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“Una poesia deve resistere all’intelligenza quasi completamente” Wallace Stevens

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“Quelli che usano la poesia e la leggono regolarmente sono già ‘lettori’ di poesia, cioè hanno appreso le modalità attraverso le quali la poesia si configura come un linguaggio diverso dalla prosa e non tendono a sovrapporre alla lettura poetica le loro abitudini di lettori di prosa, aspettandosi ad esempio un certo tipo di logica dell’esposizione. Per quanto una poesia possa avere un tema, essa sarà infatti sempre su qualcos’altro, qualcosa che non può essere parafrasato. Perché la poesia è questo: ciò che NON si perde in traduzione. Spesso quando la poesia viene letta e studiata nell’accademia, sento che c’è una pesante interferenza nel lavoro di ascolto. C’è un intenso lavoro che la poesia impone al lettore prima di chiedere all’intelletto concettuale di entrare in gioco e ripulire alla fine ciò che io definirei il suo lavoro di superficie. Stevens ci avverte che “una poesia deve resistere all’intelligenza quasi completamente” perchè l’intelligenza è un po’ come l’esercito americano: irrompe troppo presto, non percepisce qual è la realtà sul territorio, non si immerge in una inconsapevolezza abbastanza lunga da lasciare spazio all’intuizione, o anche al buon senso elementare. A me piace andare nelle piccole scuole o in sale pubbliche, staccate dalle università, dove si trova un tipo di lettori “lenti”. Sì, alla fine, nella discussione, dopo aver affrontato il corpo della poesia, la sua carne, si arriva alle grandi questioni suscitate dal testo. Ma tardi. Prima soffriamo la vita del suo corpo e le sue emozioni complesse”
da un’intervista a Jorie Graham

Jorie Graham,poetessa statunitense, è nata a New York nel 1950 ma è cresciuta a Roma. Ha vinto il premio Pulitzer nel ’96, è candidata al Nobel, e attualmente è docente di retorica e oratoria ad Harvard

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La poesia non si spiega

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“La lettura [della poesia] è un atto anarchico. L’interpretazione….che pretenda di essere la sola giusta….è sempre un gesto autoritario…”
Hans M. Enzensberger
da “Che noia la poesia” di Hans M. Enzensberger e A. Berardinelli

Faccio fatica ad ammetterlo, insegno da 37 anni ma è così: la scuola uccide la Poesia. Io la penso come Enzensberger: le poesie sono state scritte per essere lette, non studiate. In questo blog, mi sono occupata di questo argomento Qui oppure Qui, citando la poesia di Billy Collins. La vivisezione di una poesia è uno scempio che  ha annoiato ed annoia a morte generazioni intere di studenti. E ciò avviene perchè, quello che dovrebbe essere il momento più importante e cioè il piacere della libera lettura, viene messo in secondo ordine, se non addirittura trascurato, rispetto allo studio disciplinato: biografia dell’autore, analisi strutturale, metrica, sintattica, interpretazione semantica etc etc…
Io credo che, nella lettura di una poesia, nessuno possa togliere a chi legge, la libertà di prendere una frase o una parola che gli piace e scartare tutto il resto, di trarre conclusioni che non erano neppure nella testa dell’autore, di esaltarsi o di annoiarsi…. leggere è un atto “anarchico”
Nel libro che ho citato sopra, c’è una citazione del poeta W.H.Auden che trovo giustissima “Per imparare a leggere bene, l’erudizione vale meno dell’istinto…Il piacere è ben lungi dall’essere una guida critica infallibile: è però la meno ingannevole”.
Iraida (Annamaria Sessa)


Una mattina piovosa di fine gennaio in terza A, Introduzione alla poesia.

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Chiedo loro di prendere una poesia
e di tenerla in alto controluce
come una diapositiva a colori

o di premere un orecchio sul suo alveare.

Dico loro di gettare un topo in una poesia
e osservarlo mentre cerca di uscire,

o di entrare nella stanza della poesia
e cercare a tentoni l’interruttore sul muro.

Voglio che facciano sci d’acqua
sulla superficie di una poesia e salutino
con la mano il nome dell’autore sulla spiaggia.

Ma la sola cosa che loro vogliono fare
è legarla con una corda a una sedia
e torturarla finché non confessi.

La picchiano con un tubo di gomma
per scoprire che cosa davvero vuol dire.

Billy Collins (New York, 22 marzo 1941)


La poesia non si spiega.

 

 

Apriamo alla pagina

duecentoventisette.

E fuori piove

e i ragazzi guardano increduli

l’acqua che ha allagato il campetto di pallavolo,

proprio ieri era inondato di sole e di voci.

Leggi tu, Carra?

“Ecco l’ultima rosa dell’estate…..”

una stagione finisce, il tempo inesorabile la porta con sé …

” …quando gli amici partiranno

e le gemme cadranno dal cerchio brillante di luce..”

risalta il bianco della pagina intorno ai versi

e sembra lasciare spazio ai pensieri

che ogni parola suggerisce…

“Chi potrebbe abitare questo buio mondo da solo?”

L’ultimo verso.

Da un banco lì in fondo

qualcuno dice “che bella!”

E adesso?

Adesso io dovrei “spiegare”  

analizzare, smontare, vivisezionare.

Si può separare una poesia da quello che dice?

la forma dal contenuto?

analisi strutturale, metrica, sintattica, semantica…

fino a che sui banchi non resti che una rosa avvizzita e inodore?

E invece io,

io voglio che loro la leggano

ancora, ancora e ancora,

voglio che la percorrano parola per parola,

vedano i colori e sentano gli odori,

voglio che ci si perdano per incontrare ognuno,

un altro “se stesso”.

Voglio che scoprano in quanti modi

l’uomo può raccontare

il rimpianto e la nostalgia

il dolore e la speranza,

la sua vita e il suo destino.

 

Annamaria Sessa

 

 

Le citazioni sono tratte da  “L’ultima rosa d’estate” di  Thomas Moore – 

 

Ecco l’ultima rosa dell’estate

che va via sfiorendo da sola.

Tutte le sue graziose compagne

sono già appassite e scomparse.

Nessun fiore della sua famiglia,

nessun bocciolo di rosa le è vicino

a riflettere il lieve arrossire

a dare un sospiro per un sospiro.

 

Io non ti lascerò sola

mentre langui sul tuo stelo

Fino a che l’amore dorme,

va e dormi con loro.

Così gentilmente cospargo con i tuoi petali il letto

dove gli sposi del tuo giardino

giacciono senza profumo e inerti.

Possa io seguirti presto

quando gli amici partiranno

e le gemme cadranno dal cerchio brillante di luce.

Quando i veri cuori sono appassiti

e quelli affettuosi sono gonfi

Chi potrebbe abitare questo buio mondo, da solo?

 

 

 


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