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Il vasto mare della dimenticanza

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Verso il mare della dimenticanza

Non è necessario che tu mi ascolti, non è importante che tu senta le mie parole,
no, non è importante, ma io ti scrivo lo stesso (eppure sapessi com’è strano, per me, scriverti di nuovo,
com’è bizzarro rivivere un addio…)
Ciao, sono io che entro nel tuo silenzio.

Che vuoi che sia se non potrai vedere come qui ritorna primavera
mentre un uccello scuro ricomincia a frequentare questi rami,
proprio quando il vento riappare tra i lampioni, sotto i quali passavi in solitudine.
Torna anche il giorno e con lui il silenzio del tuo amore.

Io sono qui, ancora a passare le ore in quel luogo chiaro che ti vide amare e soffrire…

Difendo in me il ricordo del tuo volto, così inquietamente vinto;
so bene quanto questo ti sia indifferente, e non per cattiveria, bensì solo per la tenerezza
della tua solitudine, per la tua coriacea fermezza,
per il tuo imbarazzo, per quella tua silenziosa gioventù che non perdona.

Tutto quello che valichi e rimuovi
tutto quello che lambisci e poi nascondi,
tutto quello che è stato e ancora è, tutto quello che cancellerai in un colpo
di sera, di mattina, d’inverno, d’estate o a primavera
o sugli spenti prati autunnali – tutto resterà sempre con me.

Io accolgo il tuo regalo, il tuo mai spedito, leggero regalo,
un semplice peccato rimosso che permette però alla mia vita di aprirsi in centinaia di varchi,
sull’amicizia che hai voluto concedermi
e che ti restituisco affinché tu non abbia a perderti.

Arrivederci, o magari addio.
Lìbrati, impossèssati del cielo con le ali del silenzio
oppure conquista, con il vascello dell’oblio, il vasto mare della dimenticanza.

Josif Aleksandrovič Brodskij
Leningrado 24 maggio 1940, Brooklyn 28 gennaio 1996


….chi ha vinto non ricordo…

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ODISSEO A TELEMACO

Telemaco mio,
la guerra di Troia è finita. Chi ha vinto non ricordo.
Probabilmente i greci: tanti morti
fuori di casa sanno spargere
i greci solamente. Ma la strada
di casa è risultata troppo lunga.
Dilatava lo spazio Poseidone
mentre laggiù noi perdevamo il tempo.

Non so dove mi trovo, ho innanzi un’isola
brutta, baracche, arbusti, porci e un parco
trasandato e dei sassi e una regina.
Le isole, se viaggi tanto a lungo,
si somigliano tutte, mio Telemaco:
si svia il cervello, contando le onde,
lacrima l’occhio – l’orizzonte è un bruscolo -,
la carne acquatica tura l’udito.
Com’è finita la guerra di Troia
io non so più e non so più la tua età.

Cresci Telemaco. Solo gli Dei
sanno se mai ci rivedremo ancora.
Ma certo non sei più quel pargoletto
davanti al quale io trattenni i buoi.
Vivremmo insieme, senza Palamede.
Ma forse ha fatto bene: senza me
dai tormenti di Edipo tu sei libero,
e sono puri i tuoi sogni, Telemaco.

Josif Aleksandrovič Brodskij
(Leningrado, 24 maggio 1940 – New York, 28 gennaio 1996)

 

 

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LA SECONDA ODISSEA 

Una seconda grande Odissea

più grande della prima, forse. Ma

ahimé senza Omero, senza esametri.

Era piccola la dimora paterna,

era piccola la città natìa

E tutta la sua Itaca era piccola.

L’affetto di Telemaco, la fedeltà

di Penelope, la vecchiaia del padre,

i suoi vecchi compagni, l’amore

del popolo devoto, il lieto

conforto della casa

l’arrivo come raggi di gioia

nel cuore del navigante.

Ma quei raggi sono tramontati.

La brama

del mare s’era ridestata in lui.

Odiava il vento di terra.      

Di notte i fantasmi dell’Esperia

turbavano il suo sonno.

Lo coglieva la nostalgia

dei viaggi e dei mattutini

arrivi nei porti dove,

con qual gioia, entri per la prima volta.

L’affetto di Telemaco, la fedeltà

di Penelope, la vecchiaia del padre,

i suoi vecchi compagni, l’amore

del popolo devoto,

la serenità e il conforto

della casa lo hanno annoiato.

Ed è partito.

Mentre le coste di Itaca

piano dileguavano innanzi a lui

e alzava le vele verso il tramonto,

verso l’Iberia e le colonne d’Ercole, –

lontano dal mare Acheo –

sentì che tornava alla vita, che

si liberava dei gravosi legami

con le cose conosciute e familiari.

E il suo cuore d’avventuriero

freddo gioiva, vuoto d’amore.

Costantino Kavafis

Alessandria d’Egitto, 29 aprile 1863 – Alessandria d’Egitto, 29 aprile 1933

 

 

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  ITACA

Se per Itaca volgi il tuo viaggio,

fa voti che ti sia lunga la via

e colma di vicende e conoscenze.

Non temere i Lestrìgoni e i Ciclopi

o Poseidone incollerito: mai

troverai tali mostri sulla via,

se resta il tuo pensiero alto, e squisita

è l’emozione che ti tocca il cuore

e il corpo. Né Lestrìgoni o Ciclopi

né Posidone asprigno incontrerai,

se non li rechi dentro, nel tuo cuore,

Se non li drizza il cuore innanzi a te.

Fa voti che ti sia lunga la via.

E siano tanti i mattini d’estate

che ti vedano entrare (e con che gioia

allegra!) in porti sconosciuti prima.

Fa scalo negli empori dei Fenici

per acquistare bella mercanzia

madrepore e coralli, ebani e ambre,

voluttuosi aromi d’ogni sorta,

quanti più puoi voluttuosi aromi.

Rècati in molte città dell’Egitto

a imparare imparare dai sapienti.

Itaca tieni sempre nella mente.

La tua sorte ti segna quell’approdo.

Ma non precipitare il tuo viaggio.

Meglio che duri molti anni, che vecchio

tu finalmente attracchi all’isoletta,

ricco di quanto guadagnasti in via,

senza aspettare che ti dia ricchezze.

Itaca t’ha donato il bel viaggio.

Senza di lei non ti mettevi in via.

Nulla ha da darti più.

E se la trovi povera, Itaca non t’ha illuso.

Reduce così saggio, così esperto,

avrai capito che vuol dire un’Itaca.

Costantino Kavafis

Alessandria d’Egitto, 29 aprile 1863 – Alessandria d’Egitto, 29 aprile 1933

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ITACA   

Tornare qui dopo vent’anni,

ritrovare nella sabbia la propria orma nuda

Il latrato del cane che si leva sul pontile

non si confessa felice, ma inselvatichito.

Vuoi liberarti del sudore che t’impregna;

ma è morta la balia che riconosce la tua 

 cicatrice.

L’unica che ti abbia aspettato, si dice,

non si trova in nessun dove, ché a tutti 

                                        ormai s’è data.

Il tuo ragazzo è cresciuto, anch’egli marinaio,

e guarda a te come a un rifiuto

e la lingua, nella quale urlano d’intorno,

pare inutile fatica decifrare.

Forse quella non è l’isola, o forse, imbevuta

la pupilla d’azzurro, il tuo occhio è divenuto 

                                                 schizzinoso:

dal lembo di terra l’orizzonte l’onda

non scorda quando su questo, vedi, si frange

 

Josif Aleksandrovič Brodskij

(Leningrado, 24 maggio 1940 – New York, 28 gennaio 1996)

 


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