per la musica verbale d’Inghilterra,
per la musica verbale della Germania,
per l’oro che sfolgora nei versi,
per l’epico inverno
per il nome di un libro che non ho letto:
Gesta Dei per Francos
per Verlaine, innocente come gli uccelli,
per il prisma di cristallo e il peso d’ottone,
per le strisce della tigre,
per le alte torri di San Francisco e di Manhattan,
per il mattino nel Texas,
per quel sivigliano che stese l’Epistola Morale,
e il cui nome, come preferiva, ignoriamo,
per Seneca e Lucano, di Cordova,
che prima dello spagnolo
scrissero tutta la letteratura spagnola,
per il geometrico e bizzarro gioco degli scacchi,
per la tartaruga di Zenone e la mappa di Royce,
per l’odore medicinale degli eucalipti,
per il linguaggio, che può simulare la sapienza,
per l’oblio, che annulla o modifica i passati,
per la consuetudine,
che ci ripete e ci conferma come uno specchio,
per il mattino, che ci procura l’illusione di un principio,
per la notte, le sue tenebre e la sua astronomia,
per il coraggio e la felicità degli altri,
per la patria, sentita nei gelsomini
o in una vecchia spada,
per Whitman e Francesco d’Assisi che scrissero già
questa poesia,
per il fatto che questa poesia è inesauribile
e si confonde con la somma delle creature
e non arriverà mai all’ultimo verso
e cambia secondo gli uomini,
per Frances Haslam, che chiese perdono ai suoi figli
perché moriva così lentamente,
per i minuti che precedono il sonno,
per il sonno e la morte,
quei due tesori occulti,
per gli intimi doni che non elenco,
per questa musica, misteriosa forma del tempo.

Jorge Luis Borges
Un’altra poesia dei doni
da “L’altro, lo stesso”


Il tempo è la sostanza di cui sono fatto. JL.Borges

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Limiti
Di queste strade che sfondano il tramonto,
una ce ne sarà (non so quale) che ho percorso
già per l’ultima volta, indifferente
e senza indovinarlo, sottomesso
a Colui che prefissa onnipotenti norme
e una segreta e rigida misura
alle ombre, ai sogni e alle forme
che intessono e che stessono questa vita.

Se per tutto c’è termine e punto fermo
e ultima volta e mai più e oblio,
chi ci dirà a chi, in questa casa,
senza saperlo abbiamo detto addio?

Dietro il vetro ormai grigio la notte cessa,
e in quel mucchio di libri che una tronca
ombra dilata sulla vaga tavola
qualcuno ce ne sarà che non leggeremo mai.
C’è verso Sud più di un cancello logoro
con i suoi vasi di cemento e sabbia
e fichidindia, che al mio passo è vietato
come se fosse una litografia.
Per sempre hai richiuso qualche porta
e c’è uno specchio che ti attende invano;
il crocevia ti sembrava troppo aperto
ma n’è vigile il quadrifronte Giano.
Fra tutti i tuoi ricordi, ce n’è uno
che si è perduto irremissibilmente;
non ti vedranno scendere a quella fonte
né il bianco sole né la gialla luna.
Non tornerà la tua voce a quel che il persiano
disse nella sua lingua di uccelli e di rose,
quando al tramonto, davanti alla luce sparsa,
vorrai dire cose indimenticabili.
E l’incessante Rodano e il lago,
tutto quel ieri al quale oggi m’inchino?
Perduto ormai sarà come Cartagine
che a fuoco e sale cancellò il latino.
Credo nell’alba di udire un operoso
tramestio di folle che si allontanano:
tutti quelli che mi hanno amato e dimenticato;
già spazio e tempo e Borges mi abbandonano.

 

Jorge Luis Borges (L’altro, lo stesso, 1964)
traduzione di Livio Bacchi Wilcock


La vita delle o nelle cose?

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Le Cose
Il bastone, le monete, il mazzo di chiavi,
la facile serratura, le ultime note
che non potranno leggere quei pochi giorni
che mi rimangono, le carte e la scacchiera,
un libro e nelle sue pagine appassita
la viola, monumento d’una serata
senza dubbio indimenticabile e già dimenticata,
il rosso specchio occidentale nel quale arde
un’illusoria aurora. Quante cose,
lime, ombrelli, atlanti, coppe, chiodi,
ci servono come taciti schiavi,
prive di occhi e stranamente segrete!
Dureranno di là dal nostro oblio
e non sapranno mai che ce ne siamo andati.

Jorge Luis Borges
Da “Elogio dell’Ombra”


Una bussola

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Tutte le cose sono parole della lingua
in cui Qualcuno o Qualcosa, notte e giorno
scrive quell’infinito guazzabuglio
che è la storia del mondo. Nel suo vortice

passano Cartagine e Roma, io tu lui
la mia vita che non capisco, quest’agonia
di essere enigma, caso. Criptografia
e tutta la discordia di Babele.

Dietro al nome c’è quel che non si nomina;
oggi ho sentito gravitare la sua ombra
su questo ago azzurro, lucido e lieve,

che verso il confine di un mare tende il suo zelo,
con qualcosa di un orologio visto in sogno
e qualcosa di un uccello addormentato che si muove.

Jorge Luis Borges
Buenos Aires, 24 agosto 1899 – Ginevra, 14 giugno 1986


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